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14°CORSO PER INFERMIERI DI SALA OPERATORIA Saluti inaugurali Presidente 28° Congresso Chirurgia Apparato Digerente Prof. G. Palazzini Presidente Nazionale A.I.C.O. Dott. S. Casarano Presidente A.I.C.O. Lazio Dott. B. Tome Moderatori G. Bisegna (Torino) L. Cappelli (Bari 1° SESSIONE L’INFERMIERISTICA IN CHIRURGIA E IL SUO FUTURO, TRA EVIDENZE, ESPERIENZE E RICERCA Cura responsabile (in sala operatoria) F. P. Palladino (S. Giovanni Rotondo, FG) Codice deontologico: riflessioni A. Pulimeno (Roma) Comunicazione, chiave della sicurezza M. C. Colella (Corfinio, AQ) Autonomia professionale o autoreferenzialità? M. Caputo (Bari) Verso le specializzazioni: l’infermiere di anestesia nel mondo A. Ferro (Catanzaro) 2° SESSIONE Moderatori G. P. Zanchi (Bergamo) C. Buttarelli (Treviso) STRUMENTI E CONCETTI PER UNA CORRETTA GESTIONE DEI FATTORI DI RISCHIO IN SANITÀ La Check List nel percorso di sicurezza del paziente chirurgico R. Pilloni (Cagliari) Fattori di rischio ambientale: validazione controllo della sala operatoria C. Gasperoni (Ravenna) 3° SESSIONE Moderatori C. Cicala (Roma) R. Cipri (Bari) BUONE PRATICHE ED ESPERIENZE Update delle linee guida della prevenzione delle infezioni del sito chirurgico E. Frezza (Roma) Innovazione in chirurgia laparoscopica mini invasiva: percuvance e verde indocianina F. De Vincenti (Tricase, LE) Chirurgia del pancreas - Approcci chirurgici diversificati - Il ruolo dello strumentista C. Fanti (Roma) L’ansia pre-operatoria del paziente chirurgico: introduzione di una scheda di valutazione infermieristica F. Valle (Arenzano, GE) L’esperto risponde
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Buongiorno, benvenuti anche quest'anno qui con noi.
Per tutte quelle persone che le vedo in piedi potete anche andare nell'aula grande come al solito.
C'è uno schermo dedicato proprio a questa aula, l'aula cosiddetta verde, che se non sbaglio è lo schermo 13, canale 13 sulle cuffie,
in modo tale che senza essere stati in piedi potete tranquillamente stare sulle poltrone che addirittura sono un pochino più comode di queste.
Io vi ringrazio molto e so che siete molto numerosi, mi fa molto piacere, spero di continuare in questa avventura insieme con AICO che ormai siamo arrivati al 14esimo anno, spero che anche per voi sia molto interessante, mi raccomando fatevi fare la lettura del badge perché se no raggiungiamo quota 75% o la fate o non la facciamo.
E' una disposizione del Ministero, non l'ho inventata io. Vi auguro buon lavoro e cedo la parola al nostro Vice Presidente, che io conosco purtroppo per lui da una vita.
Grazie professore.
che vedrete saranno sicuramente argomenti molto interessanti.
Incominciamo i lavori e do la parola al Presidente della Regione Lazio.
Grazie ancora.
Buongiorno a tutti.
Questa è un'aula che non tradisce mai perché è sempre super piena e quindi benvenuti innanzitutto.
Nel preparare due parole di benvenuto, spesso prendo spunto da cose che sono successe recentemente.
Una bella cosa è successa due settimane fa dove ho partecipato dall'altra parte nell'aula
un corso che è stato organizzato da un gruppo di colleghi dell'IFO
per chi non è di Roma è il nostro istituto di tumori qui a Roma
un corso per molte meno persone, 25 persone, quindi un'aula piccolissima
nella presentazione da quest'altra parte c'era il professor Facciolo
che è il direttore della chirurgia toracica
Facciolo nel fare i saluti ha fatto un esempio, paragonava la sala operatoria ad un'orchestra.
Allora niente d'originale perché dei paragoni di questo tipo una sala operatoria è piena,
il box della Formula 1, le navi, gli aerei, l'orchestra.
La cosa che mi ha colpito oltre al fatto che erano 18 anni che non vedevo Facciolo
e sia gli anni che i chili insomma mi hanno un po' emozionato,
era il fatto di vedere che ci credeva veramente in quello che diceva.
Cioè ci credeva, non erano frasi di circostanza. Noi abbiamo fatto la sessione mattiniera e dopo pranzo siamo andati in sala operatoria.
In sala operatoria abbiamo trovato un gruppo, che è imbarazzante a vederlo perché è bellissimo, e il concetto dell'orchestra c'è tutto.
E io devo dire che messaggio volevo portare rispetto a questa esperienza fatta due settimane fa, una delle tante.
che innanzitutto semplicissimo
un messaggio proprio naif
quasi, cioè che facciamo proprio un bel lavoro
ce ne scordiamo spessissimo
perché abbiamo mille problemi
da correre in sala operatoria
e poche persone
gli organici all'osso e tutto quanto
però ci dobbiamo ricordare questa cosa
il secondo pensiero riguarda questi eventi qui
e certo quello era un po' particolare
perché c'erano 25 persone in aula
e niente, vi do il buon lavoro
perché sono questi eventi
che ci portano in quel breve periodo fuori dalla sala operatoria e ci danno un attimino una boccata d'ossigeno e di aria fresca per ripartire.
Quindi io faccio un buon lavoro a tutti, introduco i primi due moderatori e ancora buon lavoro.
Possiamo dare quindi inizio al 14° corso per infermieri di sala operatoria, dando la parola al primo relatore di questa sessione
che è Francesco Pio Palladino, infermiere di casa a sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo,
un collega esperto anche in giurisprudenza che ci parlerà delle cure responsabili.
Buonasera a tutti, è un onore per me essere qui oggi e vedere che siamo veramente numerosi.
Ma prima di iniziare desidero ringraziare il professor Palazzini e il presidente AICO, il dottor Casarano, che al momento non c'è.
Bene, la relazione odierna parla appunto dal titolo cure responsabili e l'infermiere come tutti ben sappiamo quotidianamente nella sua attività lavorativa si trova sempre di fronte ad aspetti come l'etica, la deontologia, competenze, autonomia e responsabilità.
Ma per meglio capire dove siamo arrivati oggi è importante fare qualche passo indietro, ritornando al reggio decreto 1925 del 1934 che istituiva la figura dell'infermiera professionale come una professione ausiliaria.
Ma grazie all'articolo 1 della legge 42 del 99, e qui sottolineo la scelta dei termini in giurisprudenza non è a caso, veniva abolita la dicitura di professione ausiliare.
e che eliminava, come stavo dicendo, la parola ausiliaria, figura professionale ausiliaria,
diventando così e istituendo la figura dell'infermieria professionale come il professionista sanitario responsabile dell'assistenza infermieristica.
gentilmente se potete evitare che le slide vadano avanti automaticamente, mi genera qualche difficoltà.
A partire dalla legge 42 del 2009, l'evoluzione della professione infermieristica grazie a importanti istituti normativi come la legge 251 e la 43 del 2006
2006 ci ha portato ad avere notevole autonomia fino a realizzare, progettare, pianificare
progetti assistenziali in totale autonomia e in equip e più avanti capiremo perché.
A conferma di ciò un'importante sentenza della Corte di Cassazione ci ha reso portatori
di una posizione di garanzia che altro non è quell'obbligo dovere che ogni operatore
sanitario ha nei confronti di tutti coloro che trovandosi in una situazione di impossibilità
temporanea o permanente generata da una incapacità parziale o totale che non abbia la possibilità
di provvedere autonomamente al proprio bene principale che è il bene salute. Ma questa
posizione di garanzia si suddivide in altre due sottoposizioni. Una è la posizione di
di protezione che mira a eliminare tutte le fonti di pericolo che tendono a minare il
bene salute e l'altra è la posizione di controllo che mira a eliminare invece le fonti
di pericolo. Però queste due posizioni di protezione e di controllo, se le osserviamo
bene da vicino, hanno una strettissima correlazione con lo studio degli eventi avversi. La posizione
di garanzia in sé per sé richiede delle peculiarità, delle doti che l'infermiere deve avere e sono
delle variabili oggettive. Deve conoscere gli aspetti organizzativi del proprio contesto,
nonché deve essere appropriatamente formato sugli aspetti giuridico-normativi e in quelle
che rappresentano le variabili soggettive deve avere autonomia, competenze e spiccate
e doti di comunicatività e relazione. L'infermiera è una professione che noi per primi, sotto
determinati profili di responsabilità, abbiamo difficoltà a viverla come tale. Pertanto
già il codice deontologico all'articolo 1 è chiaro e inequivocabile. L'infermiera
la nostra professione si è evoluta, l'impalcatura formativa, normativa e deontologica è articolata
e complessa, però è del tutto inequivocabile.
Ok, speriamo vada bene, riprendiamo da questo punto. Come stavo dicendo l'impalcatura normativa, deontologica e formativa si è evoluta dell'infermiere ed è assolutamente importante che l'infermiere prenda coscienza di due concetti chiave della professione.
Ecco, prenda coscienza di due concetti chiave per potersi identificare all'interno del panorama sanitario dell'autonomia e della responsabilità.
Su questo punto assistiamo ad una battuta di arresto, in quanto è doveroso fare un'autocritica.
Di cosa abbiamo ancora bisogno? Del coraggio di fare? Dell'autonomia? Non credo.
Ritornando ai riferimenti legati al codice deontologico, che ritengo tra i più belli e invidiati,
l'articolo 1 è delineato in maniera inequivocabile il profilo dell'infermiere professionale,
quale responsabile dell'assistenza sanitaria infermieristica,
il quale indica in maniera chiara e inequivocabile gli impegni e i modelli comportamentali
che l'infermiere con le relative responsabilità deve tenere e da cui ne scaturiscono i valori.
Vi è possibile eliminare l'avanzamento automatico? Magari uscite, modificate il profilo, ma non avanza con le slide.
Con riferimento al codice deontologico di cui vi parlavo prima, che personalmente ritengo
tra i più belli e invidiati, già l'articolo 1 ne delinea in maniera inequivocabile il
profilo professionale dell'infermiere, ma con dovizia di responsabilità il codice
deontologico indica gli impegni e i modelli comportamentali che l'infermiere si impegna
a mantenere con le relative responsabilità da cui scaturiscono i valori della nostra
professione. Pertanto, oltre all'evoluzione della professione nonché dell'impalcatura
legislativa, il codice deontologico rappresenta l'attuale orientamento, delineando la condotta
e i doveri professionali. A riferimento anche la legge 42 del 99 al comma 2 dell'articolo 1 fa
un riferimento legislativo con le relative responsabilità al codice deontologico. Pertanto
è necessario che l'infermiere abbia consapevolezza del proprio ruolo e che soprattutto sappia
assumersi le dovute responsabilità di rispondere delle proprie scelte, azioni e omissioni nelle
sedi ritenute opportune. No, ho veramente pigiato soltanto una volta, deve esserci qualche
problema, i problemi legati alla prima. Bene, prima di scendere nei dovuti dettagli di quelle
quelle che sono le forme di responsabilità, è opportuno tenere in considerazione e sapere che l'infermiere è un professionista sanitario,
in virtù di quella posizione di garanzia che abbiamo, che è un professionista che lavora a stretto contatto con il reato penale.
Pertanto ritengo che la formazione debba essere espletata in maniera appropriata già dai percorsi formativi universitari
che non hanno nulla da invidiare ad altri percorsi paralleli ed è assolutamente necessario che
l'infermiere abbia quel quid pluris di preparazione e competenze per poter esplicare al meglio la
propria professione. Il tutto parte dall'articolo 32 della Costituzione, il quale tutela la salute
come fondamentale diritto dell'individuo ed è l'unico diritto costituzionale a essere definito
quale diritto inviolabile. Ma oltre a questo diritto è necessario citare altri due diritti
della Costituzione per meglio comprendere i concetti successivi e quello innanzitutto
dell'articolo 25 della Costituzione con riferimento al principio di legalità il quale nessuno
può essere punito se un fatto non è considerato reato dalla legge penale e il principio di
personalità della pena dettato dall'articolo 27 della Costituzione con riferimento alla
responsabilità penale che è del tutto personale. Ma come dicevo prima per scendere ulteriormente
nei dettagli è doveroso citare quelli che sono gli elementi strutturali del reato e si suddividono
in elementi oggettivi e troviamo la condotta che può essere omissiva o commissiva e vedremo
successivamente con dovizia di particolari perché è la condotta, l'evento riferito al fatto lesivo
e il nesso causale che altro non è che il rapporto di causa effetto fra la condotta e l'evento e gli
elementi soggettivi che tutti sicuramente conosciamo quali il dolo, il reato pretero
intenzionale e i reati per colpa che si suddividono a loro volta in colpa generica e a specifica ma
Ma focalizzandoci sui reati legati alla condotta e soprattutto alla condotta omissiva è opportuno tenere in considerazione che l'infermiere, anzi cerco di esplicitare meglio il concetto, il professionista sanitario i reati che commette sono maggiormente legati a quelli della condotta.
E questi si suddividono in reati omissivi propri dove il legislatore incrimina il non agire come per esempio l'omissione di soccorso vera e propria oppure i reati omissivi impropri disciplinati dall'articolo 40 del codice penale dove non impedire un evento che sia l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo.
E quindi possono essere generati delle fattispecie di reati che possono essere procedibili d'ufficio e sono quelli che sono perseguiti automaticamente dalla magistratura e rappresentano i reati di maggiore allarme sociale.
Oppure quelli procedibili a querela di parte rappresentano i reati di minore allarme sociale e vengono perseguiti a querela di parte o degli enti offesi.
Ma oltre a ciò è importante capire l'inquadramento giuridico dell'infermiere e vedremo successivamente perché.
Perché esso può essere inquadrato come pubblico ufficiale qualora nello svolgimento delle sue funzioni la sua attività sia caratterizzata da poteri autoritativi e certificativi.
Oppure può essere un incaricato di pubblico servizio qualora nello svolgimento della sua attività o funzioni questa non sia caratterizzata dai poteri autoritativi e certificativi tipici della funzione del pubblico ufficiale.
Oppure può essere un esercente un servizio di pubblica necessità e in questa categoria rientrano tutti quei professionisti che esercitano professioni sanitarie forenzi il cui esercizio è per legge vietato senza una specifica abilitazione da parte dello Stato.
Scendendo sempre di più nei particolari e nelle fatti specie, troviamo la rivelazione del segreto.
Non vado nei particolari perché da quello che potete leggere capite perfettamente di cosa stiamo parlando.
Ma la differenza sostanziale dei due reati qual è?
Consta nella posizione giuridica dell'operatore sanitario che in quel preciso momento si trova.
Ovvero sarà maggiormente punito con sanzioni penali più pesanti qualora l'operatore professionale sia inquadrato nel momento della materializzazione del reato nella posizione di pubblico ufficiale anziché di incaricato di pubblico servizio.
E qui ovviamente per poter meglio comprendere quelli che saranno i passaggi successivi è doveroso fare un passaggio sul principio di affidamento.
E' un principio molto importante questo in quanto con riferimento all'attività di sala operatoria che è un'attività di equip risulta necessario tenere ben presente in tutti quei contesti in cui vi sia una pluralità di operatori sanitari interessati al medesimo bene giuridico in quanto siamo portatori di una posizione di garanzia
sulla base di precisi doveri e funzioni ogni operatore coobbligato, secondo una specifica responsabilità civile, deve avere la possibilità di concentrarsi sulle proprie funzioni, compiti affidati.
confidando sulla professionalità degli altri componenti del gruppo, della quale ovviamente responsabilità non potrà essere chiamato a rispondere per la condotta colposa.
Pertanto tale principio opera come limite all'obbligo di diligenza che grava su ogni operatore sanitario e capiremo perché dopo con i concetti legati alla diligenza.
In quanto ogni operatore che agisce nell'osservanza della legge Sartis e con l'intento di evitare la mera applicazione dell'affidamento non deve assolutamente disinteressarsi ma deve confidare su quello che è il principio di affidamento e sulle competenze degli altri operatori.
Altrimenti si rischia di andare incontro a quello che è il reato della cooperazione colposa che interessa il lavoro dei KIP.
Scendendo in quelli che sono i dettagli e i particolari con l'attinenza al corso di cui oggi,
il trasferimento delle informazioni o consegne che avviene fra un setting operativo e l'altro
può avvenire in due forme essenzialmente, in forma orale e in forma scritta.
Non sarò qui oggi a esplicare quelle che saranno le metodologie e le strategie per implementare il passaggio delle consegne orali con l'intento di lasciare spazio ad altri relatori, però desidero sottolineare che il passaggio della forma orale in giurisprudenza deve rappresentare un'integrazione di quella scritta.
Ed è un momento critico il passaggio delle consegne in quanto quest'ultimo non rappresenta soltanto il trasferimento delle informazioni ma rappresenta un vero e proprio trasferimento di responsabilità che avviene da un gruppo operativo ad un altro.
E in questo caso nel trasferimento delle consegne e delle informazioni giocano ruoli fondamentali, fattori come quello umano, con particolare riferimento ai reati legati alla condotta di cui vi parlavo prima,
La comunicazione verbale, all'organizzazione della documentazione scritta con riferimento alla documentazione sanitaria che vedremo successivamente e al lavoro in team con riferimento alla responsabilità del lavoro d'equip.
Andando avanti, estendendo il discorso legato al trasferimento delle consegne e delle informazioni che come dicevo prima la forma orale deve rappresentare un'integrazione di quello che è oggettivato nella cartella clinica o meglio infermieristica,
questa deve avere due presupposti fondamentali, la forma scritta e l'attribuibilità e la riconducibilità al suo autore.
