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26° CONGRESSO DI CHIRURGIA DELL’APPARATO DIGERENTE RELAZIONI ED EMOZIONI: I DUE DRIVER DEL SUCCESSO Relatori: R. CONTENTO (Roma) M. PRESUTTI (Roma) Apertura lavori L’uomo e l’evoluzione dei suoi bisogni Il nostro cervello evoluto Scopri le tue emozioni Il sequestro emotivo: come disinnescarlo Pausa emotivo-relazionale L’ascolto empatico Gli stili relazionali Gli stili emozionali Conclusioni
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Possiamo? Si va? Ok, buongiorno a tutti. Iniziamo ufficialmente la sessione.
Buongiorno. Io mi chiamo Rita Contento.
Max Presutti, anche se il mio nome è Massimiliano e sono al posto giusto perché via Massimiliano Massimo, auditorium Massimo.
Non potevi non essere un relatore in questo convegno.
Un doveroso ringraziamento al professor Palazzini per l'invito e per averci accolto nel congresso
e aver dato un ampio spazio a un tipo di relazione, stavamo appunto chiacchierando poc'anzi,
che effettivamente entra ma accoglie un pochino dai margini, rappresenta quasi un alone, una circonferenza
all'interno di quelle che sono il mass delle attività del congresso, quindi l'area tecnologica e lo sviluppo di tutto ciò che è inerente alla laparoscopia addominale.
E' un onore quindi ripeto essere qui e soprattutto trattare un argomento che rappresenta oggi un vero e proprio driver nell'ambito appunto delle competenze e delle abilità che ci auguriamo siano sempre più come dire al centro dell'attenzione degli operatori sanitari.
passerei immediatamente
alla presentazione di quello che sarà
il percorso
mi auguro e vi chiedo
interattività, abbiamo la fortuna
di essere un piccolo gruppo
quindi a maggior ragione possiamo
facilitare
la sessione con un'interazione
continua e quindi con domande
sentitevi liberi appunto
di interrogerci in qualunque momento
come vedete
noi andremo a toccare due grossi
ambiti dal punto di vista delle soft skills, quindi dell'area tematica, che è la parte
della relazione, che vedremo essere un ambito molto più complesso di quello che poi definisce
la parola stessa e un aspetto interessante, molto innovativo, è quello dell'intelligenza
emotiva, quindi del quoziente emozionale, che vedremo essere oggi molto più di interesse
rispetto a quello intellettivo. Vedremo anche che cosa andremo e come lo illustrerà con l'aiuto del nostro esperto, il dottor Presutti.
Ci saranno molti video, molte attivazioni, come le chiamiamo noi, quindi degli esercizi, se volete mettervi in gioco a noi farà molto piacere.
Ma, Max, dovremmo velocemente presentarci.
L'obiettivo di questa introduzione è quello di entrare nell'argomento. Prima di farlo, qualche istante per presentarci. Io presenterò Rita, ovviamente mi sono preso questo onere e questo onore.
Grazie. Rita ha un'esperienza nell'ambito del farmaceutico e della formazione molto ampia. Possiamo dire una vita dedicata sicuramente a questo tema, nasce chiaramente nel mondo dell'informazione scientifica ma poi scopre questo amore strada facendo e quindi grazie anche alle sue qualità comunicative riesce in qualche modo a scalare questo percorso.
Lei oggi è responsabile dell'attività di formazione in ambito scientifico e comunicazionale di una azienda farmaceutica, ovviamente, e devo dire che questo lavoro lo fa con tale passione, tale interesse, per cui spesso ci troviamo a confrontarci su questi temi e effettivamente facciamo anche un po' di sviluppo di idee, no?
e questa è anche una sessione un po' laboratorio se vogliamo perché ci siamo trovati a confrontarci sul tema della comunicazione, della relazione e delle competenze emotive e abbiamo visto quanto questi due argomenti, questi due temi sono intimamente legati e da qui nasce l'idea di creare questo connubio su questo argomento che scopriremo ha una serie di implicazioni e di impatti molto importanti all'interno della vostra professione.
Devo dire che questo interesse condiviso e questa professionalità sviluppata negli anni
mi porta a presentare Max come un esperto, un collega che nasce come me nell'ambito del pharma
con un'esperienza nell'ambito delle human resources ma sia nazionale che internazionale
con incarichi di docenza di grande rilievo e di grande importanza
ma soprattutto Max è un esperto nell'ambito dell'intelligenza emotiva in questo ambito specifico,
per cui ho il piacere e l'onore di condividere con lui l'argomento, la sessione e faremo di tutto per interessarvi su questi temi.
Io direi Max se vogliamo partire e iniziare con il mio team, ci tenevo a presentarvi, ho il mio collega Gianni Giuseppe qui in sala con me ma noi siamo un team completamente dedicato da molti anni non solo all'addestramento scientifico ma soprattutto alla formazione,
quindi all'area comunicazionale, all'esterno dell'azienda, quindi con moltissime società.
Parliamo anche di livelli organizzativi, perché lavoriamo anche con l'Università di Siena,
per esempio nel Master Lean secondo livello, che oggi rappresenta forse l'unico Master in Italia,
che cura e tratta gli ambiti organizzativi nel settore della sanità e della salute.
