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15° CORSO PER INFERMIERI DI SALA OPERATORIA II SESSIONE SETTING ASSISTENZIALI IN SALA OPERATORIA. DALL’ACCOGLIENZA ALLA DIMISSIONE: APPROFONDIMENTI Discussione C. Razzini (Brescia)
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Io adesso inviterei la collega, prego Loredana, a te.
Allora ci sta raggiungendo la dottoressa Cristina Razzini che è la presidente nazionale di un'altra società scientifica come la nostra che è l'ANIN.
Buongiorno a tutti, permettetemi innanzitutto di ringraziare il dottor Casarano e i colleghi dell'AICO
che mi hanno permesso di tornare in un contesto che io amo molto, ovvero quello delle sale operatorie.
Ho infatti lavorato per vent'anni nelle sale operatorie e ho coordinato una sala operatoria di neurochirurgia per sette anni.
A me è andato come incarico quello di condurre un po' la discussione, tirare le file di questa mattina,
che devo dire è stata veramente interessante.
Per non dimenticare mi sono fatto un po' di appunti rispetto a quello che i vari relatori hanno trattato. Devo dire che sono stati toccati punti fondamentali per il lavoro in sala operatoria, a partire dalla dottoressa Stingone che ha parlato di sicurezza e di prevenzione del rischio.
Allora io da sempre dico che in sala operatoria la comunicazione sostiene due pilastri fondamentali, uno è la prevenzione del rischio del paziente e dell'operatore perché sono collegati, se noi lavoriamo in sicurezza per i nostri pazienti anche l'equipe è sicura di non incorrere poi in problemi dovuti a degli errori in sala operatoria.
L'altro molto importante pilastro è quello della continuità delle cure. La collega che ha parlato per ultimo, la dottoressa Baglio, che pensava di non essere stata efficace, ha sottolineato invece una cosa fondamentale, è quello che il paziente deve stare al centro e importante anche in sala operatoria.
La comunicazione in sala operatoria è di pochi minuti col paziente, dipende dal tipo di intervento, a volte mezz'ora, dipende dall'organizzazione, ma l'intervento chirurgico è un momento eccezionale, fortunatamente aggiungo, per una persona, perché non è che tutti i giorni entri in sala operatoria.
L'intervento chirurgico accompagna la persona con delle emozioni fortissime, la paura, l'ignoto per quello che sarà il dopo. Pensiamo a interventi che possono andare a modificare anche la percezione di sé, pensate alle estomie, piuttosto che a interventi demolitivi.
Il paziente arriva in sala operatoria con una carica emotiva, ansiosa, sul futuro che è veramente importante.
Allora l'infermiere di sala operatoria, io spesso sento dire, voglio andare a lavorare in sala operatoria perché non ne posso più del rapporto con i pazienti.
Chi di voi non ha mai sentito fare questa affermazione? E io dico anche no, perché se è vero che nelle unità operative, nelle degenze, tu sei in contatto durante tutte le tue ore di servizio, in sala operatoria, quel poco in cui tu ti relazioni col paziente, mette le basi anche per la soddisfazione e per la tranquillità del nostro assistito.
Io preferisco chiamarlo assistito, oggi paziente, intanto non sono tanto pazienti.
E poi assistito ci ricorda di ritornare al cuore dell'assistenza, il cuore dell'assistenza che è anche in sala operatoria.
Allora, il collega Salamanca che ha parlato della formazione che è fondamentale in tutti gli ambiti, ma nella sala operatoria tantissimo,
Il primo dice che spesso il lavoro in sala operatoria è un lavoro non visibile, il paziente non ci conosce. Interroghiamoci. Se non ci conosce è nostra assoluta responsabilità. Uno perché non ci facciamo conoscere.
Due perché spesso non tracciamo quello che facciamo, che se da una parte ci serve per la sicurezza, perché tutto ciò che è tracciato, è fatto, è scritto e la persona che lo ha firmato se ne assume la responsabilità e aggiungo da professionista quali siamo, dall'altra parte il paziente ci deve conoscere come persone.
E quindi quante volte accogliamo il paziente in sala operatoria non chiamandolo per nome, non dicendo buongiorno signor Rossi, sono qui, l'aspettavo. Allora come va? È riuscito a riposare stanotte? Quando? Sento ancora oggi dire è arrivato il fegato.
Certo, caspita, siamo proprio bravi. Nel nostro profilo la relazione è fondamentale. Quindi, se siamo invisibili in sala operatoria è nostra responsabilità.
Dire al paziente, all'assistito, buongiorno signor Rossi, sono Cristina, sono l'infermiera che seguirà il suo intervento e controllerò che lei sia ben coperto, che non abbia freddo, che a risveglio mi troverà.
Se avrà dolore aiuterò l'anestesista a far sì che non ce l'abbia. Ci sono. Io ho fatto un esperimento con i miei colleghi della sala operatoria di neurochirurgia, conducendo il colloquio preoperatorio.
L'infermiere di sala il giorno prima andava a parlare col paziente che il giorno dopo scendeva in sala operatoria. Abbiamo testato la soddisfazione rispetto a questa pratica e abbiamo avuto dei risultati veramente importanti.