Pertanto la cartella infermieristica, quale la documentazione di sala operatoria, fa atto pubblico di fede privilegiata fino a prova di querela di falso.
Ma la documentazione sanitaria non è solo disciplinata da norme legate alla redazione dell'atto pubblico, è disciplinato anche da altri istituti normativi, a partire dai codici deontologici, qual è quello del codice di deontologia medica.
La cartella clinica deve essere redatta con puntualità e diligenza. Anche il codice deontologico stesso, di cui all'inizio citavo con particolare riferimento la legge 42 del 99, ci invitava e ci invita tuttora ad avere particolare rispetto e riguardo al codice deontologico.
All'articolo 4,7 l'infermiere garantisce la continuità assistenziale anche attraverso l'efficacia e gestione dei strumenti informativi.
La nuova stesura dello stesso, al capo 3, articolo 17, l'infermiere conosce il progetto diagnostico e terapeutico, dà valore all'informazione.
Così come anche all'articolo 25, l'infermiere nella comunicazione, anche attraverso mezzi informatici, si comporta con correttezza, rispetto, trasparenza e veridicità.
Ma vi sono anche altri istituti normativi molto importanti che bisogna tenere in considerazione, fra cui anche quello disciplinato dall'articolo 328 del codice penale per il rifiuto di atti di ufficio.
Ecco perché prima vi citavo l'inquadramento giuridico dell'infermiere, in quanto il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio è punito penalmente con le sanzioni previste.
Altri articoli importanti legati alla responsabilità penale sono quelli disciplinati dall'articolo 476 per la falsità commessa dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico servizio e si concretizza quando il compilatore è persona diversa da quella a cui competeva nel caso della cartella contraffatta o quando contiene modifiche successive alla sua stesura definitiva nel caso di cartella alterata.
Importante è anche il fasso ideologico. La falsità commessa dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico servizio si concretizza quando l'atto, pur essendo formalmente corretto, contiene informazioni non corrispondenti al vero.
giova rinnovare quelle che sono le modalità di compilazione della documentazione sanitaria.
Ma è altrettanto importante citarvi, qui non lo spiego perché l'ho scritto e lo leggo pari pari così com'è,
perché rende molto chiaro il concetto.
Ai fini di una corretta e appropriata valutazione da parte del giudice,
oltre al complesso degli elementi significativi è assolutamente necessaria una corretta, puntuale e diligente compilazione della cartella clinica barra infermieristica
in quanto permette l'analisi realistica e imparziale dei fatti o dell'accaduto con assoluta e scrupolosa obiettività.
A conforto di quello che vi ho appena letto ho riportato delle sentenze della Corte di Cassazione.
La prima, in maniera del tutto essenziale, stabilisce che ciò che non è scritto non risulta fatto. Un'altra sentenza della Corte di Cassazione ci invita a non incorrere nella violazione delle garanzie di certezza.
Un'altra sentenza riporta che l'annotazione postuma di un fatto clinico rilevante violerebbe l'obbligo di contestualità.
L'ultima, ma non meno importante, è quella in cui, per non incorrere nei reati colposi, la mancata segnalazione in cartella clinica o infermeristica di manifestazioni cliniche rilevanti, di trattamenti medicamentosi e di atti operativi è indice di un comportamento assistenziale costantemente negligente e imperito.
E credo che non vi sia null'altro da aggiungere. Con questo ho concluso quella che è la parte legata alla responsabilità penale, ma è importante adesso spostarci in quelle che sono le forme di responsabilità civile.
Ma prima di scendere nei dettagli è opportuno inquadrare il rapporto giuridico che si instaura fra le parti, ovvero fra l'ente, il professionista sanitario e il paziente.
Cominciamo con una delle varie forme di responsabilità civile che è quella extracontrattuale o aquiliana
la quale consegue da una condotta illecita che abbia determinato un danno ad un interesse giuridico tutelato
dove a prescindere da un rapporto preesistente fra danneggiato e danneggiante
e in ossequio al principio del debinem ledere trova il suo riferimento normativo all'articolo 2043 del codice civile
che sancisce che qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto
obbliga colui che l'ha commesso a risarcirlo.
Ma è anche importante e doveroso fare un passaggio su un approfondimento giurisprudenziale
della responsabilità extracontrattuale dove pur non essendoci un rapporto obbligatorio fra le parti
non vi è neppure estraneità, generando la cosiddetta responsabilità da contatto sociale.
Presupposto fondamentale, in questo caso, è il nesso di causalità.
Ci spostiamo invece adesso sulla responsabilità contrattuale,
che trova il suo riferimento normativo all'articolo 1218,
secondo cui il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta
è tenuta al risarcimento del danno se non prova che l'inadempimento
sia a cause a lui non imputabili. Ma qual è la differenza sostanziale fra le due forme di responsabilità?
E' che in quella extracontrattuale avremo un risarcimento per danno ingiusto, mentre in quella contrattuale,
essendo un rapporto di natura obbligatoria fra le parti, avremo un risarcimento per inadempimento.
In addempimento che nel caso di specie è di una obbligazione sanitaria che si contraddistingue in due forme.
In quella di risultato, secondo cui il sanitario sarebbe tenuto a prestare la propria opera intellettuale per raggiungere un determinato risultato ma senza essere gravato qualsiasi sia il caso.
Oppure di un'obbligazione di mezzi o di comportamento secondo cui il sanitario sarebbe sempre obbligato altresì al raggiungimento del risultato normalmente associabile alla prestazione oggetto dell'incarico professionale in quanto vi è un rapporto fra le parti.
E tale rapporto ci orienta, dal punto di vista giurisprudenziale, ad avere particolare riferimento all'obbligazione di mezzi o di comportamento per effetto dell'accettazione dell'incarico che ci è stato conferito.
incarico che dovrà essere espletato con la dovuta e necessaria deligenza che trova il
suo riferimento normativo all'articolo 1176 del codice civile ed è da commisurarsi alla
natura dell'attività esercitata. Spostandoci in un'altra forma di responsabilità civile
che è quella d'equip in questo caso, la quale trova il suo riferimento normativo all'articolo
lo 2055 del codice, dove se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate
in solito al risarcimento del danno. Pertanto, con riferimento alla sala operatoria e in
ossequio ai principi di cui abbiamo parlato poc'anzi, la responsabilità ricade su tutta
l'equip. Secondo gli attuali orientamenti dottrinali e in ossequio al principio di affidamento,
Ogni membro può e deve contare sul corretto adempimento, sottolineo adempimento con riferimento alla responsabilità civile,
alle funzioni altrui e all'obbligo di intervenire, in ossequio al principio della posizione di garanzia di cui vi parlavo prima,
solo quando ne ravvisa l'errore o pericolo.
Un esempio pratico, il chirurgo primo operatore ha l'obbligo di prevedere e impedire un comportamento imprudente,
negligente o imperito degli altri partecipanti all'attività medico-chirurgica.
Altro esempio concreto, come tutti ben sappiamo,
i responsabili della conta degli strumenti sono l'infermiere strumentista e gli infermieri addetti,
dove in ossequio alle linee guida e raccomandazioni delle conte
siano effettivamente eseguite e sottoscritte.
E qui facciamo riferimento alla documentazione di saloperatoria.
Non solo, ma qualora il professionista sanitario si attenga scrupolosamente
alle linee guida raccomandazioni, non risponde penalmente per colpa lieve.
Pertanto in tutti quei casi in cui alle cure del paziente concorrono più professionisti,
come per esempio nella sala operatoria, e si rilevi l'impossibilità di configurare
una responsabilità d'equip, nel caso di specie il giudice procederà con l'accertamento
del nesso causale rispetto all'evento verificatosi e sarà compiuto con particolare riguardo alla
condotta e al ruolo di ciascuno dei componenti della sala operatoria. Concludendo, auspicando
di non avervi annoiato eccessivamente, è quantomeno necessario aumentare la propria
consapevolezza per implementare i processi comunicativi che ci condurranno a ottimizzare
la continuità dei trattamenti terapeutici assistenziali a garanzia di qualità e sicurezza
per il paziente ma soprattutto anche per noi infermieri. Grazie a tutti per l'attenzione
e voglio lasciarvi con un augurio a successi sempre migliori per noi tutti. Grazie per l'attenzione.
Grazie a te, grazie per aver dato a noi tanti punti di riflessione che spero di poter approfondire
poi durante il dibattito. Adesso passiamo a un altro argomento, do la parola al Presidente
del Collegio dei Pasvi di Roma che ci parlerà di codice deontologico.
Bene grazie, grazie dell'invito, grazie ai moderatori, al Presidente AICO nazionale,
e il Presidente Addino Tomei come responsabile ai colazzi.
Bene, mi riallaccio un pochino alla prima relazione, ci provo,
altrimenti non vorrei che fosse, non può essere una lettura, non a caso riflessioni.
Chiaramente ogni volta che si entra in merito al codice deontologico,
Ecco, evidentemente, io spero di essere più fortunata del collega, ma secondo me sono finite le batterie a questo coso.
Eccolo, ci siamo.
Allora, dicevo, quando entriamo in merito e ragioniamo, intanto è un argomento, parlando di codice deontologico,
Strettamente legato a quello che ha detto il collega, non a caso lui è partito parlando evidentemente di faccende, questioni soprattutto giuridiche, è partito quasi dal codice deontologico.
Bene, questo è un qualcosa che un po' ci deve riportare a riflettere, io ho fatto una riflessione per voi, la condividiamo, però in realtà non è una cosa semplicissima e comunque devo dire che ahimè non siamo molto avvezzi a collocare tutti i nostri atti,
di tutte le nostre responsabilità, perché di questo si parla, delle nostre competenze di cui oggi si sta molto discutendo, facendo un riferimento anche alla deontologia.
Cosa che invece è un perno fondamentale, voi pensate che semplicemente quando noi parliamo di professione, ci fermiamo soltanto a questo termine, se uno va a fare un'analisi e va a fare una ricerca evidentemente del suo significato,
al di là insomma del significato etimologico molto semplice, significa professare, fare un qualcosa, qualcuno dice il gloss, ricordo sempre questa definizione, che io l'ho trovata sempre particolarmente affascinante e che mi ha fatto riflettere,
dice un corpo coesivo autonomo di persone che lavorano a vantaggio di altri, dove devono avere attenzione delle peculiarità, cioè per essere dal punto di vista ordinistico parlo ovviamente dal punto di vista giurisprudenziale,
Per parlare di professione bisogna avere delle peculiarità, una sicuramente è quello che noi decliniamo solitamente o che ci hanno imparato a declinare durante il corso della nostra preparazione e formazione alla professione stessa,
essere saper fare, ma che di fatto, cioè quindi traducendolo in termini ancora più
precisi, parliamo, cioè bisogna avere sicuramente dei contenuti scientifici che sono la base
evidentemente della nostra attività, bisogna avere poi la capacità di tradurre in atti
quello che noi conosciamo dal punto di vista scientifico e poi dobbiamo avere un codice
di deontologia, di riferimento. Quello che viene chiamato da alcuni la socialità, quindi la capacità che ha evidentemente il professionista
formatosi, abilitato, quindi che ha la capacità evidentemente di mettere in atto le sue competenze, di socializzare.
La nostra è una professione, non a caso ci ho messo questa cosa di Shakespeare molto significativa, la nostra professione fa riferimento all'uomo, alla persona e questo ogni tanto ce lo dimentichiamo.
Voi immaginate, voi qui siete un forte gruppo di professionisti, tra l'altro un bel colpo d'occhio da qui, un bel gruppo di professionisti che fate un lavoro particolarissimo, potremmo definire anche di competenza avanzata, visto che oggi va molto di moda, comunque è vero, di una competenza specialistica che va oltre evidentemente la competenza di base,
quella generalista, ma che molto ha a che fare evidentemente con strumenti, con tecnologie sempre molto avanzate, sempre più avanzate e qualche volta è facile dimenticare evidentemente poi quello che è lo spirito che sottende la nostra attività, la nostra professione, che sicuramente rimane pur sempre la persona.
Anche qui quando parliamo di deontologia, vi dicevo, quando parliamo di professione, di professionalità, uno degli elementi, e il collega prima è stato estremamente preciso, l'ha molto sottolineato, è la responsabilità.
Ovviamente entriamo nel merito della nostra professione, la responsabilità dell'infermiere, io ho citato alcune norme, dice cosa c'entra questo col codice deontologico, è direttamente collegato.
Perché ovviamente la deontologia fa riferimento, lo vedremo molto velocemente, al comportamento che assume il professionista in relazione al mandato giuridico che gli è stato posto.
E quindi bisogna stare molto attenti su questo, cioè significa che anche qui bisogna avere la grande consapevolezza che essendo obbligati a rispettare un mandato istituzionale che è determinato dalla norma, ovviamente a questo va agganciato direttamente, non è un optional, va agganciato anche il comportamento.
Tant'è non a caso, al di là del DM 73994, che dice delle cose, guardate, che io più vado avanti, più mi invecchio e più dico quanto sia attuale e probabilmente abbiamo difficoltà a mettere in atto poi quello che dice.
Le responsabilità che attribuisce il profilo professionale. Basta soltanto una delle funzioni che esplica dove dice l'infermiere pianifica, gestisce, valuta l'intervento assistenziale infermieristico.
Basterebbe da solo, perché dovunque siamo, qualsiasi cosa facciamo, dalla più semplice alla più complessa, evidentemente dobbiamo avere questa capacità di pianificarla, gestirla e qui non entro anche nel merito, ma insomma avrebbe bisogno anche questo di riflessioni.
Quindi la capacità di dominare evidentemente quel problema che ci viene presentato, che è dato solo dalla competenza. Se io non sono competente, cioè significa sempre se io non ho le conoscenze scientifiche, cioè so spiegare qualsiasi atto io faccio, qualsiasi azione, dalla più semplice alla più complessa, evidentemente non sono un professionista ma sono un mestierante.
Quindi cadrebbe evidentemente quello per cui siamo definiti sotto certi aspetti. Bene, gestisce, quindi ha la capacità di evidentemente dominarlo perché ha la competenza, oltre alla conoscenza scientifica, la capacità di tradurre, come dicevo prima, in pratica e poi saperla valutare.
saper valutare tutti i rischi ovviamente che sottendono, saper valutare quali sono i problemi che potrebbero scaturire dalla mia scelta A piuttosto che B piuttosto che C
in quella particolare situazione, in quel particolare contesto. Quindi questo è il professionista, ma non solo, ma anche la capacità evidentemente di pormi in relazione con chi?
Beh, evidentemente questo poi lo diremo, io ho preparato un po' di slide, ma vado un pochino a braccio perché parliamo di riflessioni, per cui insomma, anzi sarebbe carino anche aprire un dibattito sotto certi aspetti, ma di fatto fa riferimento evidentemente a quello che, cioè io lo devo contestualizzare, ma tutto questo, come dicevo prima all'inizio, la professionalità e anche la capacità di socializzare.
La socialità è una delle peculiarità che, ripeto, la giurisprudenza attribuisce al professionista. Quindi se non ha questa capacità gli manca un pezzo, evidentemente, della sua competenza.
E qui rientra la deontologia.
Perché il legislatore si è preoccupato di inserire, come dire, laddove ha riconosciuto questa professione e queste professioni, perché ovviamente fa riferimento a tutto l'arco delle professioni sanitarie, quelle riconosciute come tali attraverso il percorso formativo universitario e tutto il resto, quindi con determinati requisiti, evidentemente.
ma laddove è andato a definire il suo campo di attività e responsabilità ha detto cari signori il legislatore avrebbe potuto evitarlo perché era implicito, c'è quello che comunque, veramente queste due relazioni si è stati bravi a collocare vicino l'una all'altra,
Perché ha detto attenzione il campo di attività si trova nel profilo, ovvio, perché è una legge che va a determinare chi è questo professionista, qual è il suo contesto, qual è il suo perimetro, dove si muove, come si muove, perché si muove, quali sono le sue funzioni.
Poi dice, fa riferimento, ma il profilo determina, tant'è che ci abbiamo messo forse qualche anno, forse qualcuno ancora non ha capito bene, forse non lo conosciamo ancora molto bene, ma non dice più di tanto perché noi eravamo abituati con un manzionario dove nel bene e nel male quando ci faceva comodo, quando no, insomma avevamo grande intuito di andare avanti,
noi facevamo già da tempo tante robe che insomma non ci competevano, però di fatto comunque definisce quindi proprio il profilo, lo dice stessa la parola di questo professionista e allora entra in merito e dice allora per capire qual è il tuo campo di attività c'è un ordinamento didattico di base e post base,
Tant'è che ancora oggi la difficoltà consiste in che cosa? Dice ma questo professionista guardate vi assicuro come presidente di un collegio grande come quello di Rome io tutti i giorni ricevo pacchi di poste con dei quesiti ben precisi.
posso fare questo, posso fare quest'altro, posso fare quest'altro, ormai basterebbe fare una risposta uguale per tutti, chiaramente non è così, perché ai colleghi va chiarito, perché non è facile, è facile per chi esercita puntualmente, perché ha dimestichezza su queste robe,
Ai colleghi che sono berati in altre faccende probabilmente è un po' più difficile e uno dice bene se lo sai fare, se hai studiato, se hai fatto la formazione, se sei in grado di farlo, se hai acquisito competenza, quindi ti sei esercitato, lo fai e assumi responsabilità.
Cioè rispondi di quello che fai, scusate il termine, affari tuoi. Quindi sei tu che scegli se quella cosa la sai fare oppure no. Se la sai fare perché ripeto sai dare una spiegazione scientifica, sai tradurre in pratica un principio scientifico e hai avuto dell'esperienza che può essere rappresentata da un tirocino piuttosto che l'esperienza personale, lavorativa, professionale.
per cui se hai acquisito la competenza, e ritorniamo sempre su questo termine, evidentemente assumi responsabilità, nessuno ti può dire di no.