Io andrei velocemente avanti e inizierei con questa prima diapositiva dove il tema che vogliamo toccare è assolutamente di rilievo e di attualità, cioè come noi andiamo a confrontarci con un mondo, il mondo della comunicazione e della relazione, con popolo, con persone che oggi sono in una continua e costante evoluzione.
Ma soprattutto avendo fatto forzatamente o spontaneamente un passaggio dalla medicina centrata sulla malattia, quindi dal disease model, a un modello che è più centrato sul paziente, quindi dal to cure al to care è più la tendenza e il focus su quello che è il modello patient centered, quindi la centralità del paziente.
Sicuramente. Perché parliamo di comunicazione e relazione? Perché l'ambito della relazione è un ambito di grande interesse? Perché viviamo in un ambiente molto complesso. Io ho provato a mettere dentro tante realtà, come vedete ce ne sono alcune che mancano.
Perché non c'era spazio? Perché di fatto l'operatore sanitario, chi vive nel nostro ambiente, sa molto bene quante sono le relazioni e le interconnessioni e quindi tutti gli stimoli, tutti i percorsi che noi dobbiamo fare per raggiungere il nostro obiettivo, che è l'eccellenza.
Sicuramente il contesto non solo è complesso, ma richiede anche un livello di qualità molto alto, ci viene richiesto continuamente.
Soprattutto il livello di qualità che ci viene richiesto è strettamente legato a un cambiamento non solo dell'ambiente, ma del nostro interlocutore, cioè il nostro paziente.
Il nostro paziente, o comunque i nostri referenti, sono molto più aggiornati rispetto al passato.
Io ricordo un vostro collega, illustra, in una delle nostre esperienze di aula mi disse una cosa molto bella, che cito, mi disse, sa dottoressa, mio padre era un professore, mio nonno era un professore, quando camminavo con mio padre per strada nella mia cittadina si toglievano il cappello quando lo incontravano, oggi alcuni miei pazienti non mi riconoscono o fanno fatica a riconoscermi.
Quando vengono nel mio studio, parliamo di una persona di un certo valore dal punto di vista professionale,
arrivano con scaricate informazioni su internet sulla patologia, sulla strumentazione, sull'approccio alla terapia
e tendono a interloquire con me con delle conoscenze, anche se pur limitate, dettagliate,
ma sicuramente utilizzando un linguaggio non loro, non appropriato ma sicuramente più evoluto rispetto al passato. Perché? Perché abbiamo appunto il social, abbiamo questo ingresso, questo continuo arrivo di informazioni che arriva nei nostri pazienti e che in maniera propria o impropria creano una certa conoscenza.
Se partiamo con il filmato, due minuti, grazie. È un filmato che ci spiega velocemente.
Lo sapevate? I 10 impieghi più richiesti nel 2010 non esistono.
In questo filmato, che tra l'altro vi lasciamo un link, lo potete scaricare da internet, c'è un focus molto interessante su quelli che sono le nostre convinzioni sull'evoluzione di alcuni paesi rispetto ad altri.
La Cina diventerà presto il primo paese del mondo in cui si parla inglese.
Il 25% della popolazione dell'India con il più alto QI
Equivale a più di tutta la popolazione degli Stati Uniti
In altre parole, l'India ha più bambini superdotati di tutta la popolazione di bambini dell'America
Lo sapevate?
I 10 impieghi più richiesti nel 2010 non esistevano nel 2004
Oggi formiamo studenti per impieghi che ancora non esistono
che utilizzeranno tecnologie che non sono state ancora inventate
per risolvere problemi che non conosciamo ancora.
Il Ministero del Lavoro degli Stati Uniti stima che chi oggi è studente
avrà fatto da 10 a 14 lavori prima di avere 38 anni.
Un lavoratore su quattro è assunto nella sua attuale azienda da meno di un anno.
Una persona su due è assunta da meno di 5 anni.
Lo sapevate?
Una coppia su otto sposatasi l'anno scorso negli Stati Uniti si è incontrata online.
Ci sono più di 400 milioni di utenti registrati su Facebook.
Se Facebook fosse un paese, sarebbe il terzo paese più grande del mondo,
dopo l'India e prima degli Stati Uniti.
I paesi con il più alto tasso di penetrazione della banda larga per l'accesso a Internet
sono le Bermuda, al 19° posto gli Stati Uniti, al 22° il Giappone.
Lo sapevate?
Viviamo in un'epoca esponenziale.
Ogni mese si fanno su Google 88 miliardi di ricerche.
Nel 2006 questo numero era di 2,7 miliardi
A chi facevamo queste domande prima di Google?
Il primo SMS è stato mandato nel dicembre 1992
Oggi il numero di SMS inviati ogni giorno supera il numero totale di abitanti del pianeta
Numero di anni che ci sono voluti per coprire un mercato di 50 milioni di persone
Radio 38 anni
TV 13 anni
Internet 4 anni
iphone tre anni facebook due anni il numero di apparecchi che avevano l'accesso a internet
nell'84 era mille nel 92 un milione nel 2008 un miliardo ci sono circa 540 mila parole nella
lingua inglese ossia cinque volte in più che all'epoca di shakespeare si stima che il new
york times diffonda più informazioni in una settimana di quante ne ricevesse una persona
è in tutta la sua vita nel XVIII secolo.
Si stima che quest'anno saranno generati 4 exabyte di informazioni.