Ma guardate un po', la cosa che è uscita di più, al di là di quello che l'assistito ci ha detto, che ci ha riempito di soddisfazione, in più ci conosceva e ci sono arrivati i pasticcini, ma al di là di quello, che sono battute per alleggerire un po', è stato che gli infermieri, erano anche infermieri storici che da tanti anni lavoravano in neurochirurgia,
ma hanno detto, Cristina, in questa cosa abbiamo ritrovato la motivazione, il nostro essere infermieri, perché abbiamo ritrovato il contatto con la persona.
Il giorno dopo l'intervento tornavano dal paziente a vedere come stava, come aveva passato la notte, eccetera, eccetera, e effettivamente è stata una cosa importante.
importante quindi se non siamo visibili lo dobbiamo noi a lavorare in maniera tecnica al
dimenticare che noi siamo lì per la persona anche accoglierli sempre con la mascherina sul naso ma
che significato ha devono vedermi tanto in quel momento lì non serve la mascherina serve dopo
e invece la persona ha bisogno di un contatto visivo bisogno di una mano su un braccio di
di vicinanza, a volte non ha voglia di chiacchierare, però ha bisogno di supporto.
Quando lo prepariamo l'intervento, l'anestesista non è ancora arrivato,
magari prendiamo noi l'accesso venoso, e parliamo del film che abbiamo visto la sera prima,
del bambino che ha la febbre, piuttosto che stasera andiamo a cena con gli amici,
E la persona è lì, sulla barella, con tutte le sue paure, le preoccupazioni, le ansie, dimenticato.
Perché in quel momento, del film che avete visto ieri sera, o del fatto che il vostro bimbo abbia la febbre, non gliene può fregar di meno.
Ha bisogno di sentirsi al centro, allora quel centro che si sbandiera, dove se noi ci dimentichiamo queste piccole cose.
Altra cosa, chiacchiero poi se volete intervenire e intervenite perché ovviamente non voglio monopolizzare, ma sono una chiacchierona e ripeto, amo tantissimo l'ambito della sala operatoria.
sentirsi parte di un sistema
lo diceva sempre la collega Baglio
l'infermiere in sala operatoria fa parte di un processo
che inizia nel momento che l'assistito
arriva in degenza e finisce con il ritorno in degenza
siamo un tassello di un processo
ma un tassello fondamentale
Allora, alla fine dell'intervento della dottoressa Stingone a me è venuto un flash. Responsabilità professionale, sottolineiamo responsabilità professionale.
Che cosa significa responsabilità professionale? Significa esserci sul pezzo, significa avere ben chiaro quali sono i passaggi, significa anche saper dire al chirurgo o all'anestesista mi scusi ma perché fa questa dose di farmaco che mi sembra non rientri nella routine, non c'è niente di offensivo in questo.
In quel momento l'anestesista che fa parte dell'equip potrebbe anche sbagliare perché è stanco, perché ha fatto un sacco di ore di guardia, perché è una mamma che non ha dormito tutta la notte con il bambino con la febbre, siamo persone, abbiamo fuori una vita e magari intercettato un errore.
Può essere invece che è una nuova indicazione e l'anestesista vi dirà perché adesso si fa così, per questo e questo motivo.
Ma voi non potete pensare di non chiedere, di non aprire un alert, perché comunque siete responsabili di tutto il processo.
Ognuno per il suo specifico, ma davanti al giudice l'equipe risponde insieme. Abbiamo parlato di infermieri specialisti. Ecco, sappiate che più siete specialisti, più rispondete in tribunale. E perché? Perché il giudice vi dirà quanta esperienza hai, hai fatto il master di sala operatoria, sei un infermiere specialista.
E come mai non ti sei accorto di questa cosa? Differente è l'infermiere che lavora da un mese in sala operatoria, pagherà lo stesso davanti all'errore, ma in proporzione, perché non ha maturato quelle competenze di cui parlevamo prima avanzate.
Allora, la ricchezza dell'equipe. Non per niente il Ministero ci fa compilare le check multiprofessionali dove c'è la firma dell'infermiere, dell'anestesista e del chirurgo.
Guardate un po', non è a caso, ragioniamo sulle cose e facciamo i collegamenti. La ricchezza dell'equipe è la sorveglianza l'uno con l'altro per lavorare tutti in sicurezza. Io guardo il tuo lavoro, tu guardi il mio, insieme siamo una squadra e insieme facciamo la differenza sulla sicurezza.
La dottoressa Stingone ha finito con una frase che io vi richiamo, non c'è cambiamento senza consapevolezza e la consapevolezza io la sottolineo nella responsabilità professionale perché tutti noi diciamo,
Siamo dei professionisti, ci devono riconoscere, siamo dei professionisti. Quando non ci riconoscono è perché non stiamo dimostrando di esserlo, con la competenza, con le conoscenze e con i percorsi avanzati. Qualcuno vuole dire qualcosa?
Io innanzitutto ringrazio la dottoressa Razzini perché qui, e questo è sinonimo per AICO di un grande cambiamento,
cioè le associazioni, noi non siamo autoreferenziali, AICO si interessa degli infermieri di camera operatoria,
riunisce le specificità di quegli infermieri che operano in quest'ambito, però voi avete visto le neuroscienze,
e ci aiutano anche in questo
è stato un occhio, un guardare
da una diversa angolazione
adesso noi abbiamo
i relatori della giornata
la dottoressa Razzini e noi
è aperta la discussione
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