Tant'è che non a caso noi andiamo, andremo sempre di più a disegnare il futuro dell'infermieristica in base a quello che noi scriveremo sugli ordinamenti didattici.
Se io domani volessi un infermiere esagero, un infermiere del futuro che sappia fare delle nocchiene sole, capriole in sala operatoria, vado sul banale spinto, basta che lo scrivo nell'ordinamento didattico del percorso formativo su master, visto che i master sono riconosciuti come percorso specialistico.
Ho banalizzato ma spero di aver lanciato l'input in che cosa consiste. Così come parlando di competenze specialistiche, oggi ci si sta chiedendo che cosa andremo a scrivere per esempio per quello che riguarda i percorsi della magistrale anche.
Vogliamo un percorso clinico, sapete tutto il dibattito, siamo tutti convinti che ormai non è solo quello gestionale che funziona, anzi intanto occupa poche persone, ci interessa andare a perfezionare evidentemente la carriera clinica e quindi su questo.
Ma per incidere in questo senso devo andare a, perché questo mi dice la legge 42, attenzione, dice quello che tu hai scritto, quello che c'è sugli ordinamenti didattici, in questo caso dei percorsi post base, vanno a identificare le responsabilità, le competenze di un professionista.
Quindi siamo noi che ce lo dobbiamo costruire in funzione di quello che vorremmo fare. Bene, ancora, questa legge 42 quanto è fondamentale, quanto costituisce il perno e poi entra in merito e dice l'altro elemento del campo di attività e responsabilità è il codice deontologico.
Torno a dire, mentre il discorso dell'ordinamento è chiaro perché va a definire dei paletti ben precisi, va a definire il contenitore dove noi andiamo a scrivere le nostre competenze e anche quello che vogliamo fare per cui sulla base di questo che si trasforma nell'obiettivo formativo vado a disegnare il percorso, quindi vado a costruire la competenza professionale.
il codice deontologico era già scontato perché è insito nel significato di professione, la nostra è una professione sanitaria ma pur sempre una professione definita dal codice civile una professione intellettuale.
Bene, perciò voglio dire riferimento giuridico, tant'è che su questo si continua a dire, forse è un elemento che spesso viene a mancare, sempre di più i nostri cittadini sono consapevoli di questo.
Tanto che spesso molti contenziosi nascono dal non rispetto non tanto della componente tecnologica ma della componente deontologica.
E poi la legge 251 del 2000 che entra in merito, poi faremo un flash, dove va di nuovo a definire l'autonomia professionale già implicitamente definita dalla legge 42 e definita dal profilo del DM 739 del 94.
Ho citato anche la legge 24, l'ultima nata, di cui fiumi di parole, di corsi, di convegni, congressi, bisogna parlarne, discutere, bisogna anche qui essere consapevoli.
In quella legge noi tutti siamo considerati e qui c'è una piccola giustizia fatta da parte del legislatore che definisce tutti a pari grado esercenti le professioni sanitarie, quindi con tutte le responsabilità evidentemente che derivano per noi dal DM 739, legge 42 e legge 251.
Quindi vedete che il conto torna sempre, non entra in merito alla legge 24, però dico una cosa, una cosa che sottolinea questa legge, forse poco se ne parla, che entra in merito all'umanizzazione del rapporto tra professionista e chi riceve le prestazioni.
Chi riceve evidentemente degli atti da parte degli esercenti delle professioni sanitarie. Ed è un elemento importante. E come si umanizza un rapporto in un contesto così complesso? Qual è il sistema salute con tutte le sue sfaccettature?
Beh sicuramente ognuno per il suo profilo attraverso il suo codice di deontologia dove va a declinare in maniera precisa quale sarà il suo comportamento o che cosa si può aspettare il cittadino da quella professione.
Senti e stoppatemi a 5 minuti prima, io mi interrompo.
del 2000 dove esplicita, come dire, il significato, non tanto il significato, da il mandato evidentemente a questi professionisti, dice svolgono con autonomia, quindi è un imperativo, attenzione, non è un optional, con autonomia professionale.
Anche qui potrei fare una riflessione su questo termine, perché i termini, guardate, hanno un significato, no? Lo sappiamo. Dove autonomia, io lo dico sempre, quando ragiono con i miei colleghi, è una riflessione che faccio di solito a me stessa.
autonomia non vuol dire che ognuno fa quello che vuole
ma vuol dire che evidentemente ci sono tutta una serie di definizioni sul concetto di autonomia
ma è la capacità di assumere responsabilità
compreso evidentemente la componente deontologica
che non è digiunta assolutamente dal resto
ecco questo vorrei farvi riflettere in maniera molto forte
Dice attività con autonomia professionale, attività diretta alla proprietà, cioè in base a quanto identificato dal profilo professionale dei codici deontologici utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi dell'assistenza.
e su questo noi, ahimè, siamo un po' a macchia di leopardo.
Anche questa è una responsabilità diontologica.
Il fatto che noi abbiamo, noi viviamo su un territorio di uno stato, il bel paese,
forse il più bel paese del mondo, è il nostro ma perché ce lo dicono anche gli altri,
però ahimè siamo abituati a ragionare molto a macchia di leopardo.
Dipende dai territori, ma anche all'interno dello stesso territorio.
Se io penso alla città di Roma, 6 milioni di abitanti esclusi, tutti parlo dei residenti esclusi, c'è servizi sanitari a non finire, ma all'interno dello stesso quartiere si può dire che abbiamo situazioni molto diverse.
E dipende molto anche dalle componenti professionali che si comportano, e qui rientriamo, in maniera probabilmente molto diversificata.
Attenzione però, ritorniamo sempre al punto, su quello che il cittadino chiede e chiede vorrebbe avere gli stessi diritti un po' dappertutto.
Tutto quello che il collega prima citava, l'articolo 32 della Costituzione, santo articolo 32 che dice delle cose fondamentali, ma credo che avrebbero diritto tutti i cittadini in ugual modo di avere professionisti, non entro nell'ambito di tutti i nostri problemi che sarebbero anche troppi.
Quindi perché parlare così tanto di deontologia se evidentemente non andiamo a ragionare, ma abbiamo riflettuto, lo stiamo facendo, di responsabilità e competenze.
Beh qui una definizione di Bentham, insieme di regole che cos'è la dentologia? Perché ripeto qualche volta è quasi qualche cosa che sta lì ma sì dai ma è come dire un po' la morale, un po' qualcosa che è un optional, è qualche cosa di cui però è importante che io sono bravo a definire una tecnologia anche la più sofisticata in maniera precisa.
Tralasciando l'elemento, che è l'elemento fondamentale, che è quello probabilmente che produce, attenzione, una parola che è molto significativa, anche che ha una ricaduta sui contenziosi, qui ci sono delle ricerche in questo senso, che è la fiducia.
Se il professionista non è in grado di comportarsi adeguatamente, quello che scatena è la rabbia. Può essere bravo quanto ti pare. Guardate ogni volta che io parlo di professionista, lo intendo inserito evidentemente in un gruppo professionale, inter, intradisciplinare, multidisciplinare eccetera.
Quindi parliamo di competenze quelle vere, quindi insieme di regole autodisciplina, perché è la stessa professione che si disciplina, non sono gli altri.
In funzione delle nostre competenze, dei nostri contesti, di tutta una serie di robe, evidentemente, tant'è, non a caso, in questo anno si è molto discusso,
Siete stati chiamati un po' tutti a dire la vostra anche sul codice deontologico che si vada a aggiornare, perché non è un documento fisso che rimane nella storia, no, si modifica in funzione anche di tutta una serie di cambiamenti che ci sono dal punto di vista sociale, politico, di politica sanitaria, economico, dei bisogni di salute.
Evidentemente se i professionisti non hanno questa capacità, solo una parte di competenza è soddisfatta, ma non tutte.
Bene, ovviamente se vogliamo fare, come dire, scendere un pochino più nei dettagli e nel nostro codice che ovviamente anche se ho fatto delle slide ma correremo perché appunto ci fermiamo alla riflessione che credo che sia l'elemento fondante, di fatto viene definito un agente morale.
Agente morale è una persona che compie scelte di natura etica, per esempio il nostro viene molto definito, come dire, dagli esperti un codice più etico che deontologico.
Ha molti principi etici all'interno e poi vedremo un pochino la differenza.
poiché il suo agire è condizionato ma non interamente determinato, sicuramente dal contesto, dalla persona assistita, dalle prescrizioni terapeutiche, dall'organizzazione del lavoro.
Noi dobbiamo avere una grande adattabilità, ma potremmo aggiungere anche altri elementi. Probabilmente oggi, e questo è il mio pensiero, ma lo dico, anche dalla modalità o dalla valorizzazione che noi abbiamo.
Perché se io come professionista mi sento valorizzato mi comporto probabilmente anche in modo un pochino diverso. Se mi sento cosa che traspare all'interno della nostra famiglia professionale, non sufficientemente valorizzato e non voglio aprire una guerra,
Pensiamo al fenomeno del demanzionamento, alle dotazioni organiche non sempre appropriate o adeguate. Allora è chiaro che lì scatta qualche cosa che mette in difficoltà anche il professionista e probabilmente non splende per le competenze per quanto gli è richiesto.
quindi la sintesi ovviamente tra norma giuridica
vanno di pari passo, non sono digiunte come dicevamo prima
la norma morale, la deontologia e la cultura infermeristica
che tra l'altro poi che pernea il nostro codice di comportamento
bene, che cos'è la deontologia? Lo sappiamo, l'insieme codificato di obblighi
e qui ritorniamo sempre a bomba, non a caso il legislatore l'ha precisato
fare meno, però ce lo troviamo, per cui non è appunto un'opzione, ma un obbligo da rispettare.
Quali sono i principi etici? Beh, insomma, potremmo approfondire. I principi etici che
sono contenuti sono dei principi universali, tant'è non a caso il codice dell'infermiere
prende spunto da altri codici che, voglio dire dal punto di vista scientifico anche, ma progettuale, ma di sintesi da parte di una famiglia professionale che non è solo, tutto sommato, quella piccola italiana, ma di tutto il mondo,
il mondo, continua a ragionare, continua a dibattere e continua a condividere con qualche
variazione, tant'è che il nostro codice si ispira molto a quello dell'ICN, dell'International
Council of NERDS, no? E come diceva il collega, io sono d'accordo, è bellissimo, c'è qualche
cosa, c'è una battaglia sull'articolo 49, andiamolo a rivedere, sicuramente si sta rivedendo,
andiamola ad aggiornare in funzione di quello che dicevamo prima al contesto, all'anno, al periodo storico in cui viviamo, ai problemi che abbiamo, alle situazioni organizzative
però di fatto rimane un qualcosa e questi sono i principi etici evidentemente che sottendono, ecco in particolare il principio di autonomia, di beneficialità, di non maleficialità, di giustizia e equità
Ma se noi questi li applicassimo, sono scritti nel codice, ma se fossero realmente per ognuno di noi professionisti i nostri principi guida e qualsiasi contesto, in qualsiasi momento, qualsiasi intervento noi facciamo e riusciamo a metterli dentro,
fare il bene dell'altro, non nuoscere, attenzione è uno dei più grandi principi, valori che evidentemente noi abbiamo, che sicuramente ci guidano da che abbiamo iniziato a fare il nostro percorso professionale.
Il principio di giustizia e di equità, ci ragioniamo molto, no? Il codice entra in merito, cioè noi assistiamo chiunque, abbiamo avuto anche tutta una serie di situazioni in cui abbiamo preso posizione in questo senso, anche a livello sociale, a livello politico, no?
E quindi sicuramente ci contraddistingue. Questo è tutto l'iter del nostro codice deontologico, l'ultimo del 2009. Devo dire che rispetto anche ad altre professioni sanitarie non regolamentate, noi siamo partiti dal 66,
per cui insomma, chiaramente i primi due codici, chi se li ricorda, chi è meno giovane come me, sostenevano solo i principi etici della professione, non entravano nel dettaglio, invece dal 99, non a caso, legge 42, poi immediatamente cambio di rotto per quello che riguarda i percorsi formativi, quindi tutta una serie di robe, di cambiamenti,
Per cui ha dovuto adattare, evidentemente, la sua scrittura, la sua tenuta al contesto. L'ultimo del 2009, che ha modificato leggermente, per esempio quello del 99, metteva molto in luce il concetto di responsabilità del professionista.
Quello del 2009 sposta un po' l'asse di attenzione non tanto sulla responsabilità professionale dell'infermiere, che sicuramente c'è tutta, ma sulla centralità della persona, della persona assistita, della persona.
51 articoli, quanto mi rimane? Ci siamo? Ah no io pensavo di avere qualche minuto. 51 articoli che ovviamente rappresentano i valori che i professionisti infermieri eleggono perché sono gli infermieri che lo scrivono, torno a dirvi, anche se mi dispiace.
Per esempio l'ultima consultazione, gli infermieri di 440.000 circa, che sono regolamentati, abilitati, iscritti agli albi, non so quanti, io faccio il mio riferimento a Roma, rispetto ai 32.000 a qualcosa iscritti, hanno risposto a Alessandro in quanti?
E devo dire che qualcuno ha partecipato e c'è anche i convinti, ha dato dei suggerimenti fantastici, addirittura qualcuno si sono uniti in gruppo per ragionare, parliamo di infermieri che lavorano in diversi contesti assistenziali, questa è la cosa bella.
Infatti ho detto che bisognerebbe creare anche dei laboratori, ma dei salotti di discussione ogni tanto, pure vedersi intorno a un caffè tra colleghi all'interno delle parti e degli ospedali e ragionare su alcune cose e dare delle indicazioni perché poi diventano tue, sei tu che l'hai suggerito e perché è frutto evidentemente dell'esperienza, della competenza di tutta una serie di elementi.
Bene, guardate, mi fermo a questa diapositiva perché è un po', anche se avevo sottolineato diversi articoli del codice, perché entra in merito a tutta una serie di responsabilità, di competenze, per quello che riguarda la contenzione, le cure palliative,
la capacità che ha questo, o meglio il comportamento che assume per la sicurezza delle cure, sulla ricerca, la ricerca scientifica, perché è una professione che, anche qui, legge 24, no?
nel 2017 il collega ha citato la legge Balduzzi, a cui la legge 24 fa riferimento, cioè tu sei discolpato se hai seguito alla tua attività il tuo intervento,
seguendo linee guida, buone pratiche, ma non quelle che ci ha dettato il cugino o il vicino di casa, evidentemente validate, e a cui noi partecipiamo,
ma attenzione, penso anche alla società scientifica AICO che parteciperà alla stesura delle buone pratiche,
anche se già si sta facendo all'interno evidentemente delle varie aziende sanitarie.
Quindi vedete, c'è qui riportato dall'articolo 2, dove entra in merito alla relazione tra professionista e persona assistito,
E dice che fa il perno sulla relazione fra questi due soggetti, che non sempre sono solo due, perché se io pensassi a una camera operatoria, a un'equipe multidisciplinare, la vedrei coesa, o quantomeno che devono discutere e condividere alcune scelte anche, ma che poi si devono confrontare con altri.
E questa è una capacità che i professionisti devono avere, che sono richiesti. Comunque, dice, relazioni che si realizzano attraverso interventi specifici, autonomi, complementari, di natura intellettuale, tecnico-scientifica, gestionale, relazionale, educativa.
E riprende il profilo, dove questo è un altro elemento, il profilo dice attenzione caro professionista infermiere, la natura del tuo intervento è tecnica relazionale educativa.
Noi se andiamo a fare un'indagine, qualcuna è stata già fatta, l'aspetto che più risalta che noi facciamo è quello tecnico, ci fermiamo lì, spesso e volentieri, l'aspetto relazionale ed educativo esce poco fuori.
E qui evidentemente bisogna lavorarci molto sopra. Quindi con chiaramente ogni termine ha il suo significato e io direi, chiaramente avevo sottolineato i vari articoli, pensate all'articolo 22 l'infermiere conosce il progetto diagnostico-terapeutico per le influenze che questo ha sul percorso assistenziale.
E la relazione con la persona. Ma io lo immagino, questa è una traslazione anche in una sala operatoria, dove tu devi sapere che intervento, tu lo prepari l'intervento e sai anche le ricadute che avrà sulla persona.
Per esempio ci sono organizzazioni dove, immagino gli infermieri della Camera Operatoria si parlano con quelli del reparto, definiscono anche il percorso.
Spero che per la maggior parte sia così, perché tu sai benissimo, tu devi sapere quello che deve essere fatto, lo devi pretendere di sapere, perché da lì scaturisce evidentemente tutta la tua competenza e quindi la tua responsabilità.
E così via, potremmo andare fino all'infinito. E comunque vado veramente a concludere. Io vi ringrazio, è stata una riflessione, se ci sono delle domande mi fa piacere.
Metto questa frase perché mi piace sempre, ma perché credo molto in una nostra difficoltà a imparare a relazionarci e poi questa di Platone che sicuramente la trovo molto appropriata anche alla nostra riflessione in termini di ideontologia,
dove la cura del corpo è quello dello spirito, mai al di là del fatto che l'ha detto Platone, ma insomma credo che siamo tutti convinti come professionisti di una professione sanitaria, di una professione intellettuale rivolta all'uomo che non può essere che così. Grazie.
Il codice deontologico è senza ombra di dubbio la guida dell'agire quotidiano dell'infermiere, dobbiamo imparare a vedere il codice come una vera e propria carta dei valori rivolta ai cittadini, come diceva la dottoressa Pulimeno per la prima volta si è dato la possibilità di dibattere su quella che è la bozza del nuovo codice deontologico
Noi stiamo per abbandonare il codice deontologico della versione 2009 e la versione definitiva del nuovo codice deontologico verrà presentato in occasione del congresso nazionale che esiterà proprio qui a Roma a marzo 2018.
Sono aperte le iscrizioni, vi dice giustamente la Presidente.