È più del totale generato negli ultimi 5.000 anni.
Il totale dei nuovi dati tecnici raddoppia ogni due anni.
Per gli studenti che iniziano un corso di 4 anni,
ciò significa che la metà di quello che imparano nel primo anno di studio
sarà tecnicamente superata entro il terzo anno di studio.
Entity Giappone ha testato con successo un cavo di fibra ottica
che veicola 14 trilioni di byte al secondo in una sola delle sue fibre.
È l'equivalente di 2660 cd, o di 210 milioni di telefonate al secondo.
Attualmente questa cifra triplica ogni sei mesi e continuerà a moltiplicarsi così per i prossimi vent'anni.
Nel 2013 sarà costruito un super computer che supererà le capacità di calcolo del cervello umano.
In base alle previsioni, nel 2049, un computer da 1000 dollari
supererà le capacità di calcolo di tutta la specie umana. Lo sapevate? Durante questo video
negli Stati Uniti sono nati 67 bambini, in Cina 274, in India 395 e sono stati scaricati
illegalmente 694.000 brani musicali. Qual è il significato di tutto ciò? Io mi faccio anche
Anche un'altra domanda, che impatto ha nelle nostre relazioni umane professionali questa velocità? Vedrete che il fattore tempo lo toccherò in maniera particolare quando andremo a parlare di stile, di relazione, quindi come noi costruiamo in base al nostro stile la relazione con gli altri e che stile hanno gli altri e che impatto c'è nel match, quindi nell'incrocio fra le diverse modalità.
perché il discorso è semplice
noi abbiamo un contesto complesso
l'abbiamo visto
che ci sollecita e ci richiama a standard
molto elevati
abbiamo un fattore tempo, scusate
che sicuramente condiziona
il flusso
delle informazioni da e per
le popolazioni
ma sicuramente la sfida più grande
che noi abbiamo, noi che viviamo nel settore della salute
è il miglioramento qualitativo
delle cure che ci viene continuamente
richiesto, il miglioramento dell'assistenza
sanitaria e il miglioramento dei sistemi
quindi miglioramento a livello organizzativo
strutturale e un miglioramento a livello
individuale quindi di competenze
e skill professionali
questo che cosa vuol dire?
vuol dire che noi dobbiamo affrontare
un'esperienza
quella della relazione con il paziente
cercando
come dire anche
di alleggerire il nostro paziente
da quello che è il suo stato di malattia
e ponendolo in una condizione
Di immaginazione, questa è la forza, questo è lo standard su cui noi oggi vorremmo far cogliere e puntare la vostra attenzione, come arrivare a creare un'immaginazione, un'idea, un pensiero di salute nei nostri pazienti attraverso la nostra qualità professionale.
Il percorso non è semplice, assolutamente, se voi vedete l'immagine che ho scelto, tra l'altro semplice da internet, è un percorso dove c'è un filo spinato al posto dello stelo di un fiore, cioè essere in grado di far vivere al paziente un'esperienza di salute e di benessere che l'accompagna nel tempo non è semplice, perché loro vivono uno stato di salute, quindi devono assolutamente fare un lavoro in termini di consapevolezza e di accettazione,
Ma lo vedremo più avanti, è anche un percorso che va a toccare l'ambito della fiducia. Molto spesso noi l'abbiamo, come dire, toccata leggermente ma poi tralasciata, ma l'ambito della fiducia, come vedete, è un fondamento, un sostegno importante nella relazione.
E vedremo più avanti come gli stili relazionali tendono più o meno, diciamo proprio più o meno, in termini di DNA, proprio di connaturazione, a dare di spontaneità, di fiducia o di richiedere qualche sforzo in più.
E questo lo fanno anche i nostri pazienti. A me è piaciuto moltissimo riportare questa frase di Walt Disney che è il re dell'immaginazione e che ha lavorato molto sulla fantasia dei giovani e delle persone anche meno giovani, cioè di noi adulti.
Cioè quando una cosa si può sognare la possiamo anche realizzare, la possiamo fare. Quindi permettere al paziente di immaginare il suo percorso di salute, di portarlo a bordo e di essere consapevolmente partner del suo progetto di salute insieme a noi è sicuramente un qualcosa che noi da anni immaginiamo ma che sicuramente viene fatto e si può fare.
Da dove partire? Abbiamo pensato. Beh, sicuramente da chi cura, cioè da voi. Ecco perché dieci anni fa la nostra avventura in Takeda inizia andando a svolgere lo sguardo fuori dall'azienda, quindi con le società scientifiche, con gli operatori sanitari.
Mi ricordo che la prima domanda che feci alla mia prima platea fu proprio questa. Ma chi si prende cura di voi? Voi che curate tantissime persone, che ogni giorno siete sollecitati a dare delle risposte non sempre semplici, ad avere delle relazioni non sempre facilitate dal contesto, l'abbiamo visto, ma sicuramente con una grande consapevolezza e una grande professionalità avete chiaro l'obiettivo.
che è quello di costruire un percorso di salute per i vostri pazienti.
I medici e il personale sanitario nel suo insieme, vista come un'equip che collabora tutti i giorni,
viene esposta continuamente a questa sollecitazione, a livello anche di standard.
I principali impatti che vengono a crearsi nell'ambito dello stress lavorativo sono
impatti di natura organizzativa, impatti di natura tecnologica, ma non sono soltanto questi.
C'è la componente umana e su quello noi abbiamo dedicato ormai da dieci anni una grande attenzione per cercare di sviluppare in quest'ambito delle abilità. Abilità che non sempre oggi la scuola, ancora oggi, noi lavoriamo nelle università, collaboriamo con poche ma buone università, ancora danno poca attenzione ai percorsi formativi per i professionisti della salute. Perché voi siete tali, professionisti della salute.
Quali sono i risultati di questo stress? Spesso, ce lo dite voi, è l'insonnia, viene chiamato in un altro termine, a me non piace perché è troppo semplicissimo parlare di burnout, ma di fatto è l'irrequitezza, la disconnessione emotiva, i disturbi dell'umore, i conflitti interni e il disingaggio, lo userei come termine italiano, cioè lo staccarsi in maniera quasi cinica da certe tematiche.
Cosa genera lo stress emotivo? Ho preso qualche pubblicazione dal British Medical Journal che ci dà una visione e un interessante spunto di riflessione sui numeri e quindi su quello che qualche anno fa,
oggi sicuramente qualcosa è migliorato, anche sì o anche no, ma guardate un po' che cosa ci dice il nostro amico Langwitz.
Il 36% dei pazienti non ricorda le informazioni fornite dal medico riguardo la prognosi e la terapia.
Lo vedremo che cosa vuol dire sequestro emotivo, ne abbiamo parlato tante volte, ma cosa avviene nella testa del nostro paziente?
Il 70% dei pazienti assume in modo scorretto i medicamenti prescritti, anche questo rientra nell'ambito della relazione, rientra nell'ambito di un contesto ben preciso, sicuramente possiamo porre più attenzione, ma lo vedremo più avanti, come, quali sono i modelli che ci possono venire in aiuto.
I medici sottostimano il desiderio di informazione dei pazienti nel 65% dei casi, o anche sì. Guardate, questo è forse il dato più interessante, che a me piace. Solo un minuto di un colloquio della durata media di 20 minuti, o anche meno, è dedicato a trasmettere informazioni.
Non vuol dire che noi non facciamo bene, ma che siamo sicuramente più attenti a dare altro, a fornire altro in termini di comunicazione e di contenuto.
Le conseguenze sono che, innanzitutto, abbiamo un aumento datato 2002, ma vi posso dire che si aggira ancora adesso con il PIT, intorno al 100-102-103%,
che l'ANIA dichiara, che è l'agenzia di assicurazione, che raccoglie tutta una serie di dati, gli esposti per responsabilità professionale sono aumentati al 148%,
E, è quello che dicevamo qualche diapositiva prima, le responsabilità delle strutture sanitarie sono aumentate al 31%, cioè la richiesta di standard molto elevati. La stessa indagine ha dimostrato che l'elemento principale, quindi dove noi dovremmo porre una particolare attenzione nella proliferazione quindi delle denunce riportate dall'ANIA, non è tanto nell'errore della diagnosi, ma nella comunicazione.
C'è un dato molto interessante, ricordo 57% verso il 13% che distingueva fra il numero delle denunce rispetto alla vera reale malpractice. Cioè tra il 57% e il 13% che rientra nel dato dell'umanizzazione, era un dato ben preciso, c'è una differenziale legata proprio alla percezione che porta alla denuncia, non a un reale motivo di denuncia.
non entrerei in quest'ambito sulle speculazioni, su quelle che sono le sollecitazioni che i nostri pazienti ricevono
ma di fatto il tema è nell'ambito della relazione come riusciamo a ingaggiare il paziente
come riusciamo a costruire, a finalizzare l'empowerment di questo paziente
in maniera da trasformare il nostro colloquio in un momento di ingaggio
In un momento in cui il paziente esce dal nostro colloquio soddisfatto, con questo stato di soddisfazione per un obiettivo e un'immaginazione di progetto di salute. Era quello che dicevamo poco anzi sull'immaginare questo progetto di salute e quindi sul suo ingaggio all'interno di questo progetto in termini di guarigione.
E seppur dovesse non esserci una perfetta aderenza alla terapia, possibilmente da evitare, o in mancanza di risultati apprezzabili, non avere l'insoddisfazione del paziente.
Il paziente, vi posso dire che da altre indagini fatte, pur non ottenendo risultati, se è soddisfatto dal punto di vista relazionale, ringrazia il medico.
Ma poi vedremo alcuni colloqui che noi abbiamo raccolto in alcune esperienze di assessment dei nostri medici quando riferiscono questi dati e il feedback da parte dei loro pazienti.
E' questo il percorso, molto semplice, forse immaginavamo qualcosa di diverso, non lo so, ma io ve l'ho sintetizzato in questa diapositiva. Come arrivare alla soddisfazione del paziente? Non toccando le vostre abilità tecniche, su quelle io non entro, assolutamente sono massime e gli standard vengono rispettati.
Ma un paziente, per arrivare a essere soddisfatto, il primo passaggio è la consapevolezza, cioè essere consapevole in merito a cosa aspettarsi da quel progetto di cura che noi gli andiamo ad offrire, sia esso di natura diagnostica che di percorso prognostico, che di risultati.
Comprensione e fiducia, come la otteniamo dal nostro paziente? Accertandosi che lui abbia ben compreso quale informazione e quali istruzioni deve seguire.