Il prossimo argomento è la comunicazione chiave della sicurezza e chiamo a relazionare la dottoressa Maria Concetta Colella, coordinatrice del blocco operatorio dell'ospedale civile di Sulmona.
Buonasera a tutti, dopo queste due splendide relazioni a me è un compito arduo quello di parlarvi di comunicazione, adesso tocca a me comunicare con voi e fare in modo di riuscire a catturare la vostra attenzione.
Vi complimento con la presidente dell'Ipasvi di Roma che in pochi minuti ha saputo deliziarci e fare un volo sulla professione dandoci tutto quello di cui avevamo bisogno e tutto quello di cui abbiamo bisogno tutti i giorni per lavorare.
chiedo alla regia di seguirmi un attimino
io parlo di comunicazione
non mi piace parlare dal palchetto
per cui vi chiedo la cortesia di seguirmi
vi prometto che non farò molti passi in qua o in là
doverosi ringraziamenti al presidente di questo prestigioso evento
il professor Palazzini
e in particolar modo al Presidente nazionale AICO, il Dottor Casarano, che mi hanno voluto in questa sede a relazionare e a parlare con voi di questo argomento.
Comunicare, quindi a parlare di comunicazione per capire quali sono le implicazioni che la comunicazione ha quando parliamo di sicurezza e quindi capire, questo cercherò di fare in questo percorso che sto per iniziare
e che vorrei che fosse partecipato, vorrei coinvolgervi in questa cosa, capire quindi quali sono le implicazioni che la comunicazione ha sulla sicurezza e capire come le nostre organizzazioni devono ripensare l'organizzazione stessa per gestire il rischio e quindi la sicurezza dei pazienti.
Quindi ovviamente eviterò di parlare con voi di comunicazione, dei metodi di comunicazione, degli strumenti, degli assiomi della comunicazione, della comunicazione verbale, non verbale, eviterei anche perché queste credo che siano competenze che tutti quanti abbiamo e quindi andrei avanti.
Però non posso omettere quantomeno di dire che cos'è la comunicazione o perlomeno di dire che la comunicazione è un elemento essenziale nella vita di relazione che sta alla base delle nostre relazioni,
quindi alla base della relazione che ognuno di noi ha con l'altro e che rappresenta uno scambio di parole, di idee, di sguardi, di emozioni, di competenze, di valori, di un sacco di cose che noi ci scambiamo, mettiamo in comune proprio comunicando.
La sanità odierna, non ve lo so dire io, la conoscete tutti meglio di me, è caratterizzata da un modello di lavoro che è cambiato un po', è passato da un tipo di lavoro, da un tipo di modello economico-aziendale, è passato a questo tipo di modello.
dedicando un'attenzione sempre maggiore però a quella che è la qualità e la sicurezza del paziente
rivolgendo un occhio particolarmente attento al nostro cliente, al cittadino
che è diventato il committente dei servizi
quindi se oggi in sanità si guarda con attento occhio a quella che è la qualità
diciamo che la qualità di un servizio è rappresentata dalle caratteristiche che gli consentono di soddisfare le attese di chi lo utilizza.
Io da cittadino mi aspetto un certo livello qualitativo nei servizi che i sanitari, che il mondo della sanità mi offrono.
Quindi parlare di qualità non significa solo parlare di efficienza, efficacia, appropriatezza, tutte quelle belle parole che ci insegnano sui banchi di scuola
ma anche e direi soprattutto di sicurezza del servizio offerto. Quindi che cos'è la sicurezza? La sicurezza è una condizione oggettiva esente da pericoli o garantita contro eventuali pericoli, deriva dalla capacità di progettare e gestire organizzazioni in grado di minimizzare la probabilità dell'errore e massimizzare la possibilità di intercettarlo qualora l'errore avvenga.
In conseguenza dell'aumento dei costi del servizio e di una forte riduzione delle risorse, anche qui io dicevo prima a una collega che vivo sulla mia pelle e tutti voi la vivete sulla vostra, la contraddizione di tutti i giorni dove le nostre strutture, le nostre organizzazioni, le nostre aziende ci chiedono di dare di più con meno risorse.
Questa è una cosa che stride e un concetto che fa, passatemi il termine, a cazzotti con tutto quello che invece di vero in sanità dovrebbe succedere.
Quindi in conseguenza di questo aumento dei costi e della riduzione delle risorse il nostro sistema sanitario ha conosciuto negli ultimi anni grandi trasformazioni, quindi abbiamo trasformato le nostre organizzazioni cambiando i modelli organizzativi e questo ha determinato una nuova impostazione di molti processi assistenziali.
No, queste trasformazioni hanno acuito i bisogni comunicativi esaltando la necessità di trasformare l'approccio alle cure da una continuità incentrata sul singolo operatore a una incentrata sul sistema chiamando in causa anche l'organizzazione del lavoro.
La nostra professione ieri, vedete ho tracciato qualche informazione, prima avevamo una verticalizzazione del lavoro, avevamo il vincolo del manzionario come diceva la Presidente, avevamo un'organizzazione piuttosto gerarchica, la completa subordinazione dell'infermiere, questa è una cosa nota, il paziente aveva un ruolo passivo nel processo di cura e la cura era centrata sulla malattia.
Oggi le cose sono molto cambiate, vediamo che il lavoro è più orizzontale, non abbiamo più il manzionario, viva Dio, abbiamo una professionalizzazione dell'attività infermieristica, da quando sapete gli infermieri sono andati in università, il nostro processo, il nostro percorso di studi è migliorato?
Punto di domanda. Sì, mi sento di dire che teoricamente è migliorato, però questo è un altro discorso, non voglio entrare altrimenti potremmo fare anche dei danni.
Agli infermieri sono richieste quindi competenze, ma non solo le competenze classiche di sempre, sono richieste delle competenze diverse, le cosiddette soft skills, quindi tutte quelle competenze che non sono quelle tecniche, tra le quali anche la comunicazione, anche il saper comunicare.
Il paziente ha un ruolo attivo e la cura è centrata sulla persona, ci viene chiesto anche di avere competenze in comunicazione interculturale, sappiamo ormai, lo viviamo tutti i giorni, che la nostra è diventata una società multietnica per cui dobbiamo anche essere pronti a comunicare con razze diverse, con popolazioni diverse, con usi e abitudini diverse dalle nostre e lingue diverse dalle nostre.
esistono nuovi bisogni della popolazione
c'è un progresso scientifico che è andato avanti
nel frattempo si è evoluto
e una rapida e continua evoluzione del sistema sanitario
vabbè l'abbiamo già visto con tutte le
entriamo nel dettaglio se vogliamo
e vi porto in sala operatoria
chi di voi lavora in sala operatoria
non vedrà nulla di nuovo
chi è fuori dalla sala operatoria
e quindi vive e lavora tutti i giorni nelle corsie, potrà in questo modo entrare insieme a noi
e capire, forse un po' più da vicino, quella che è la realtà che noi viviamo tutti i giorni.
Il blocco operatorio non è una novità, rappresenta uno dei contesti produttivi sanitari a più alta complessità
ed è quello più frequentemente interessato da radicali trasformazioni
e maggiormente caratterizzato da una forte interazione tra i professionisti
Il presupposto fondamentale e ineludibile rimane la garanzia di sicurezza e qualità del servizio reso all'utenza, come vi dicevo prima, se io entro in un blocco operatorio dove non conosco nessuno, dove le persone vanno in giro mascherate, ho bisogno di sapere che sarò al sicuro, ho bisogno che qualcuno mi faccia sentire al sicuro, queste sono anche queste belle parole che diciamo sempre, il paziente, lo sguardo, la parola, cura, però poi in effetti lo facciamo?
Quanto ci piacerebbe, io l'ho provato e quanti di voi l'avranno provato, quanto ci piacerebbe che sul freddo tavolo operatorio una sola parola ci venisse detta per tranquillizzarci, per infonderci quella sicurezza di cui abbiamo bisogno.
Responsabilità a cui si è tenuti a rispondere e l'esigenza di garantire standard di performance elevati richiedono un continuo confronto critico tra i professionisti della salute, quindi in questa realtà.
Vedete, quella è un'immagine di una sala operatoria di non so quanti anni fa e questo che non si vede per intero, non so perché, perché non si vede per intero questa slide? Colpa mia?
questo è lo sharp end
quello che si definisce sharp end
è la prima linea
questa è la prima linea di oggi
quella che tutti conosciamo
le organizzazioni sanitarie sono luoghi
come abbiamo detto ad alta complessità
e a rischio di eventi avversi
questo signore ha un piede al posto della mano
giusto per spezzare un attimino
e alleggerire perché
le relazioni precedenti
sono state bellissime
però piene di significati
significati corposi, io vorrei alleggerire un attimino di più proprio perché parlo di comunicazione
altrimenti ci addormentiamo tutti, già è ora di merenda, la mia glicemia sta a tre.
Quindi la complessità intrinseca della sicurezza in sala operatoria è caratterizzata da tutto questo,
da un elevato numero di professionisti coinvolti, da un elevato carico cognitivo e di lavoro del personale,
dalla vulnerabilità dei pazienti, dalla variabilità e dalla imprevedibilità delle situazioni critiche, dalla quantità di informazioni richieste, dalla pressione del tempo, dal contenimento dei costi che comunque siamo chiamati a considerare, usa questo, non usa quel farmaco, costa 200 euro, perché l'hai usato, chi l'ha usato, dove l'avete messo, perché l'abbiamo comprato, perché non possiamo farne a meno
e non voglio fare nessun appunto sulla pressione del tempo che noi viviamo, abbiamo l'orologio qua sulla noce del capocollo, abbiamo i chirurghi che ci alitano sul collo e vabbè poi magari ce le diciamo queste cose così ci sfoghiamo quantomeno.
L'elevato livello tecnologico, la limitazione delle risorse tecnologiche e umane da sempre e la molteplicità dei momenti critici nel processo assistenziale, noi lavoriamo anche in emergenza per cui non sempre la nostra attività è programmata e quando ci siamo chiamati in emergenza è ovvio che aumenta il momento di criticità.
nelle situazioni lavorative ordinarie o in emergenza tutto il personale sanitario, medici, infermieri e tutti gli altri professionisti
che insieme a noi sono attori nel cosiddetto teatro operatorio come viene definito da un po' di anni
comunicano tra di loro utilizzando però stili diversi per cui una modalità comunicativa univoca è fondamentale per ridurre gli errori
e limitare la perdita di informazioni determinanti nei processi decisionali.
E' emblematico questa indicazione stradale dove l'autostrada sta ora a destra ora a sinistra,
a volte succede anche nelle nostre realtà e non solo in sala operatoria.
Il mondo sanitario quindi è percorso da tensioni, conflitti, contraddizioni disfunzionali,
incompatibilità di carattere, scassità di risorse abbiamo già detto, problemi ambientali,
stress da lavoro e il quotidiano assistenziale vede gli operatori gravati da un contatto continuo con il carico di sofferenza che la malattia comporta, questo non ce lo dobbiamo dimenticare, noi non siamo automi, se io vedo arrivare un bambino che deve essere operato magari in urgenza, magari per una cosa seria, magari ci può stare tutto,
è chiaro che io non posso farmi scivolare di dosso tutto sempre, è chiaro che emotivamente l'impatto resta sempre, a meno che uno non è proprio una macchina, però insomma siamo uomini, sfido chiunque a riuscire a farlo.
Raramente però pensiamo che l'origine del disagio che noi magari viviamo nei nostri contesti sia dovuto allo stile comunicativo, dal modo in cui ci poniamo in relazione con i pazienti, con i colleghi, con la struttura, quindi con l'istituzione.
In questo contesto particolare rilevanza infatti assumono i processi di comunicazione all'interno dell'equip operatoria nella quale tutti gli attori dello sharp end, quindi della prima linea, non lavorano isolatamente l'uno dall'altro.
noi lo sappiamo, in sala operatoria siamo un'equip, così come si è un'equip anche nei reparti, lì forse ci è richiesta una collaborazione più stretta, più gomito a gomito
e dobbiamo assicurare quel clima di collaborazione tra di noi, quel clima che è indispensabile per prevenire l'occorrenza di incidenti per i operatori,
quindi tutti gli incidenti che avvengono prima, durante e dopo, tanto per intenderci,
e garantire la buona riuscita dell'intervento e il migliore outcome possibile per il paziente.
La comunicazione è una componente strutturale fondamentale delle organizzazioni.
Per garantire una continuità assistenziale sicura e di qualità,
i membri del team sanitario devono avvalersi di efficienti ed efficaci meccanismi di comunicazione.
Oggi non vi insegnerò a comunicare, non vi darò la ricetta magica per uscire da qua dentro e domani essere abilissimi e perfetti comunicatori.
E' chiaro che non esiste una ricetta magica, non esiste una bacchetta, però quantomeno ci diciamo e amplifichiamo, approfondiamo un po' le nostre conoscenze e se uscendo da qui ognuno di noi si porta via anche solo un concetto, anche solo una sensazione, anche solo un'idea è sempre una cosa positiva, è comunque positivo.
L'endover questo sconosciuto che cos'è? È il processo di trasferimento della responsabilità professionale visto che di responsabilità abbiamo tanto parlato fino a poco fa e la presa in carico di alcuni o di tutti gli aspetti di un determinato processo di cura che sia su base temporanea o permanente tra di noi, il processo di trasferimento della responsabilità quindi della presa in carico.
E' una delle fasi più importanti e critiche che il personale si trova ad affrontare ogni giorno.
Una grande percentuale di errori avvenuti durante le fasi di trasferimento del paziente, quindi del trasferimento del paziente quando abbiamo comunicato tra di noi, è dovuta ad una mancata, errata o incompleta comunicazione durante il passaggio di consegne tra gli operatori sanitari.
L'applicazione di un endover strutturato e ben organizzato ha lo scopo di ridurre il rischio di errori e ottimizzare la sicurezza del processo assistenziale.
Quindi nel momento in cui io strutturo e organizzo per bene la modalità con cui trasferisco le informazioni, con cui comunico con il collega piuttosto che il collega della cossia,
Tuttavia quando tutto questo è organizzato e ben strutturato possiamo sperare, comunque tentare di ridurre la possibilità di errore perché l'errore si può ridurre, prevedere ma non si può abolire del tutto e questo è un dato di fatto.
Uno dei maggiori elementi di sicurezza del lavoro in team è costituito da una buona comunicazione. Infatti il lavoro in equip è da intendersi come una serie di comportamenti specifici di interrelazione che si combinano tra di loro per facilitare la realizzazione di una prestazione di qualità ottenuta con metodi di adattamento delle competenze di gruppo alle peculiarità della situazione adattata.
vale a dire una serie di comportamenti agiti da un certo numero di persone
adattando le competenze di ognuno di loro al contesto.
Se all'interno di un team la comunicazione incontra ostacoli,
è ancora più accidentato il cammino quando si tratta di rapporti tra aree diverse dell'organizzazione
e tra professionisti diversi che operino disgiuntamente.
E come già detto, quando i professionisti della salute non comunicano o comunicano male tra loro, la probabilità che qualche cosa non vada per il verso giusto aumenta considerevolmente, rendendo difficoltoso il riconoscimento e la prevenzione di gravi complicanze, ovviamente per il paziente.
E questo non è una buona cosa.
Queste slide che si leggono per metà.
È sempre più forte l'evidenza che i fallimenti della comunicazione, quali omissioni di informazioni, errate interpretazioni, conflitti intercorrenti tra i componenti dell'equip, sono una causa frequente di errori sanitari e di eventi avversi che possono generare danni al paziente,
Costituendo un rilevante ostacolo alla sicurezza e alla qualità dell'assistenza. Quindi la comunicazione tra operatori di uguale o diverso profilo professionale è notoriamente e globalmente considerata un fattore chiave per garantire l'appropriatezza, l'efficacia e la sicurezza dei trattamenti sanitari resi.
Quindi queste sono sintetizzate le più frequenti cause alla base delle difficoltà comunicative che abbiamo già in qualche modo detto, la complessità e la dinamicità del sistema, i bisogni degli assistiti, la numerosità dei sanitari, la tensione storica e il rapporto gerarchico tra le diverse categorie professionali e qui non voglio aggiungere altro anche se avrei voluto aprire tutto un capitolo su questo punto.
Tra i professionisti si verificano comportamenti aggressivi o sprezzanti a volte, manifestazioni di potere, questioni di genere, adozione di stili diversi di comunicazione interprofessionale.
Ovviamente tutta questa fotografia rappresenta un substrato che non facilita né il confronto né la collaborazione tra gli operatori sanitari.
E questo è quello che diceva nel lontano 2002 Rison, gli uomini sono fallaci e gli errori si verificano purtroppo in tutte le organizzazioni per quanto esse possano essere perfette o perfettibili.
Qua ne abbiamo più di un esempio dove la tecnologia, difetti comunicativi, difetti organizzativi, mancate conoscenze e poi negligenza, imprudenza, imperizia, inosservanza delle regole, tutti questi fattori hanno determinato l'errore umano o tecnologico e quindi causato dei danni a delle persone che si aspettavano un'altra qualità, si aspettavano la sicurezza.
Se io salgo su un aereo mi aspetto che l'aereo poi arterli sano e salvo, giusto? Se io entro in sala operatoria mi aspetto di uscirne vivo.
Gli eventi sentinella che sapete tutti cosa sono, come vedete in questo studio che non si legge, non se ne legge la provenienza e sinceramente non me la ricordo,
La comunicazione rappresenta la causa maggiore di Evento Sentinella.
Sapete tutti che basta anche solo un evento perché tutto il sistema è tenuto a riorganizzarsi e capire per quale motivo l'evento è accaduto.
Purtroppo sugli eventi di Sentinella c'è tutta una letteratura e poi ognuno di voi potrà andare ad approfondire se vuole.