Guardate, il passaggio è molto semplice.
Come farlo aderire? Parliamo tanto di aderenza, di compliance del paziente,
ma per ottenere questa aderenza basta coinvolgerlo attivamente
e dire al nostro paziente che sul ponte della salute,
su questo bellissimo ponte che noi andiamo a costruire insieme,
non lo dobbiamo fare tutti noi da sole, ma lui deve fare il suo 50%, ci deve venire incontro.
Quindi il percorso di salute va fatto insieme e questo è il coinvolgimento,
Questa è la prima lettura sull'adesione del paziente alla terapia. E poi andare ad analizzare l'efficacia, sicuramente, quali sono i risultati che si ottengono in merito alla risposta al trattamento scelto e condiviso insieme.
A questo punto noi otterremo la soddisfazione del nostro paziente. E il modello? Non c'è nulla di diverso dal modello utilizzato di qualche anno fa sul non empowerment del nostro paziente.
Cioè l'informazione del paziente la facevamo anche dieci anni fa, forse anche quindici anni fa. Si faceva un'ottima diagnosi, si proponevano delle soluzioni, si impostava l'intervento terapeutico e o chirurgico.
Quello che sto dicendo in queste tre slide semplicemente è andiamo a vedere non solo la nostra agenda e i nostri impegni, ma andiamo a vedere l'earness del nostro paziente e la sua agenda.
Che cosa vuol dire e come impatta la nostra diagnosi e quello che è la nostra proposta di terapia e di trattamento.
Perfetto. Una domanda che vi faccio, siamo una bellissima audience. Avete idea che cosa significa per un nostro paziente una diagnosi di fibrosi cistica? Quanto impatta sulla sua vita in termini di ore?
Nel momento in cui io ricevo una diagnosi di fibrosi cistica, nella mia agenda, per tornare a questo esempio, devo togliere dalle mie 12 ore di disponibilità in cui io posso fare tutto quello che desidero fare, dall'attività lavorativa, ai miei hobby, al tempo dedicato alla mia famiglia, un tot numero di tempo che inevitabilmente verrà assorbito dalla mia malattia, che diventa partner della mia vita.
Rita, avete idea?
Sì, un numero.
Siamo tra di noi.
Non vi viene in mente un numero?
Di ore, di ore, sì.
Bellissimo, perfetto.
È corretto.
Noi stiamo dicendo semplicemente al nostro paziente,
guarda Rita, nel mio caso,
che tu della tua agenda e dei tuoi hobby
e dal tuo tempo di dedicare alla famiglia, al lavoro, eccetera, eccetera,
devi sottrarre tre ore.
Non sono più tue.
È un po' questo.
Il senso. Per prenderti cura di te. Lo vuoi fare? Sì. Bene. E allora lo faremo insieme. Io ti do le mie soluzioni, ti do la mia professione dalle mie competenze. È semplicemente questo.
Se non rispondo che non lo vuole fare, bisogna utilizzare tutte le tecniche che vedremo più avanti per portare il paziente a impauizzarlo e quindi ingaggiarlo.
E non volerlo fare è una gran risposta. Molto spesso succede, grazie di questa riflessione, che il paziente non te lo dice.
Il paziente te lo fa capire con delle espressioni non verbali, con delle modalità di comportamento o con delle domande, ma laddove il paziente ti dice io non voglio, è già un risultato, mi permetto di dire, perché ci permette di andare ad analizzare le ragioni del no.
No, sì, c'è una fase, no no, ma grazie, è una fase di elaborazione del lutto.
In questa fase, adesso lo vedremo poi nella parte dell'intelligenza emotiva, come andremo a gestire le emozioni del nostro paziente all'interno di questa fase di elaborazione del lutto,
quanto dura questa fase secondo il suo stile relazionale, guardate il modello della relazione, perché ogni stile ha un tempo di elaborazione del lutto,
ha una sua modalità di elaborazione e all'interno di questa fase noi che cosa possiamo fare? Come possiamo comunque tenerlo legato al suo progetto di salute?
Come possiamo farlo salire su quel ponte? Magari non farà subito quella metà, ne farà un pezzettino, ma intanto gli facciamo fare il primo passo,
Che potrebbe essere non tre ore, mezz'ora? E lì entriamo nell'ambito della negoziazione. Non so se sono stata chiara o se c'è qualche altro dubbio, perché mi piace questa riflessione.
Sì? No? Ok.
In questo modello, tra l'altro vi do una referenza bibliografica interessante,
noi abbiamo conosciuto il professore, il professor Moia Vegni,
il modello Empowerment in effetti è la descrizione di quello che è il contesto sanitario
in cui il paziente si muove, nel momento in cui arriva e descrive un pochino
l'ambito del colloquio, in cui lui arriva con la sua agenda, che vuol dire le attese,
perché lui in testa ce l'ha, che cosa vuole, che cosa si aspetta da noi, le implicazioni fisiche e emotive, che decisioni e scelte deve fare e all'interno di questo ambito, alla base, come comprende, come si relaziona con tutto l'ambiente, con tutto il nostro mondo, con la nostra equipa anche.
Nel costruire una relazione medico-paziente, a me è piaciuto questo passaggio molto interessante che vi sollecito ad analizzare insieme a me. Cioè nella relazione interpersonale nell'ambito sanitario è una relazione molto diversa da quella generale.
Cioè, è una relazione in cui comincia ad entrare il concetto di fiducia. Ma la fiducia non è qualcosa di irrazionale, è qualcosa di razionale, cioè qualcosa che si costruisce con la coscienza, con una pressa di consapevolezza da parte del paziente.
La fiducia di un uomo malato che sta in uno stato di sofferenza, di condizione di malattia e che quindi si affida, perché questo è il concetto di affidare, quindi di dare la propria vita nelle mani dell'operatore sanitario, è un atto di consapevolezza.
C'è qualcosa che viene fatto razionalmente, forse all'inizio è qualcosa di irrazionale,
ma poi nel tempo, proprio nell'engaggio del paziente, c'è una sfera che è molto più razionale di quanto noi possiamo immaginare.
E quindi è un modo in cui lui chiede aiuto a voi, perché ha bisogno di voi, del vostro aiuto, affinché voi lo assistiate.
E questo è il medico. Quindi come vedete, la relazione medico-paziente non è qualcosa di irrazionale, istintivo,
Forse anche sì, ma c'è poco. Molto di più c'è in quello che noi faremo con la tecnica. Ecco perché vedrete una slide più avanti in cui la domanda che io vi pongo è ma la comunicazione e la relazione è una tecnica o un'abilità? Entrambe.
perché noi cominciamo e costruiamo la nostra relazione e comunicazione
dal nostro ambiente familiare, dai nostri professori
da quelli che ci hanno insegnato negli anni della nostra gioventù
questi sono i nostri modelli
ma nel tempo è un'abilità che dovremo sviluppare
perché va a migrare questa conoscenza
e deve essere ampliata nell'ambito professionale
quindi nell'ambito dell'adulto
per costruire delle relazioni che siano adulto-adulto
nei confronti dei nostri pazienti
ma anche dei nostri colleghi, parlo anche a chi ha un'equip da gestire, dei collaboratori.
Io adesso vi ho accennato qualcosa sulla relazione, sono entrato un attimo a toccare l'ambito sanitario,
nella sua complessità, andando a fare un focus particolare sul nostro paziente,
vi lascio la parola a Max, perché entriamo nel vivo nel modello dell'intelligenza emotiva.
Eccoci qua, Rita, benissimo, grazie a tutti quanti.
Allora sicuramente da questo intervento della dottoressa Contento di Rita sostanzialmente noi ci portiamo a casa una serie di considerazioni. Uno che c'è un tema di evoluzione importante con un volume di informazioni che viaggiano ormai a una velocità altissima e che il paziente in qualche modo intercetta.
L'altra considerazione importante è che esiste un tema di sostenibilità del sistema e delle persone che vi operano come voi e che in qualche modo non solo devono essere accoglienti, saper creare relazioni, gestire le emozioni del paziente ma hanno loro stessi una necessità di questo tipo perché all'interno del proprio lavoro è chiaro che il tema della sostenibilità e dell'ingaggio passa per un ambiente di lavoro che crei delle relazioni e delle emozioni che siano in qualche modo costruttive.
E poi c'è un altro tema ancora, che abbiamo detto tutto questo come si può tradurre rispetto a una relazione con i pazienti,
in cui idealmente dovremmo fargli vivere un'esperienza di salute e di benessere nel tempo.
Quindi, come avete visto, il concetto di malattia si sta un po' allontanando in favore di un concetto di benessere
e anche di responsabilizzazione del paziente, che assume lui delle decisioni.
E sarà sempre più così perché i modelli economici saranno sempre più basati sul co-payment, cioè non ci sarà una condizione in cui il pagamento di queste prestazioni sarà a carico del sistema, ma sarà sempre di più in qualche modo contributivo da parte delle persone che in qualche modo accettano e aderiscono a trattamenti di vario genere.
Allora, prima di iniziare questa parte che ha delle interazioni un po' più pratiche, infatti la provocazione, queste immagini che ho preso da internet mi ha colpito perché poi in realtà corrisponde molto spesso a quello che andiamo a osservare.
In teoria, teoria e pratica sono la stessa cosa, in pratica non lo sono. Quindi tutto bello, tutto meraviglioso, però poi quando proviamo a fare le cose in pratica ci andiamo a scontrare con una serie di imprevisti, situazioni e quant'altro.
Volevo chiedervi soltanto, rispetto a un audience, capire un po' i ruoli, perché questo è un congresso aperto a diversi ruoli professionali all'interno del personale sanitario, quindi volevo solo capire quanti medici, quanti infermieri, quanti altri ruoli abbiamo qui dentro, solo semplicemente con un'alzata di mano.
Quindi volevo capire se ci sono medici in questa sala, grazie, se ci sono infermieri, quindi sostanzialmente siamo tutti, mi sembra che tutti abbiate alzato la mano, quindi siamo tutti qui, perfetto.
Ora un po' per tarare la comunicazione, ovviamente mi fa piacere che esistano questi due ruoli presenti, allora, pulsante verde immagino per andare avanti, vi propongo qualche attivazione, qualche esercizio che non richiederà movimento fisico ma ci consentirà un po' di mettere alla prova alcune delle nostre capacità oggi percettive.
Abbiamo detto che il tema della relazione, il tema della comunicazione in qualche modo passa per una capacità di percepire quello che è il contesto esterno e di interagire in modo efficace.