Grazie a Dio, nel Lancet del luglio 2017, qui si vede appena, ma noi siamo in termini di qualità e di sicurezza del servizio, siamo al dodicesimo posto.
in questa, solitamente siamo sempre verso la fine dell'elenco, non siamo messi così male.
Quindi quante barriere però abbiamo ancora da rimuovere e quanti sforzi ancora dobbiamo fare per cambiare all'interno delle nostre strutture la realtà, così come ve l'ho descritta io, catastrofica direi.
Nel mondo che succede? Dai dati della Joint Commission del 2011 nel 60% dei casi la comunicazione è risultata essere il terzo più comune fattore contribuente agli eventi dannosi.
Nel monitoraggio degli eventi sentinella del Ministero della Salute italiana riferito a questo periodo quindi 2015-2011 nei commenti conclusivi si evidenzia l'estrema criticità di una comunicazione interpersonale che risulta spesso inefficace sia tra gli operatori che tra operatori e pazienti.
quello che succede. Quindi comunicare bene direi che è fondamentale. Lo scambio efficace
di informazioni è necessario per garantire il raggiungimento di un'adeguata consapevolezza
situazionale e è necessario per creare un modello mentale più possibile rispondente
al vero. La conseguenza ultima di errori a questo livello ovviamente è la compromissione
della successiva fase decisionale con gravi potenziali ripercussioni in termini di sicurezza
La comunicazione efficace dovrebbe essere questa, dovrebbe essere realizzata seguendo, cioè rispondendo a questi punti, dovrebbe essere completa, chiara, breve, tempestiva, ma soprattutto disponibile.
Bisogna avere voglia di comunicare, perché se non abbiamo voglia di comunicare non andiamo da nessuna parte.
Per quanto riguarda nello specifico la sala operatoria, il Ministero della Salute nell'ottobre del 2009 ha stilato per noi questo documento.
che è il manuale per la sicurezza in sala operatoria che contiene raccomandazioni e checklist, questo è un documento che mi auguro sia noto a tutti, in questo documento sono previsti 16 obiettivi per la sicurezza in sala operatoria, tra questi 16 obiettivi il dodicesimo è proprio il nostro, promuovere un'efficace comunicazione in sala operatoria
E vediamo quali sono gli strumenti che il Ministero della Salute ha messo a nostra disposizione proprio per aiutarci a comunicare bene, per aiutarci a prevenire, a ridurre gli errori e i danni sui pazienti.
Con il dodicesimo obiettivo il Ministero ha previsto l'adozione di una checklist che tutti conosciamo, la checklist ministeriale famosissima, quella in cui sono previste tre fasi, sign in, sign out e time out, le ho dette mischiate ma è lo stesso.
E questo strumento serve a noi per comunicare in forma scritta tutte le informazioni che riguardano il paziente dal momento in cui viene accolto nel blocco operatorio fino al momento in cui viene dimesso.
quindi il personale del reparto quando accompagna il paziente in sala operatoria saprà che il collega della sala operatoria prendendo in carico il paziente
prende in carico anche tutte le informazioni di cui ha bisogno, di cui si ha bisogno per procedere con l'intervento.
Stessa cosa in senso contrario quando il paziente viene dimesso dal blocco avviene una comunicazione in senso inverso
nel senso che il personale del blocco operatorio comunica tutte le informazioni necessarie e dovute al personale che viene dalla corsia
e sono contenute in questa checklist tutte le indicazioni che sono necessarie, se deve fare degli antidolorifici, quali sono i parametri, se ci sono altre attività da fare
E tutto quello che è successo nel blocco operatorio durante la fase perioperatoria viene tutto annotato sulla CEC.
Non c'è bisogno che vi spieghi come è fatta, lo sapete tutti, posso sorvolare.
Questo è uno strumento per la comunicazione nel blocco operatorio, la comunicazione scritta.
E questa è la checklist ministeriale che poi nelle organizzazioni ognuno di noi nelle nostre realtà ha potuto modificare su consiglio del ministero calandola nelle nostre realtà, ognuno nella nostra realtà, quindi cucendoci questo vestitino addosso in modo che in ogni realtà sia possibile sfruttare al massimo questo strumento che è di grande aiuto.
E allora la strategia comunicativa, la strategia per comunicare bene qual è? Che cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare? La strategia è sostenuta da tre cose. Una dal cambio culturale che è necessario colleghi, è necessario fare un cambio culturale perché il cambio culturale è la principale leva di miglioramento che deve trovare un convinto sostegno da parte dei leader di ogni organizzazione.
Adesso vedremo un po' più nel dettaglio. Possiamo utilizzare i tools di comunicazione strutturata che adesso vi citerò, sono strumenti per la comunicazione strutturata che possono essere utilizzati scegliendo tra di essi quello che più si confà alle nostre esigenze e è sostenuta anche dal clima interno positivo e sereno che è caratterizzato dal rispetto dei punti di vista e dei modi di fare di tutti.
Quindi questa linea di massima è sostenuta da questi tre elementi. I tools di comunicazione strutturata, ve ne ho citati quattro ma ce ne sono altri, sono diversi nella loro modalità di utilizzazione, forse il più utilizzato è il nursing and over isobar che adesso vedremo un attimino.
Questo è l'ISOBAR, il metodo cosiddetto SBAR.
L'OMS ha dato ampio risalto a questa metodica inserendola nel 2009 a pieno titolo tra i communication tools, quindi tra gli strumenti di comunicazione che noi dovremmo utilizzare per la sicurezza dei pazienti.
È un modello di comunicazione, come vi dicevo qui, breve e circostanziata che fa uso di affermazioni chiare e di un linguaggio critico e univoco.
Noi non ci dobbiamo perdere in chiacchiere quando dobbiamo comunicare, perlomeno in certi ambienti, magari in medicina c'è bisogno di una comunicazione che può essere in certi momenti un po' più morbida, meno stringata perché se non parliamo del momento dell'urgenza abbiamo il tempo di relazionarci con i colleghi e quindi anche di fare i ghirigori.
e possiamo come diceva il collega prima unire la comunicazione verbale a quella scritta in modo un po' più sereno ma in sala operatoria noi dobbiamo avere un linguaggio univoco, breve, conciso, chiaro a tutti perché i tempi sono quelli che sono, non è che stiamo lì a perdere il tempo per cui è importante anche fare poche chiacchiere e fare fatti chiari.
E' uno strumento utilizzato per trasferire le informazioni tra i professionisti attraverso una tecnica codificata, standardizzata e sicura.
L'impiego sanitario di questo metodo che è partito come per altri metodi come per la checklist, questi sono tutti strumenti che il mondo della sanità ha mutuato solitamente dall'aeronautica e questo è un altro di quelli.
L'impiego sanitario di questo metodo può essere utilizzato per standardizzare tutti i passaggi di informazione in qualunque fase del processo terapeutico ed in qualsiasi contesto sanitario.
Si applica sia ai passaggi di informazioni verbali che scritte e sia in ambito di routine che nell'emergenza.
È adatto per il passaggio delle consegne tra tutti gli attori coinvolti nel processo, permette un passaggio di consegne conciso, veloce e allo stesso tempo completo e ordinato.
perché che sia veloce, conciso, completo e ordinato non è detto che non sia poi efficace, che non contenga tutti gli elementi che noi vogliamo comunicare, riducendo le incomprensioni, la trasmissione di informazioni incomplete e le perdite di tempo.
I risultati conseguibili con l'uso di questi tools e con questo in particolare sono questi che vedete evidenziati, la comunicazione diviene breve, circostanziata e focalizzata sul problema da risolvere, gli errori individuali si riducono in quanto il sistema stesso crea delle protezioni,
Il lavoro di gruppo viene facilitato perché ogni rilevanza clinica tende a essere tempestivamente e esaurientemente condivisa tra tutti gli attori e si migliorano l'efficienza, l'efficacia e la qualità dei servizi sanitari soprattutto in termini di sicurezza perché poi alla fine questo è quello di cui noi abbiamo bisogno.
Puntare sulla cultura organizzativa che è il prodotto di un processo di apprendimento organizzativo profondamente radicato, perennemente aggiornato rispetto alle nuove sfide che l'organizzazione di volta in volta si trova a dover gestire.
L'insieme delle risposte e dei modi di agire propri di quell'organizzazione, quindi quando si dice puntare sulla cultura organizzativa, bisogna fare focus su questi punti, quindi sul modo di vedere le cose che caratterizza ogni organizzazione e che attraverso i processi di socializzazione viene interiorizzato da tutti i membri che cooperano in vista di un risultato comune.
Come vi dicevo prima non ho una bacchetta magica né una ricetta miracolosa, nessuna soluzione sul piano tecnologico o organizzativo è garanzia di una totale sicurezza per i pazienti, l'errore è sempre nito in angolo, esistono errori latenti e errori che invece si manifestano più chiaramente, occorre lavorare sull'osservazione delle pratiche di lavoro per gestire continuamente i rischi, preparare gli operatori a contenere l'errore visto che è impossibile eliminarlo del tutto,
soprattutto rafforzare i processi di comunicazione all'interno dell'equip. Mi sento di aggiungere che la comunicazione, visto che abbiamo la presidente dell'IPASVI, che ce la devamo, va promossa a livello di sistema ma soprattutto resa una competenza di tutti gli operatori.
Va a mio giudizio, modestissimo giudizio, una formazione in questo senso va assolutamente inserita in quelli che sono i programmi di studio del personale medico e non, che non è che siamo solo noi a non saper comunicare, in ambiente sanitario siamo uno dei tanti che non è abituato a comunicare bene,
Che non sa comunicare bene e che avrebbe bisogno di imparare a farlo. Non siamo solo noi, chiusa parentesi. E forse noi un piccolo sforzo lo facciamo anche a differenza di altre professionalità.
Quindi è indispensabile approfondire il ruolo che la comunicazione può svolgere nelle aziende sanitarie, sviluppare conoscenze sugli strumenti e le pratiche della comunicazione, sviluppare un quadro concettuale adeguato e al passo con i tempi nel quale inserire la comunicazione aziendale in sanità, contribuire al miglioramento delle condizioni organizzative di implementazione della comunicazione nelle aziende.
E' chiaro che se io in sala operatoria ho il chirurgo che mi alita sul collo e non ho neanche il tempo di parlare con il collega perché su su dai dai, è chiaro che a quel punto devo fare in modo che l'organizzazione si renda conto che ci sono dei momenti in cui abbiamo bisogno di prenderci del tempo per fare le cose per bene.
Quindi la comunicazione può giocare un ruolo strategico come aiutando le persone a costruire senso, fornendo loro contenuti e strumenti per unire i puntini di una vita organizzativa sempre più veloce e sommersa da dati che ha bisogno di correlazione e significati, facilitare l'attivazione, il mantenimento e lo sviluppo di conversazioni organizzative come il briefing e il debriefing
che non so se qualcuno di voi nelle vostre realtà utilizza ma noi ci stiamo provando a fare quantomeno un briefing tutte le mattine, stiamo cercando, è difficile per questioni di tempo più che altro
però abbiamo visto che nel momento in cui riusciamo a fare un minimo di briefing riusciamo anche a lavorare meglio e a produrre qualcosa di più.
Far favorire l'engagement delle persone nella vita organizzativa perché l'engagement serve a coinvolgere attivamente ed emotivamente i collaboratori nella vita dell'organizzazione.
Se io voglio creare sicurezza e vantaggio competitivo devo assolutamente lavorare sulla comunicazione.
La diffusione della comunicazione interna, quindi la diffusione di questi sistemi dipenderà da quanto tutti i giorni noi, tutti quanti noi, saremo disposti a contribuire e ci impegneremo quotidianamente con passione e intelligenza alle richieste e a queste emergenze comunicative che si evidenziano.
Se pensate che sia possibile portatevela a casa, se pensate che non è possibile non ci rimane che fare come ha fatto questo medico indiano che ha pensato di risolvere tutti i suoi problemi e tutti i problemi delle persone che lavorano in team con lo yoga della risata, si mettono in gruppo, ridono e secondo questo medico indiano le capacità relazionali e comunicative nel lavoro di equip dovrebbero migliorare.
Grazie per l'attenzione.
molto interessante, tutti noi siamo consapevoli che in un processo di cura una comunicazione
efficace è soltanto una garanzia e non soltanto una garanzia di cure sicure ed efficaci.
Bene, abbiamo parlato di responsabilità, codice deontologico, comunicazione, adesso
Adesso introduciamo la relazione sulla autonomia professionale o autorefenzialità
della dottoressa Maria Caputo, tesoriere AICO nazionale.
Buonasera a tutti, contenta di ritrovarvi.
Allora riprendiamo il discorso dopo questa breve pausa sulla comunicazione che è stata una riflessione, diciamo che quello che io vi andrò ad aggiungere si ricongiunge effettivamente alle prime due relazioni perché parlerò di autonomia professionale e autoreferenzialità
E' un grosso pericolo che riguarda tutte le professioni quando pensano di autocertificarsi o comunque di pensare da soli a promuovere se stessi. Vedremo che questo non sempre è positivo.
Quindi le nostre tre parole chiave sono la professione, che cos'è, cosa significa oggi essere professione infermieristica, che cosa vuol dire essere un professionista autonomo e che cosa significa per l'infermiere del millennio, di questo millennio, essere autoreferenziali.
Innanzitutto diciamo subito che cosa è una professione, le definizioni sono tante ma quella che mi preme sottolineare è che quando parliamo di una professione
e perché, e la ci coscriviamo, vogliamo intendere ad un gruppo, a un corpo sistematico di conoscenze teoriche che vengono affidate a quella determinata professione.
Inoltre una professione si occupa di problemi legati a valori ai quali la collettività attribuisce un particolare significato.
Quindi questo concetto credo che vada tenuto in grande considerazione perché se vedete, se così leggete assieme a me anche se qui devo dire la tecnologia questo pomeriggio non ha aiutato molto la professione,
e sottolinea che è la collettività che ci attribuisce, cioè quindi è la collettività che ci riconosce che cosa significa essere una professione infermieristica.
Con il termine di autonomia, dal greco autonomos e nomos sta appunto legge, la legge che governa l'autonomia, si intende la possibilità per un soggetto di svolgere le proprie funzioni senza ingerenze e condizionamenti da parti di terzi.
Qui si potrebbe aprire una discussione infinita perché noi stiamo vivendo un momento particolare dove ormai siamo ben consapevoli che l'autonomia è un nostro diritto oltre che un dovere,
ma nello stesso tempo quando si tratta di autonomia legata a responsabilità, devo dire che i 440.000 infermieri di cui nominava prima la Presidente dell'IPASVI
comincia ad avere forse 440.000 visioni di come vivere questa autonomia professionale.
Questo è il nostro primo grande danno alla professione, questo è uno dei primi grandi motivi per cui la professione infermieristica, le conquiste che ha fatto fino ad ora,
sono state conquiste importanti ma ne avrebbe potute avere molto di più se la coesione di intenti fosse realmente gestita al meglio da parte dei 440.000 professionisti.
L'autoreferenzialità. Amici, colleghi, non so come dire ma ci sono tra di noi dei grandi autoreferenziali che pur di difendere il proprio campetto conquistato di attività
è disposto anche a passare sopra a tutti quei principi etici, diontologici, che fanno parte della nostra professione.
Quindi attenzione quando siamo o diventiamo autoreferenziali, perché autoreferenziale non significa altro che far riferimento esclusivamente a se stesso,
trascurando, perdendo ogni rapporto con la realtà esterna e la complessità dei problemi che la caratterizzano.
Quindi ben venga il fatto che un professionista possa dignitosamente esprimere al meglio la propria professione,
Però attenzione quando vogliamo a tutti i costi diventare autoreferenziali perché non sempre possiamo effettivamente con le nostre competenze, con i nostri esempi, con il nostro stile, possiamo effettivamente rappresentare in maniera piena quella che è una professione.
Ma quali sono i caratteri distintivi di una professione? Perché dobbiamo anche un attimino avere dei dati oggettivi, non possiamo parlare solo in astratto.
Allora innanzitutto il corpo sistematico di teoria ed è chiaro, la nostra professione nasce da un insieme di conoscenze e senza di quelle non si va lontano, da esperienze intellettuali e pratiche perché la nostra è una professione che non può essere assolutamente, è una dicotomia che deve continuare ad essere così.
La nostra è un'esperienza professionale, intellettuale e pratica, un'educazione formale in sede accademica perché noi siamo in ambito accademico.
L'autorità professionale, un altro carattere distintivo di una professione, ed è innanzitutto l'infermieristica in materia esclusiva, non ci possono essere nessun'altra professione che può accaparrarsi quella che è la professione infermieristica.
Quindi banditi quelli che vogliono occupare gli spazi infermieristici che sia dall'alto verso il basso e qui non vi sto a fare esempi di medici che non hanno trovato la loro espressione, la loro naturale connotazione e che ancora oggi in determinate situazioni occupano dei posti dirigenziali che spettano agli infermieri.
Nessun problema, la mia azienda è una di queste. Quindi non facciamo misteri, ognuno parla di casa propria.
Però attenzione perché l'assalto alla diligenza è anche dal basso verso l'alto perché le nuove figure e devo dire in sala operatoria è una grossa insidia come quando qualcuno ebbe a dire e anche ahimè mi spiace personaggi della federazione, non dell'attuale ma della passata in cui diceva che l'OS può tranquillamente strumentare.
Quindi facciamo attenzione perché come vedete l'infermieristica per quanto possa sembrare una terra di nessuno ma è una terra che appartiene ad un unico attore protagonista che si chiama infermiere.
La sanzione della comunità, vi ringrazio, ma questo mi farebbe piacere poi nel dibattito, ma è una riflessione che faccio ad alta voce assieme a voi.
Cioè noi abbiamo ascoltato e non a caso abbiamo voluto cominciare questa sessione con quelle che sono le responsabilità a 360 gradi, civili, penali e da dove viene questa responsabilità.