Allora la prima attivazione che vi propongo è una tabella, non so se l'avete mai vista, vi chiedo di leggerla e di catturare la prima parola che vi colpisce.
Allora, che parola vi ha colpito?
Diffidente.
Prego?
Gioviale.
Rude.
Dolcemente.
Altre parole che vi avete catturato, che vi hanno catturato l'attenzione?
E lì in fondo?
Dolce.
E allora, è interessante, vediamo sì il black, lo leviamo.
È interessante perché questa griglia contiene tantissime parole.
Io mi ricordo la prima volta che l'ho letta mi ha colpito leale.
Leale è la prima parola che magari qualcuno non riesce a vedere, è a sinistra, dopo sotto il centro. Leale, leale, esigente e leale.
Allora, eppure l'immagine è la stessa, non è che vi ho proposto un'immagine diversa, quindi siete stati sottoposti semplicemente a uno stimolo visivo
e da questo stimolo poi ognuno ha focalizzato l'attenzione su un dettaglio.
E' un po' quello che succede, non so se vi è mai capitato vedere quelle trasmissioni televisive, parlo di canali abbastanza seri, quelli del National Geographic, che spiegano il funzionamento del cervello, andando a intervistare le persone che hanno assistito a un evento, chiedendo loro di descrivere come erano vestite le persone, quante persone erano, che sesso avevano, che cosa avevano fatto.
Ebbene ogni persona tendenzialmente, e questo è il bello del nostro cervello, si focalizzava su alcuni elementi, la memoria è completamente ricostruzione, io la ringrazio perché è proprio questo il concetto, cioè noi lavoriamo e funzioniamo con quelli che vengono definiti dei percorsi di semplificazione,
che si chiamano percorsi euristici, ovvero sia molte cose che noi osserviamo,
mano a mano che andiamo crescendo, le andiamo a osservare con uno schema di semplificazione,
quindi alcune cose che noi non vediamo o non osserviamo attentamente,
le ricostruiamo perché crediamo o pensiamo di poterle riconoscere immediatamente.
E questo fenomeno è interessante perché, soprattutto per un punto,
perché è chiaro che quindi esistono dei fenomeni ricostruttivi diversi
in funzione di quella che è la memoria e l'esperienza di ognuno di noi.
Allora, dopo questo, quindi, vedete quanto può essere vario lo scenario.
Vi propongo un'altra attivazione, anche perché noi li chiamiamo Brain Activator, in qualche modo.
Allora, questa scritta, adesso ve la ripresento, vi chiedo di leggere questa scritta,
poi vi farò una domanda, ok? Probabilmente l'avete già vista.
Di provate a memorizzarla. Ok, quante F contiene? Quante lettere F? Ve la faccio vedere. Ok, quante F contiene? Due, cinque, mettetevi in gioco, non c'è, no non c'è, come dire, due, cinque, sì, sì è vero.
Qualcuno offre di più? Ve la faccio rivedere. Quante sono? Esatto, bravissimo. Molto preparato, il dottore vedo che qui è molto preparato.
Effettivamente, quello che colpisce di questa scritta, che viene usata da molto tempo e non nascondo che non è nulla di nuovo, ma si potrebbe fare con qualsiasi scritta,
è che effettivamente la congiunzione e quindi le parole tipo of spesso non vengono notate,
perché è chiaro che la nostra attenzione va sulle parti più macroscopiche,
indipendentemente dal fatto che io vi dica di leggere le F o di non leggerle, è un meccanismo automatico.
Esatto, era uguale.
Sì, esatto, esattamente così.
Ed è meccanismi che conoscono molto bene le persone che si occupano di lanciare messaggi molto brevi, i famosi spot, dove in qualche modo l'obiettivo è quello di catturare l'attenzione delle persone su due concetti chiave.
E questo è oggetto di moltissima sperimentazione nell'ambito della comunicazione pubblicitaria, per esempio, dove lì c'è una grandissima attenzione in pochi secondi per lanciare dei messaggi che siano anche emotivamente coinvolgenti.
Non volevo essere provocatorio, ne ho ancora un paio forse, adesso non ricordo bene, però servono un po' per lanciare questo tema.
Questa mi ha colpito, l'ho scoperta qualche tempo fa, eppure esiste da tanto tempo, ed è una illusione ottica.
E la domanda che io volevo porvi è, secondo voi in che senso sta girando la ballerina?
Orario? Anti-orario?
Orario? Anti-orario?
Infatti, come vedete...
Scusate, quanti di voi la vedono in senso orario?
È anti-orario?
Diciamo che tendenzialmente la maggior parte delle persone la vedono in senso orario.
In realtà la ballerina sta ruotando, ma noi, proprio per il fenomeno che diceva prima,
il dottore, proprio perché noi andiamo a riempire degli spazi,
la vediamo in un senso piuttosto che un altro.
La sfida è cercare di vederla nell'altro senso,
perché una volta che noi la vediamo in senso orario, poi diventa molto complicato.