La nostra amica dottoressa Polimeno ci ha sottolineato che il nostro codice deontologico ce l'ha nelle viscere, noi abbiamo tutto quello che ci serve, che supporta la professione.
abbiamo visto che la comunicazione è altrettanto importante per noi e ahimè se non la sappiamo utilizzare al meglio
ma facciamo attenzione che dobbiamo avere e ottenere il riconoscimento della propria utilità sociale
speciale, ricordo quindi l'autoreferenzialità in questo non ci aiuta, sono gli altri che ci riconoscono il potere della professione, di una professione che non è una professione così comprata in internet come i titoli famosi,
ma sudata da un percorso legislativo, da un percorso che è fatto di responsabilità, da un percorso che viene da lontano.
Quindi, ahimè, forse alcuni di noi, oltre che al codice etico che è l'impegno della professione al benessere sociale, ahimè non si vede l'ultimo punto che è la cultura professionale che invece riguarda la conoscenza dei valori di norme e di simboli.
Il percorso legislativo, io l'avevo rassunto in questo grafico ma bene hanno fatto i relatori che mi hanno preceduto e quindi hanno sottolineato quali erano le tappe fondamentali della nostra professione e quindi non starò qui a dire.
Quindi il professionista grazie alla sua autorità professionale riuscirà ad infondere nel cliente il senso di sicurezza. Abbiamo sentito parlare da Titti che è importante, cioè possiamo ottenere sicurezza solo se siamo stati in grado di comunicare in maniera efficace utilizzando quello che è il meglio ci viene dalle conoscenze e dell'esperienza
ma è solo così l'altro che è quello che riconosce la professione. Domanda, perché ci dà tanto fastidio quando qualcuno chiama il semplice ausiliario ossinfermile solo perché ha la divisa uguale alla nostra?
Perché in quel momento l'unica nota di connotazione che ha il paziente che è venuto nel reparto, in corsia, in sala operatoria è la divisa, ma è importante invece che subito dopo la divisa e fatte le dovute correzioni,
Il cliente, l'utente, il paziente, chiamatelo come più vi sembra opportuno, riconosca invece che effettivamente chi ha risposto ai miei bisogni di richiesta di aiutarmi a prendersi cura, chi si è preso cura di me, chi mi ha accompagnato nel percorso è stato un soggetto ben definito che si chiama infermiere.
Ecco che qui la divisa è stata accantonata ma sono state le nostre conoscenze, le nostre abilità, la nostra competenza a far sì che l'altro ci potesse collocare e riconoscere.
Quindi l'autorità professionale viene anche da un'autonomia decisionale e questa autonomia decisionale va su due binari. La prima che è chiamata appunto è la responsabilità dei risultati e l'altra è la responsabilità della qualità di questi risultati e quindi anche delle prestazioni che andiamo a fare noi.
E sì, perché se noi non ci interroghiamo su quello che andiamo a fornire, di come è stato l'atto operatorio, come è stata l'assistenza che io ho dato durante quel determinato intervento, che cos'è che potevo migliorare o forse che cosa ho sprecato in quell'atto,
E' fondamentale far sì che io possa fare delle mie, appunto in nome di quell'autonomia che la professione mi dà, possa fare delle valutazioni che mi possano aiutare anche per il futuro.
Quindi la professione infermieristica, un gruppo organizzato di professionisti, non certo di garibaldini partiti così, senza sapere dove andavano e senza sapere cosa facevano, hanno conseguito il medesimo titolo di studio.
Quindi liberiamoci del fatto che ci siamo infermieri di serie A, infermieri di serie B e gli infermieri universitari vanno solo col fonendo e noi invece siamo quelli che lavoriamo eccetera.
Liberiamoci perché noi siamo presenti sia in ramo accademico dove effettivamente la nuova generazione fa la differenza perché ahimè, confessiamocelo,
Quando si fa una ricerca in corsia, perché c'è uno studente che vuole fare la sua tesi e chiede l'aiuto dello zoccolo duro, che è l'infermiere che magari in quella corsia ci ha passato i migliori anni della sua vita,
che ha visto cambiare, trasformarsi, ad esempio quella che era una medicazione fatta 20 anni fa e quella che è una medicazione oggi, allora quando ci vengono chiesti di rispondere a questionari, a fare ricerca e siamo ritrusi, non ci interessa perché non ci crediamo, perché non vogliamo collaborare,
C'è poco da fare, questo quid a noi ci manca, però se vogliamo avere il nostro piso in ramo accademico e vogliamo incidere e vogliamo ormai procedere solo per le evidenze scientifiche e le migliori pratiche, non possiamo tirarci fuori dalla lotta, cioè il ramo accademico è importante.
Però come vedete di pari passo c'è un ramo applicativo, un ramo applicativo che è l'applicazione delle conoscenze di cui la nuova generazione ha bisogno fortemente e il depositario di tutti i passaggi di queste conoscenze è chi ha iniziato il percorso prima dell'altro.
Quindi capite bene che nell'ambito della professione siamo tutti indispensabili, tutti necessari per far sì che questa professione possa diventare tassello dopo tassello una professione che conti.
Di competenza avete sentito parlare tutti a livello legislativo, deontologico, è una caratteristica intrinseca di un individuo che è casualmente collegata ad una performance efficace esercitata in virtù di un determinato ruolo.
Quindi attenzione a attribuirci delle competenze che poi competenze non sono, ma anche queste devono essere identificate, devono essere l'espressione dell'attitudine che poi sarebbe la capacità che ha un individuo.
Quindi comporta una possibilità di apprendimento, di accrescimento riferita ad altre componenti che sono parte integrante.
La competenza non può venire senza che tu abbia le conoscenze, che ci piaccia o no, o il computer se lo sai usare perché hai fatto un bel corso e hai imparato tutte quelle che sono le caratteristiche,
o a meno che tu non sia stato un illuminato sulla strada di Emmaus e possiedi immediatamente, allora è chiaro no? Quindi conoscenze ed esperienze finalizzate.
In questa slide la passiamo perché c'è chi vi ha parlato di quanto è stato importante il decreto 739 così come l'altro grosso capitolo e la formazione continua.
Ah colleghi, cioè ci sarà una differenza tra chi sta qui stasera e chi invece non si è posto il problema? Lasciamo perdere quelli che volevano essere e non hanno potuto.
Però quanti colleghi abbiamo che ormai non se ne importano dei crediti o si ricordano solo quando c'è un avanzamento, poi di carriera, non so se dalle vostre parti ci sono gli avanzamenti di carriera, dalle mie no, ma comunque ci ricordiamo di volere i crediti solo quando c'è qualcosa che bolle in pentola.
Ma non è così, l'aggiornare le proprie conoscenze, fare la manutenzione di quello che posseggo perché dopo un numero di anni ormai è diventato desuito, va rinnovato, va rivisto, abbiamo bisogno della formazione continua.
Quindi per questo il ministero ha voluto, ha creato la necessità di affiancare alla logica dei crediti con quella del portfoglio di competenze, perché se qualcuno non si è accorto, non parliamo ormai più di crediti,
Ma chi avrà un portfoglio di competenze che dovrebbe responsabilizzare ad una qualità oggettiva e non ad una autoreferenziale. Cioè non è più, non è più, è finito il tempo in cui mi dicevo da solo quanto sono bravo, quanto sono capace oppure me lo diceva il mio caro primario con cui andavo a correre la domenica mattina.
E' finito il tempo, no? Quindi il nuovo codice ci ha spiegato bene Maria di quanto andrà a sottolineare e ad uniformare ancora meglio queste necessità le conclusioni.
Allora, attualmente siamo nell'era post-ausiliarietà, cioè ormai pensavamo che bastava togliersi questo nome, professione ausiliaria del medico, che ci avrebbe reso, non lo so, liberi, autoreferenziali.
Invece questa parola di cui siamo stati liberati, nella realtà lavorativa la nostra professione è ancora una professione ausiliaria, demansionata, decapitalizzata e utilizzata come tappabuchi delle carenze organizzative.
Mi assumo tutta la responsabilità di quello che ho scritto. Però io vi sfido a dimostrarmi il contrario. Io sarei felice di conoscere il contrario di quello che è scritto qui.
se qualcuno si alza e mi dice
io sono felice
sono felice per lui, per lei
però di fatto è così
allora parliamo
vi ho fatto già l'esempio prima
di tutti i posti che dovrebbero essere dati
ai laureati magistrali
alla dirigenza infermieristica
che molte regioni non ha ancora attuato
nonostante la 251
quanti anni ha? Tanti
tanti
parliamo
Parliamo dei posti minoritari che abbiamo nell'insegnamento delle università. Non vogliamo parlare? Parliamo. Cioè, non so, io vivo in questa Italia, voi in che Italia vivete? Credo nella stessa.
Parliamo anche in quelle che sono le carenze organizzative di molte persone che per anni magari sono state utilizzate come facenti funzioni, perché ormai i coordinatori sono diventate merce rara, sono stati utilizzati, usati, scusatemi, sfruttati e poi un certo giorno si sono accorti che non andavano più bene.
Parliamo anche di molti colleghi che sono stati realmente mobbizzati perché avevano dimostrato che si poteva condurre un determinato ambulatorio, un determinato reparto, una determinata unità operativa in maniera diversa, ma guarda caso questa maniera era molto diversa da quella che era la concezione o del primario o della direzione sanitaria.
Quindi questo bel punto interrogativo io ve lo lascio, ma non perché generalmente il punto interrogativo non è un punto che mi piace molto o quantomeno mi piace nella misura in cui io pongo una domanda e mi aspetto una risposta chiara, quindi che mi debba dare delle certezze.
Quindi la nuova organizzazione dovrebbe essere progettata per sviluppare professionalità e sensibilizzare la responsabilizzazione di tutti ad ogni livello.
Allora non è una relazione la mia che dovevo parlare di autonomia, di autoreferenzialità, non è un piangersi addosso ma volevo soltanto mettere in guardia me per prima
perché quando preparo una relazione deve dire innanzitutto qualcosa a me, se no non sono capace di trasmetterla ad altri e poi volevo condividerla con voi per poter dire ecco quali sono le insidie dell'autoreferenzialità, cioè quando parliamo di responsabilità, attenzione, e noi siamo disposti a prendercele.
E come mai molti colleghi ancora oggi rimpiangono la loro nicchia dorata di quando facevano le loro cose precise, andavano a casa e non avevano più problemi.
E quando tu gli dici ma guarda che la documentazione va conservata 10 anni e se quel paziente si ricorda di te o di noi che gli abbiamo procurato un ustione perché la placca quel giorno non l'hai messa bene, non è per non farti dormire sonni tranquilli ma è per farti prendere coscienza che evidentemente la prossima volta quando fai quest'atto anziché farlo in maniera così automatica,
Tu faccia attenzione, tu faccia attenzione, il coordinatore faccia attenzione come la conserva, il farmacista altrettanto che non compri placche cinesi ma che compri il prodotto migliore che può essere d'aiuto realmente al paziente.
Quindi le iniziative per la garanzia della qualità tecnico-professionale si svincolano da questa ottica di autoreferenzialità e trovano invece una loro precisa collocazione chiara ed esplicita nell'organizzazione, nella pianificazione, negli obiettivi e nelle attività aziendali.
Solo se io ho temperato a tutto questo, allora forse posso cominciare a parlare di autoreferenzialità, però un momento, con i risultati, con la qualità dei risultati che ho ottenuto dopo aver attuato tutto questo.
Quindi, infermiere oggi? Infermiere oggi, sì, professionista che rivendica la propria autonomia, ok, ci sto, è giusto. Lavora in team, aggiorna le proprie competenze, bene, bene abbiamo fatto noi a essere qui.
ha fatto male che è rimasto a casa o sta facendo shopping, promuove l'integrazione intra-interprofessionale, certo l'infermiere non teme la collaborazione degli altri figure professionali, ma attenzione, i vuoti che la professione lascia saranno prima o poi occupati dall'altro.
Vi ho fatto due esempi, sia dal basso verso l'alto, verso di noi, che dal basso verso di noi, però poi non strappiamoci i capelli se qualcuno è riuscito a sorpassarci.
Chiudo con questa immagine e con questa frase, se vuoi qualcosa che non hai mai avuto devi essere pronto a fare qualcosa che non hai mai fatto, quindi questa è la scommessa.
Come sempre chiara e oggettiva nella descrizione di ciò che è la nostra realtà oggi purtroppo e che soltanto noi possiamo cambiare riconoscendoci.
Il prossimo relatore è il dottor Andrea Ferro, laureato in Ingegneria Informatica e Scienze
Infermieristiche. L'argomento che tratterà è verso le specializzazioni l'infermiera
di anestesia nel mondo.
Buon pomeriggio a tutti, vorrei ringraziare il professore Palazzini, il dottore Casarano
Grazie a tutti i membri che hanno organizzato questo convegno e che mi hanno dato la possibilità di partecipare ed esprimere quella mia conoscenza e divulgarla a voi.
Quello che interessa oggigiorno è la specializzazione che riguarda l'infermieria di stessi a livello mondiale.
Come ben sapete nell'arco di questi anni le sale operatorie sono passate da delle semplici stanze con semplici strutture e strumentazione
fino ad arrivare ai giorni nostri ad avere le cosiddette sale operatorie integrate multidisciplinari con risoluzione 4K.
Di conseguenza come c'è stato un progresso dal punto di vista tecnologico c'è stata anche un'evoluzione da parte del personale che opera all'interno di essa e per quanto riguarda l'infermiere di sala operatoria o il cosiddetto infermiere di camera operatoria era colui che si gestiva in maniera autonoma e in maniera multipla quattro discipline che oggigiorno sono andate a specializzarsi e suddividersi.
Perché? Perché ognuna di esse, se viene svolta in maniera individuale, comporta una serie di vantaggi, non dei costi come le cosiddette aziende ospedaliere intendono definire.
Infatti, per quanto riguarda l'infermiera di camera operatoria, come ho detto prima, abbiamo delle figure sia statiche che dinamiche all'interno del blocco operatorio.
Per quanto riguarda l'infermiera strumentista e colui che collabora col chirurgo durante l'intervento viene definita come figura statica e sterile, mentre per quanto riguarda le altre figure sono figure che collaborano con essa per quanto riguarda l'intervento chirurgico.
Per quanto riguarda l'infermiere di anestesia dobbiamo dire che è una figura dinamica, non sterile, che collabora con il medico di anestesia e far sì che quella procedura anestesiologica venga effettuata per far sì che l'intervento chirurgico venga effettuato.
Per quanto riguarda l'infermiere di sale invece dobbiamo dire che è una figura dinamica che mette in comunicazione la sala operatoria con l'intero blocco operatorio e in più comunica sia con la figura dell'infermiere di anestesia che l'infermiere strumentista.
Diciamo che è una figura di comunicazione, mentre per quanto riguarda l'infermiera addetta alla sterilizzazione
è un infermiere che opera al di fuori della sua operatoria ma che sta all'interno del blocco operatorio
che svolge una funzione ben definita che è quella di riorganizzare i cestelli una volta utilizzati
e far sì che i successivi interventi vengano eseguiti.
Per quanto riguarda la figura che oggi vi proporrò è quella dell'infermiera di anestesia.
Prima di parlare dell'infermiera di anestesia vera e propria, bisogna fare due distinzioni.
Riconosciamo due figure. L'infermiera anestesista e il tecnico di anestesia.
L'infermiera anestesista è quella figura che opera in maniera individuale e non è definita come tecnico
e che viene riconosciuta in molti paesi mondiali come una figura paragonata al medico di anestesia.
Perché questo? Perché è una figura che oltre ad avere un bagaglio culturale molto professionale e specialistico svolge super giù le stesse mansioni del medico di anestesia in maniera autonoma ed è responsabile anche per quanto riguarda i vari tipi di persone a carico che vengono prese in scala ASA da 1 a 5 più le emergenze.
Per quanto riguarda invece il tecnico di anestesia, invece è una figura collaborativa con il medico di anestesia, è una figura tecnica in quanto a differenza dell'infermiera anestesista è definita come una figura collaboratrice, in quanto è responsabile sia per quanto riguarda le apparecchiature e la strumentazione per quanto riguarda l'anestesia.
Oltre al fatto che può svolgere questo dipende sempre dal tipo di legislazione in cui essa opera.
Quindi praticamente può andare dall'incannolazione all'intubazione del paziente o alla somministrazione di alcuni farmaci intravenosi.
In più è responsabile in particolar modo di gestione del paziente nella recovery room oltre che nella sala operatoria.
e in più gestisce in maniera autonoma il paziente in scala ASA 1 e 2
oltre ad usare l'indice di mezzo da 1 a 9
per quanto riguarda la job description
bisogna fare attenzione alle tre fasi operative
perché questa diapositiva poi la riprenderò alla fine
per farvi capire come chi svolge questa funzione
anche in maniera non specialistica
non sa bene ciò che essa figura e rappresenta.
Nella fase preoperatoria, dobbiamo dire che effettua comunicazione con il paziente, con i familiari,
in quanto, oltre a sapere la storia di salute del paziente, va a indagare per quanto riguarda la struttura,
l'anatomia del paziente, le varie malattie che esso ha.
organizza tutto il materiale anestesiologico che serve per l'intervento anestesiologico
collabora con il medico di anestesia, prepara le eventuali risorse in maniera specifica
quindi diciamo che si occupa oltre della struttura meccanica e strumentale
anche per quanto riguarda la parte farmacologica
e collabora con l'intera equipe chirurgica per quanto riguarda la posizione del paziente sul letto operatorio e le eventuali modifiche devono essere adottate.
Nella fase intraoperatoria effettua manovre di monitorizzazione, ventilazione e controllo dei parametri vitali,
somministra farmaci ed anestetici sotto direttiva del medico anestesia, collabora nelle situazioni di emergenza e gestisce il recupero del sangue.
Quello che sta a differenziare la figura dell'infermiera anestesia rispetto all'infermiera di saloperatoria è quando, ad esempio, nelle situazioni di emergenza-urgenza, non so se vi è mai capitato, ci sono dei casi particolari in cui si deve intervenire nei tempi minori.
Come ad esempio durante la ipertermia maligna, la cosa succede.
Ad esempio la prima cosa da fare è attuare le linee guida che riguardano il smontaggio dell'apparecchio di anestesia e il rimontaggio in maniera nuova.
In più utilizzare determinati farmaci di emergenza come ad esempio il dondralone di 2,5 mg a chilo in dosi che vanno da 35 a 40 fiale, applicare delle basche per abbassare la temperatura e in maggior modo per quanto riguarda l'apparecchiatura di anestesia bisogna fare la pulizia del circuito.
Ciò come avviene? Avviene in due tempi. Uno è quando il medico di anestesia va a ventilare in maniera manuale il paziente per far sì che continui la ventilazione, mentre il tecnico di anestesia si adopera a cercare nei minori tempi di andare a pulire questo circuito.
Come ben sapete per pulire questo circuito ci vogliono circa dai 10 ai 20 minuti di wash air continuo oltre a cambiare i circuiti e i filtri.
questo sta a significare che questa figura attua delle norme che devono essere rispettate
che devono essere conosciute in maniera dettagliata e non in maniera superficiale
Ho voluto fare un'istinzione fra infermiere di anestesia e infermiere tecnico di anestesia e in particolar modo mi sono soffermato all'Italia con un diverso tipo di colore. Questo perché verrò a spiegarvelo più in là.
Per quanto riguarda l'infermiere anestesista, l'ho voluto descrivere in alcuni paesi a livello mondiale, quindi suddividere la formazione dal punto di vista professionale e di studi, oltre ad avere una certa autonomia e grado di responsabilità che si diversifica in base al paese ospitante a questa figura.
Partendo dall'America dobbiamo dire che l'anestesia ha percorso una lunga strada.
Basta pensare che questa figura è già nata circa 150 anni fa e le sue prime tecniche professionali erano quelle di adoperare il cloroformio.
Per quanto riguarda la prima persona che venne riconosciuta in maniera ufficiosa fu Catherine Lawrence che è una donna di rango nobiliare che durante la guerra civile americana si adoperò a imparare la professione infermieristica e da qui venne lanciata durante i campi di battaglia a somministrare cloroformio ai soldati feriti.
E in particolar modo venne riconosciuta per la seconda battaglia di Bull Run nel 1962.
Per quanto riguarda l'associazione americana di infermieri di anestesia, invece riconosce in maniera ufficiale come prima infermiera di anestesia la cosiddetta suor Maria Bernarda.
Questo perché? Perché oltre ad essere un'infermiera vera e propria dovette studiare in maniera autonoma tutta la parte di anestesia. Infatti fu dedicata a lei l'onoreficenza di essere il primo in maniera ufficiale infermiere di anestesia.
A seguire, dobbiamo dire che ci sono state altre personalità illustri, come ad esempio la fondatrice Agnes McKee, che adottò per la prima volta il vero e proprio corso tecnico di anestesia, che poi fu sostituito da infermiera di anestesia e che aveva una durata di sei mesi.
Questi sei mesi erano suddivisi in maniera sia teorica che pratica in campo e i corsi si basavano sulla conoscenza dell'anatomia e fisiologia umana oltre che dalla farmacologia e l'amministrazione dei comuni agenti anestetici.
A seguire un'altra riconoscenza fu data ad Alice Hunt che fu nominata il primo istruttore, capo, tutor a livello universitario per quanto riguarda questa figura dall'University School of Medicine del 1922.
Questo cosa sta a significare? Che l'infermiere già di quei periodi era paragonato ai livelli del medico, praticamente non c'era una separazione o un livello di scalino tra il medico e l'infermiere, erano praticamente sullo stesso gradino e collaboravano nel rappresentare questa figura di studio.
Un'altra cosa importante è che nel 1949 la stessa Alice Seant fu riconosciuta in quanto fu la prima scrittrice e autore del libro di anestesia e principi pratica che riguardava l'infermiere di anestesia.
Quindi voi dopo questo breve riassunto di partenza per quanto riguarda l'America
dovete dire che è passata dal cloroformio fino ad utilizzare le ultime tecnologie per quanto riguarda il campo dell'anestesia
è diventata una figura molto indipendente, autonoma e ultra specializzata
quindi voi vi chiedereste qual è allora la differenza che c'è tra un infermiere di anestesia e un medico di anestesia
L'unica differenza che c'è tra le due figure è il percorso di studi e di certificazione per quanto riguarda questa figura.
Mentre il medico di anestesia ha una formazione di base medica, una volta acquisita la specializzazione rimane medico di anestesia,
l'infermiere di anestesia, oltre ad acquisire il titolo, deve superare un esame.
Superato questo esame deve ottenere una ricertificazione ogni due anni. Se non ha questa certificazione decade come infermiere di anestesia e deve ricominciare il corso.
Quindi sta a significare che anche se utilizzano le stesse tecniche, le stesse procedure, le stesse manovre manuali di anestesia, bisogna considerare che la nostra professione è una professione che per essere paragonata a quella del medico deve essere in continua evoluzione e in continuo sviluppo.
Qui ad esempio potete vedere che essa opera sia a livello di sala operatoria negli ospedali, è riconosciuta come prima figura negli ospedali dei veterani militari, è responsabile delle cosiddette PACO o recovery room, che là sono praticamente dei veri e propri reparti, e in più svolge delle funzioni a livello di docente nell'università.
Qui ad esempio c'è una simulazione per quanto riguarda situazioni di emergenza che vengono applicate tra gli infermieri militari anestesisti e i tecnici di anestesia ospedalieri.
A seguire posso dire che questa figura gode di un'autonomia a 360 gradi, quindi è una figura molto indipendente, è ultra specializzata e in più la cosa che sta a differenziarla rispetto agli altri paesi è che è favorita dalle leggi americane,
che la vedono, praticamente la pratica anestesiologica, la vedono come un atto statale e non come una pratica sola ed esclusiva del medico.
Quindi dopo i ripetuti attacchi da parte della figura medica verso questa figura infermeristica che si applicava all'anestesia,
la Corte Suprema del Massachusetts ha deliberato che questa figura può svolgere in maniera autonoma e indipendente questa pratica anestesiologica,
purché rispecchi e rispetti le direttive per quanto riguarda la società americana di anestesiologia.
Infatti, dobbiamo dire che il suo percorso di studi è rappresentato da un percorso prima di esperienza nell'area critica,
dopodiché si deve ottenere un master universitario che non è paragonato al master universitario nostro,
ma a un livello specialistico, quindi una scuola di specializzazione in anestesia,
Che ha una durata che va dai 24 ai 36 mesi. Come ho detto prima, una volta acquisito il master si deve effettuare una certificazione per quanto riguarda l'infermiera di anestesia che deve essere rinnovata ogni due anni.
E in più a garantire la certificazione che è un infermiere vero e proprio esiste un'associazione che si chiama l'ANA, l'Associazione America of Nursing Anesthesia, che è sorta nel 1931 e che garantisce l'efficienza, la qualità e la professionalità di questa figura infermieristica.
Bisogna fare una distinzione tra infermiere anestesista e perianestesia, in quanto l'infermiere perianestesistico, a differenza dell'anestesista, è quello che svolge le funzioni oltre la sala operatoria nei livelli ambulatoriali, che possono essere sia quello dentistico che medico esterno all'ospedale.
La Cina invece è partita da una situazione quasi simile alla nostra. Per quanto riguarda il percorso di studi ha avuto un livello di evoluzione uguale al nostro.
Quindi è partita dalle cosiddette scuole di salute di base che vengono rappresentate come il vecchio diploma che veniva rilasciato dalla Croce Rossa italiana, a seguire c'è stata un'evoluzione, quindi si è passate ai cosiddetti scuole della salute avanzata che venivano rappresentati come i vecchi diplomi regionali rilasciati dal nostro Stato,
a seguire i diplomi universitari e infine le lauree triennali.
Cosa ha fatto la Cina, a differenza di noi?
Che ha voluto praticamente stravolgere il sistema, cioè siccome il loro sistema sanitario si basa su un sistema medico-centristico,
praticamente ha voluto adottare le politiche come il sistema americano,
Quindi ha voluto concentrarsi, affermare sempre di più questa figura e quindi rendersi indipendente e staccarsi dal medico.
Quindi cosa è successo?
Che una volta conseguito il diploma, oltre ad affrontare un esame di abilitazione nazionale che ne certifichi a livello internazionale questa figura infermieristica,
deve seguire un master di anestesia che ha durato due anni.
Ciò cosa è successo?
Che c'è stata l'IFNA, che sarebbe la Federazione Internazionale dell'Infermiera di Anestesia,
che svolge il proprio mandato dal 1990.
Lo suo scopo è quello di sviluppare, educare e far crescere questa figura a livello mondiale.
Quindi cosa è successo? Che la scuola di medicina di Shanghai ha attuato un progetto che va dal 2015 al 2020 con un programma di formazione specialistica per infermieri di anestesia.
Ciò perché? Praticamente cosa si è voluto fare emergere? Che la Cina rispetto al nostro paese ha voluto emergere.
Ciò che andrò a spiegarvi più in là per quanto riguarda il sistema italiano.
Questo è ad esempio un piano di studi che viene applicato a livello cinese.
La quantità è rappresentata da un primo anno di 402 ore in cui vanno a correlarsi programmi di studio che riguardano la farmacologia, l'anestesia, la terapia dei fluidi e del sangue.
quindi la loro gestione, la gestione delle vie aeree, l'eventuale monitoraggio relativo a attrezzature, teorie di anestesia, valutazioni e gestione del dolore.
Mentre la seconda parte è quella clinica, quindi l'applicazione pratica.
Quindi come ben vedete è un piano ben strutturato e ben dettagliato.
La Norvegia invece cosa ha voluto dimostrare?
Che l'infermiere pur avendo la piena gestione del malato ha voluto spostare e concentrarsi sul processo diagnostico terapeutico e lasciare l'assistenza alberghiera ad altre figure ad essa collegata e di supporto.
Questa formazione specialistica cosa ha permesso di avere? Una maggiore autonomia, una maggiore responsabilità e per quanto riguarda la gestione di alcuni farmaci, i cosiddetti prescritti al bisogno che in Italia devono essere sempre quando ne è richiesta la validazione da parte del medico, in Norvegia è l'infermiere di anestesia che lo gestisce in maniera autonoma.
La specializzazione ha una durata di un anno e può specializzarsi in tre aree, l'area critica, l'area riguardante l'anestesia e l'area di emergenza pronto soccorso.
Questi infermieri non conseguono la specializzazione solamente per aumentare le proprie conoscenze, avere quel livello di autonomia e indipendenza,
ma anche per incrementare quelle attività specialistiche che possono essere affrontate sul paziente, oltre ad avere delle retribuzioni molto soddisfacenti.
Uno studio che è stato fatto dall'associazione norvegese, quando è stato attuato il progetto di immettere i primi infermieri di anestesia all'interno di un blocco operatorio,
ha dimostrato che tra l'infermiere di anestesia e il medico di anestesia non rappresentasse nessun scavalcamento o eventuali diatribe che potevano crearsi tra il medico e l'infermiere.
Anzi, bisogna dire che il medico di anestesia una volta che ha ottenuto questa figura non cosiddetta passiva ma di collaborazione attiva, ne ha ritenuto di avere dei forti vantaggi sia dal punto di vista psicologico che lavorativo.
In quanto avere una figura al proprio fianco, attiva, comporta non solo delle soddisfazioni dal punto di vista personale verso il paziente, ma anche un rendimento maggiore per quanto riguarda l'attività lavorativa.
La Svizzera invece, riconosciuta come infermiera esperta in cura di anestesia, si avvale di competenze che acquisisce al fine di erogare un'assistenza dal punto di vista qualitativo e quantitativo di elevata rappresentazione per quanto riguarda la sicurezza nel campo dell'anestesia.
È riconosciuta a livello federale questo titolo ed è, diciamo così, programmata e approvata da due enti, il SEFRI e l'ONDA SANTE.
La formazione avviene, per quanto riguarda la parte pratica, ha una durata di 20 mesi di formazione che deve sviluppare in primo luogo nell'istituzione di provenienza.
Dopodiché dovrà affrontare un mese nella formazione pratica di servizio a livello neuro-anestesiologico, un altro mese riguarda la formazione pratica di servizio di anestesia a livello pediatrico e un altro mese nella formazione pratica di servizio di carne anestesia e infine arrivare alla cura intensive.
E quindi come viene definito questo infermiere a livello svizzero? Bisogna dire che è una figura che attua e interpreta dal punto di vista professionale infermieristico una situazione molto avvantaggiata.
in quanto ad attuare e valutare le migliori strategie da adottare durante le tre fasi preoperatorie, partecipa attivamente nell'organizzazione del servizio oltre ad essere un promotore della ricerca.
Per quanto riguarda l'Inghilterra invece bisogna dire che gli infermieri hanno avuto una maggiore responsabilità sia nel dare l'anestesia che nel curare con diversi strumenti anestesiologici.
quindi durante le tre fasi operatorie e il percorso di carriera per diventare un'infermiera di anestesia in Inghilterra è molto duro, infatti una durata di circa sette anni e questo perché in quanto specialista dell'anestesia deve in qualsiasi situazione essa si trova, semplice o complessa, di emergenza o non emergenza, deve essere responsabile e decidere in maniera autonoma delle attività da svolgere in queste situazioni.
Quindi la sua determinazione nel rappresentare questa figura è quella di rappresentare e quindi avere un quadro completo della situazione e della storia medica del paziente,
quindi diagnosticare, effettuare diagnosi come la figura medica e in più la sua formazione, oltre ad essere infermiere anestesista, se si vuole specializzare in campo estetico o pediatrico deve svolgere ulteriori anni di specializzazione.
Quindi fa parte di un team di anestesia, un infermiere che viene riconosciuto a livello internazionale in quanto anche esso viene registrato come infermiere CRNA.
Come ho detto prima ci vogliono minimo sette anni per avere un'esperienza combinata per diventare infermiere di anestesia.
I luoghi in cui essa opera non sono solo il blocco operatorio ma svolge delle mansioni anche a livello ambulatoriale, delle procedure che vengono effettuate in delle cliniche mediche professionistiche all'interno del Regno Unito.
Questa la dedico alla nostra collega che è stata richiesta personalmente da lei, Elena Melis, perché è stata richiesta da lei in quanto voleva sapere se in Iran esisteva o non esisteva questa figura che riguardasse l'anestesia.
Purtroppo non esiste l'infermeria di anestesia, però diciamo che esiste il tecnico di anestesia che lavora in netto collaborazione con il medico anestesista,
svolge i compiti che riguardano la costituzione per quanto riguarda lo strumentario anestesiologico, quindi le eventuali apparecchiature da utilizzare,
oltre a quanto riguarda la parte farmacologica.
La sua formazione, anch'essa di due anni, svolge tutte le mansioni come collaboratore e non come attivatore di questo servizio. Per entrare in questa scuola deve superare un esame di ammissione.
Il percorso di studio varia a seconda del titolo acquisito precedentemente, che può andare dai due ai quattro anni di specializzazione.
Oltre al tecnico di anestesia esiste il cosiddetto tecnico o infermiera detto delle vie aeree, il cosiddetto polmologo,
che è quello che svolge procedure di assistenza anestesiologica per quanto riguarda quelle procedure non invasive oppure esami endoscopici.
In Francia, invece, bisogna dire che il sistema francese ha più di 70 anni di storia. Questa figura è sorta molto tempo fa. Oggigiorno esistono circa 7.000 infermieri anestesisti, tra cui c'è un incremento di anno e anno che varia dai 450 ai 500 unità.
Quindi sta a significare che questa figura è ben richiesta all'interno del campo francese. La formazione avviene sempre a livello di due anni per quanto riguarda la struttura tramite un master universitario che paragonato al nostro sarebbe una specializzazione che viene adottata in campo italiano.
È retto dalle leggi francesi e l'unica carenza, pecca che ha di diverso agli altri paesi è che può svolgere molteplici funzioni come ad esempio l'intubazione endotracheale, inserimenti cateteri arteriosi, sempre sotto la responsabilità e supervisione del medico di anestesia,
ma non è autorizzato ad svolgere anestesia spinale, pedurale, conduttiva o locale, anche se una volta eseguita la procedura di anestesia può continuare a incrementare questo tipo di anestesia.
Non sono autorizzati a inserire cateteri centrali cardiaci o polmonari, ma non sono anche autorizzati a fare l'uso di catecolomino o farmaci di emergenza.
Questo aspetta solo ed esclusivamente al medico di anestesia.
L'unica cosa che sta a designare è che c'è un reciproco rispetto e fiducia e di cooperazione tra il medico di anestesia e la figura dell'infermiere di anestesia.
In Giappone la qualifica di infermiere ostetico o infermiere assistente o infermiere sanitaria è regolamentata dalla legge giapponese, mentre la certificazione degli infermieri specializzati invece non è retta e riconosciuta da parte della legge,
ma dipende dall'organizzazione e dalla società scientifica che ne certificano la qualità dal punto di vista personale di queste figure.
Quindi una volta ottenuto questo certificato che ne qualifichi l'avanzamento dell'assistenza infermieristica
bisogna dire che il percorso di studi è ben organizzato e complesso.
Per diventare infermiere di anestesia, oltre a seguire un master che ha una durata di 2-3 anni all'interno del sistema scolastico giapponese, deve effettuare una prima certificazione a livello nazionale e una seconda certificazione a livello internazionale.
Molto più è da considerare che gli infermieri di anestesia non svolgono la loro funzione solo a livello chirurgico all'interno della sala operatoria, ma hanno un ruolo che si estende oltre alla sala operatoria.
Quindi svolge delle funzioni di tipo ambulatoriale, come ad esempio le cosiddette visite anestesiologiche che vengono effettuate qui in Italia dal medico di anestesia.
In Giappone invece viene eseguita da un team di anestesisti che è composto da infermieri di anestesia e medico di anestesia.
durante la fase chirurgica svolgono e ricoprono il ruolo nelle tre fasi
quindi pre, intra e post chirurgica
e in maggior modo risiedono nelle cosiddette PACU o recovery room
lì sono responsabili al 100% per quanto riguarda la fase di risveglio e di controllo
nell'arco delle 24 ore del paziente dopo un intervento chirurgico
qua sta a differenziare i vari settori che può operare oltre la sala operatoria
quindi avremo una terapia intensiva, infermiere per anestesiologico
che è anch'esso riconosciuto all'interno del sistema giapponese
ma che svolge delle funzioni ben diverse dall'infermiere di anestesia
in Italia, quindi sto per concludere, la formazione degli infermieri
E' concentrata di tecniche evolute e affinate a quali si aggiungono un'importanza e una conoscenza dello studio approfondito della farmacologia e della fisiologia e della gestione per quanto riguarda l'attività critica che si va ad attuare.
Oggi giorno purtroppo le università italiane per fare casse rivolgono il loro sguardo per quanto riguarda il master in managgine di coordinamento delle professioni sanitarie rispetto ad altri master specialistici, infatti sono le poche università italiane che offrono master specialistici in anestesia.
Questa figura si diversifica in base alla regione di appartenenza, in quanto essendo una figura ibrida, oggi giorno è considerata, svolge delle proprie funzioni che dipendono dalla regione di appartenenza.
Rispetto agli altri stati mondiali questa figura è stata sottovalutata, infatti io l'ho voluta rappresentare non come infermiero tecnico di anestesia ma infermiera addetta all'anestesia.
Questo perché durante l'arco di questi anni si è potuto evincere che questa figura, oltre ad essere presente da moltissimi anni, è stata messa da parte. Perché? Durante il periodo di svolgimento che diversifica la struttura pubblica e la struttura privata si è voluto adottare un altro sistema, quello da 1 a 3, 3 a 1.
Cosa sta a significare? Che nel pubblico questa figura è stata soppressa o collegata ad altre figure all'interno della sua operatoria o sostituita dal medico in formazione di anestesia.
Questo per quanto riguarda la struttura pubblica.
La struttura privata invece è una figura che oggigiorno ancora vale, in quanto il rapporto è 3 a 1.
Cosa sta a significare? Che purtroppo negli istituti privati non si può fare specialistica, quindi studio e quindi non avendo l'infermiere, non avendo né l'infermiere di sala e né il medico di specializzazione in anestesia esiste questo tecnico di anestesia che non viene riconosciuto nel pieno delle proprie funzioni ma per lo più si dedica all'anestesia in maniera superficiale.
Qui ho voluto trovare un documento che sta a indicare che esisteva una scuola per tecnici della stessa reanimazione, quindi basti pensare che noi eravamo già a un passo rispetto ad altri paesi che oggi giorno stanno adottando queste politiche, queste figure, questa specializzazione.
Come ben vedete il piano di studi era simile a quello cinese, giapponese o svizzero. Bisogna tenere in considerazione che questa figura era riconosciuta a livello di diploma universitario già dal 1989.
1989. Durante questo periodo questa figura, come ho detto in passato, è stata affiancata o sostituita da altre figure.
Quindi se in passato era ritenuto come una figura di elite, di spicco, dal resto delle altre figure che collaborano con essa all'interno della sala operatoria,
quindi l'infermiera strumentista e l'infermiera di sala,
oggigiorno utilizzando questi meccanismi di interscambiabilità della professione
si è potuto evincere che questa figura è stata soppressa del tutto.
Quindi i cosiddetti spendi review, la cosiddetta riduzione del personale,
ridistribuzione, cosa hanno comportato?
A spostare la figura da determinati reparti o dalla sua operatoria
a formarla in altri reparti e quindi si è persa quella professionalità che si era cercata di sviluppare già tanto tempo fa.
La cosiddetta job rotation, secondo me, viene identificata in maniera errata qui in Italia,
in quanto la rotazione dovrebbe avvenire non solo in senso orizzontale ma anche in senso verticale.
Ciò cosa sta a significare? Che se io ad esempio sono infermiere di anestesia posso andare a ricoprire il ruolo di infermiere di sala ma non infermiere strumentista o di sterilizzazione.
Questo perché? Perché il tempo è così poco, le specialistiche sono così avanzate e anche la tecnologia e quindi cosa comporterebbe?
Avere solamente delle figure superflue di cosiddetti tappabuchi che servono per far andare avanti il carretto sanitario.
Quindi cosa sta a significare? Che in Italia si preferisce avere personale factotum che è personale specializzato in quanto per quanto riguarda questa figura, sopprimerla dal punto di vista della direzione generale non ha nessun significato perché tanto c'è sempre qualcuno che può andare a sostituire questa figura.
Dal punto di vista infermeristico invece è una grandissima penalità perché se noi questa figura già ce l'avevamo in passato bisognava solamente cercarla di portarla a specializzarsi ulteriormente, ad essere riconosciuta, ad essere parte integrante di quella formazione che fa all'interno del blocco operatorio.
Ciò non è avvenuto. Qui voglio portarvi l'attenzione per quanto riguarda il personale infermeristico all'interno dell'esercito italiano. Oltre a non far parte del nostro profilo professionale infermeristico, fa parte sotto la legge 833 del 78 insieme all'ordinamento del codice militare, decreto legislativo 15 marzo 2010.
Se voi andate a vedere le competenze che spettano a questa figura, praticamente andrete a visualizzare ciò che un infermiere di anestesia svolge o che dovrebbe svolgere all'interno di un percorso operativo, all'interno del blocco operatorio.
Da qui cosa sta a significare? Che questa figura, o si voglia o non si voglia, esista. Quindi bisogna metterci in campo e andare a sponsorizzare questa figura.
Da qui ho voluto ritrarre una mia esperienza che ho svolto all'interno del blocco operatorio, che mi ha ospitato e che mi ha dato la possibilità di acculturarmi, di crescere dal punto di vista professionale e ricoprire questa figura.
Anche se sono all'inizio però devo ringraziare loro se mi hanno dato la possibilità di addentrarmi in questa avventura.
Da qui l'infermiere cosa compone? Svolge praticamente funzioni di organizzazione del materiale anestesiologico, prepara il proprio cosiddetto tavolo servitore per quanto riguarda l'apparecchiatura e strumentazione che riguardano l'anestesia,
oltre al punto di vista farmacologico
collabora
nel utilizzare
il cosiddetto apparecchio di anestesia
qui cosa voglio
rimarcare, che questi qua non sono
solamente dei numeri o delle ninette
ma sono praticamente
delle rappresentazioni
grafiche e numeriche
che riguardano la captonometria
e la capnografia
per chi si intende di anestesia
o di ventilazione aerea
bisogna tenere in considerazione questo monitor e quello di sopra
oltre ad avere una ben conoscenza di come funziona l'apparecchio in essesia
perché oggi giorno possiamo dire che gli apparecchi sono autoformativi, autotestativi
però nelle situazioni di emergenza la macchina non ragiona
quello che ragiona è l'uomo e quindi è responsabile del proprio utilizzo
Qui ad esempio mi sto addentrando a sviluppare e rappresentare i parametri in maniera dettagliata, quindi cosa sto facendo? Sto facendo dell'interrogazione al ventilatore elettronico, quindi sto praticamente simulando delle situazioni di respirazione del paziente
e quindi sto testando se la macchina sia auto-efficiente o da utilizzare per quanto riguarda l'intervento chirurgico.
Qui ad esempio insieme alla collaborazione del medico di anestesia mi addentro a effettuare le manovre di anestesia.
Qui mi dedico alla respirazione, quindi praticamente calcolo i parametri del capnogramma e della capnografia,
quindi rappresenti i rapporti
da espirazione a espirazione
se sono da 1 a 2 o 1 a 3
correndo
da qui collaboro con il medico di anestesia
durante la fase di intubazione
da qui invece mi accingo
a togliere
eventuali
tubi endotragheali
quindi nella fase di risveglio collaboro
con il medico di anestesia
mi dedico alla ventilazione per la fase
di risveglio
E infine, questo è stato un lavoro che ho voluto presentare come tesi, e ho voluto rappresentare un questionario sia dal punto di vista infermeristico che dal punto di vista medico di anestesia.
Sono delle brevi domande in cui ho voluto rappresentare le conoscenze dal punto di vista sia infermeristico che medico riguardante questa figura.
Purtroppo è emerso che dal punto di vista indicativo iniziale queste figure tra di noi sono rappresentate in maniera turnistica, anche se non è vero.
All'interno del carico di lavoro è stato dimostrato che non c'è una disparità di carico di lavoro, infatti per quanto riguarda le slide a seguire, cosa ho voluto dimostrare?
Per quanto riguarda l'infermiera di anestesia se fosse stata riconosciuta all'interno del blocco operatorio il 17% mi ha risposto di sì e l'82% è stato a dimostrare di no perché questa figura come ho detto in precedenza è stata assorbita dall'infermiera di saloperatorio o sostituita.
nel ricoprire poi più avanti ho voluto identificare il percorso di studi
se qualcuno avesse mai sostenuto dei studi riguardanti la parte anestesiologica
circa il 10% è stato a dimostrare di sì
mentre l'altro 90% lo esercita in maniera superficiale
poi per quanto riguarda l'infermiere di anestesia
se fosse sostituita la parte medica informazione mi è stato risposto di no
E qui avviene la fase in cui, riprendendo le slide precedenti, ho voluto fare la descrizione per quanto riguarda la figura dell'infermiera di anestesia, riprodottando le linee guida, nelle tre fasi operatorie.
Purtroppo le risposte sono state molto superficiali e molto errate in quanto chi si accinge a svolgere questa funzione non conosce del tutto le attività che competono all'infermiere di anestesia nelle tre fasi operatorie.
Mentre per quanto riguarda l'ultimo questionario è stato affrontato in maniera positiva da parte del medico dell'anestesia.
Infatti diciamo che le risposte sono state molto positive in quanto avere questa figura in maniera attiva e collaborante
comporta dei benefici sia in situazioni di emergenza che in situazioni di ordinaria chirurgia.
Per quanto riguarda altre rappresentazioni sono state richieste ad esempio se in situazione di emergenza fosse presente questa figura ha comportato dei valori del 100%, infatti se voi vedete i valori sono sempre tutti positivi.
E infine per quanto riguarda la rappresentazione dell'infermiere nella sorveglia del paziente nella fase pre-anestesiologica, quindi nel somministrare determinati farmaci e dopo il posizionamento di eventuali presidi sanitarie come il cattedrale venoso centrale o altri tipi di monitoraggio.
I valori sono sempre stati molto positivi, alti, sopra il 90%, mentre per quanto riguarda l'ultima domanda, che è quella che mi è interessata, è quello di gestire in maniera autonoma il decorso postoperatorio nel recovery room.
Quindi i valori sono stati sempre alti. Concludo dicendo che ho voluto sottolineare che in Italia esistono molte zone grigie. Questo perché attualmente in Italia c'è un divario, un squilibrio tra il vero e il reale potenziale che potrebbe offrire questa figura come nelle altre parti del resto del mondo.
Quindi ho voluto rappresentare che questa figura non è riconosciuta nella pienezza della sua Costituzione, ma solamente in parte in modo superfluo.
Si è dimostrato che questa figura non può essere attuata e utilizzata solo con la formazione di base, ma bisogna avere dei titoli ben specifici per sviluppare questa figura.
E infatti si spera che questa figura possesse pienezza delle sue funzioni come il resto del mondo. Certamente ottenere una maggiore autonomia cosa porta? Ad avere maggiori responsabilità. Però queste maggiori responsabilità cosa comportano? Un grande tesoro che è quello di consistere nell'aiutare il prossimo nella situazione critica.
infatti per superare questa fase
il piano di assistenza non si basa
solo sul metodo tu cur
ma anche sul metodo tu care
grazie per l'attenzione
grazie
è una relazione molto interessante
chissà se un domani
non avremmo tanti colleghi
con il master
in infermieri di anestesia
credo che le criticità
le hai descritte
così come
Come purtroppo tutti i master di posta e specializzazione che vengono fatti oggi, comunque a livello legislativo non vengono riconosciuti, economico neanche.
Ci sono tante persone motivate che fanno dei master di coordinamento, master in infermiere forense, master in anestesia, però se non si è riconosciuti vale la pena?
oppure come dici tu, posso darti del tu, come dici tu, dobbiamo comunque combattere, motivarci al massimo, andare avanti, quando vedranno che la risposta c'è può darsi che anche il legislatore cambi e che anche le nostre aziende cambino.
Bene, consapevolezza, responsabilità, competenze, comunicazione sono state le parole chiave che hanno governato questa sessione e sono considerati alcuni dei pilastri che la professione infermeristica ha a disposizione per garantire delle cure sicure.
abbiamo veramente pochissimi minuti per fare un dibattito visto che abbiamo ancora i relatori in sala
se qualcuno di voi vuole fare qualche domanda può alzare la mano
altrimenti ne faccio io una velocissima al dottor Palladino
volevo sapere nel momento in cui un infermiere è coinvolto in un procedimento penale giudiziare
e gli viene assegnato dal giudice una CTU da parte del medico delegale
di fatto l'infermiere come si deve comportare?
Una bellissima domanda. Voglio partire un po' dall'inizio facendo riferimento a ciò che diceva la dottoressa Caputo nella sua relazione in riferimento alle competenze esclusive per poi arrivare a formulare la risposta in termini giuridici.
Qualora un infermiere sia coinvolto in un procedimento giudiziario può anche non avvalersi di una specifica CTU che gli venga assegnata con riferimento ad un medico legale.
Che cos'è CTU giustamente?
Allora l'acronimo CTU sta per consulente tecnico d'ufficio e qualora essendo il giudice il super partes in un procedimento per poter esprimere al meglio e con obiettività il proprio giudizio si avvale di consulenti esterni e imparziali che nel caso appunto è il CTU.
Pertanto se ad un infermiere in un coinvolgimento giudiziario gli venga assegnata una CTU da parte del giudice medico-legale
se non ricordo male e secondo l'articolo 192 del codice di procedura civile può ricusare questa CTU
perché l'operato di un infermiere
secondo le specifiche ed esclusive competenze
di cui parlava la dottoressa Caputo
può essere giudicato solo da un altro infermiere
quindi abbiamo il riconoscimento finalmente
di una competenza infermieristica specifica
pertanto a conclusione di quello che ho poc'anzi detto
perché non avvalerci di squisite figure professionali
che non vengono valorizzate come gli infermieri legali e forenzi.
Domanda.
A questa rispondo, posso rispondere?
Certo.
I tribunali non utilizzano sempre gli infermieri come CTU.
Quando dovrebbe essere, è capitato a me che un urologo è stato chiamato come CTU
per giudicare un infermiere circa una cateterizzazione che ovviamente aveva recato dei danni.
Chiaramente l'urologo, è vero che l'urologo sa cateterizzare, però voleva vedere, non aveva idea di quello che c'è al monte,
cioè quando prepariamo tutto il materiale, come lo prepariamo, quindi mi ha fatto fare la procedura in sua presenza,
Io non capivo, dico scusa ma che ti sei inventato stamattina? Poi mi ha spiegato, sai perché sto andando subito dopo l'intervento in tribunale perché devo fare la relazione per un infermiere che ha regato a danno.
Quindi anche questi spazi di nostra competenza che sono di cui si sono appropriati, non in tutti i posti perché ci sono infermieri iscritti al tribunale che devono fare il CTU, però ci sono spazi lasciati dove anziché essere giudicate da un pari veniamo giudicati da chi non si occupa di assistenza infermieristica.
Bene, ringrazio tutti voi.
Ah, volevi dare tu una conclusione?
Mi piacerebbe sapere, chiedo scusa, riapro la parentesi.
Breve, dobbiamo chiudere.
Allora, io sono un'infermiera, anche un'infermiera forense e naturalmente è una branca dell'infermieristica
molto interessante, nel senso che trovo logico che in caso di un contenzioso sia un'infermiere
a rappresentare il proprio collega, così come per altre figure vengono chiamati quelli che comunque sono o medici o avvocati e via dicendo.
Credo che i magistrati e i giudici ci vedano un po' come i medici ci hanno visto e ci vedono ancora e ci temono ancora quando si parla di autonomia, di competenze, di cambiamento radicale che l'infermiera ha fatto in questi ultimi anni.
Quindi credo che in Piemonte, parlo del Piemonte, si sta muovendo il collegio Ipasvi per fare in modo che il tribunale riconosca questa figura.
Non c'è un albo dei CTU, ma c'è un albo generale dove qualora ci fosse un contenzioso vanno a chiamare un infermiere specializzato in master legale e forense e gestione del rischio clinico.
Come per l'infermiere di anestesia spero che anche per l'infermiere legale forense ci possa essere un futuro migliore, se c'è la motivazione sicuramente ci sarà, ma ad oggi la realtà è che dobbiamo farci conoscere.
infatti quando loro capiranno che loro sono magistrati e noi siamo infermieri
così come i medici hanno capito che loro sono medici
noi siamo infermieri ognuno con le nostre competenze e ognuno con le nostre funzioni
allora forse l'infermiere legale e forense può essere consultato e chiamato in caso, per quanto mi riguarda spero mai, nel senso che spiace andare ad esaminare un errore fatto da un collega,
ma sappiamo tutti che dall'errore si impara, per cui ben venga.
Grazie, a domani per la ripresa dei lavori alle 8.30.
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