Per fare questo io ho portato un ausilio,
quindi non voglio farvi impazzire, perché non è questo l'obiettivo,
però ho portato un ausilio che in qualche modo ci aiuta a svelare il mistero.
ora vi chiedo di concentrarvi
su un lato
e poi cercare di guardare al centro
e scoprirete che magicamente
vedrete la ballerina girare in senso orario
se invece vi concentrate
alla vostra destra
scoprirete quanto magicamente
la stessa immagine, ed è la stessa immagine
di qui sopra, gira nell'altro senso
e in qualche modo
è vero infatti
perché questa immagine
è sempre legata al concetto di riempimento
di quello che noi osserviamo con quella che oggi viene chiamata neuroscienza, ed è una materia nuova che si sta studiando, è trasversale, multidisciplinare,
che cerca di spiegare il funzionamento dei neuroni e come interagiscono rispetto alle nostre capacità e alla nostra intelligenza.
E la cosa interessante è che noi la vediamo in un senso piuttosto che un altro solo perché assumiamo che una gamba sia sovrapposta piuttosto all'altra,
Se voi guardate la zona delle anche e vi concentrate lì e guardate i due disegni scoprirete che è attraverso la sovrapposizione, e noi pensiamo di vedere l'arto sinistro davanti all'arto destro, prima rispetto all'altro, determina la rotazione della ballerina.
Ora, ovviamente è un gioco, scusate se mi sono permesso, volevo riscaldare un po' l'ambiente per introdurvi al tema importante che poi è legato sempre a quello che dicevamo prima, comunicazioni, relazioni ed emozioni.
perché è importante perché lavoriamo nel mondo delle percezioni
quindi è chiaro che siamo in un campo empirico
è chiaro che non abbiamo dei riferimenti scientifici certi
è chiaro però che dobbiamo sforzarci di vedere le cose anche in qualche modo come possono vederle gli altri
quindi questa è una dimostrazione pratica
noi assumiamo che la ballerina ruota in un senso
ma probabilmente qualcun altro potrebbe assumere
per la stessa ragione che la ballerina
stia ruotando nel senso inverso
penso di sì, poi non so
diciamo che quando l'ho vista
effettivamente, anche io l'ho vista in senso
orario, devo essere onesto
ci ho messo un po'
chiaramente dopo avendo
trovato questa fonte
ho scoperto come funziona il meccanismo
però effettivamente
Noi possiamo quindi, scusate la metafora, la semplificazione, ma cercare di capire che esistono altre mappe, altri percorsi di riempimento, come abbiamo detto, che ci consentono di percepire il contesto in un modo diverso.
Questa è una considerazione importante perché quando noi proviamo a dissociare la mente dalle emozioni e quindi il comportamento dalle emozioni,
in realtà non siamo in grado di dissociare un bel niente,
perché un'importantissima scoperta che è stata fatta nel campo delle emozioni
è stata fatta come sempre per errore, perché molte scoperte vengono fatte per caso, casualità.
Un personaggio che si chiamava Paul Ekman, inizi del Novecento,
voleva dimostrare a tutti i costi che le emozioni avessero una base culturale
e si è fatto sponsorizzare
per fare questa ricerca
e doveva andare in un posto che non aveva
nessuna contaminazione all'epoca
quindi immaginate
un posto lontano
qual è un posto lontano che vi viene in mente fuori dal...
bravissimo
Papua Nuova Guinea
è un po' come l'isola di Pasqua
quei posti dove non ci vai
cioè ci vai se ci vai veramente
se no non ci passi
Papua è andato da questi pigmei
da questa popolazione
o aborigine, in senso persone che sono sempre state lì da millenni, e che cosa ha fatto per scoprire le emozioni?
Considerando che c'era una barriera linguistica, ha fotografato i volti delle persone, quindi l'espressione facciale,
per determinare il tipo di emozione rispetto a alcune delle emozioni primarie.
e noi vediamo fra poco, le emozioni primarie sostanzialmente sono due, le più antiche e quelle che ci hanno consentito di restare su questo pianeta per più tempo possibile
e sono la paura e la rabbia. L'uomo, diciamo, primitivo agli albori, sulla terra, doveva difendersi, o scappare e decidere se attaccare o scappare,
non aveva scelta perché lui era completamente esposto, non aveva nessuna possibilità, non aveva l'alternativa al piano C, aveva o piano A o piano B e quindi ha dovuto sviluppare, aveva fisiologicamente queste emozioni molto radicate che poi lo sono ancora in moltissimi animali non mammiferi, nei rettili noi possiamo osservare con grandissima semplicità il concetto della fuga o dell'attacco.
Ecco, non c'è una fase più cognitiva, esiste solo una fase reattiva, emotiva.
E allora è andato lì, ha fotografato i volti, all'epoca le emozioni primarie che si conoscevano erano sostanzialmente 5 o 6,
e poi ha sottoposto persone europee, caucasiche, allo stesso tipo di esperimento fotografando i volti.
Beh, sovrapponendo i volti, praticamente l'espressione, si è potuto desumere rispetto a uno stimolo tipo del disgusto, quindi facendo assaggiare una cosa che per quella popolazione era una cosa che non era commestibile, rispetto allo stesso esperimento fatto a una persona europea, qual era il tipo di espressione che la persona stava provando in quel momento, stava manifestando.
Beh, mettendo al confronto queste facce, potete trovarle tranquillamente su internet, si vede quanto l'aborigeno, il pigmeo, aveva la stessa identica espressione del volto dell'europeo.
Allora lui è dovuto tornare dimostrando e ammettendo che in realtà esisteva un'altra base che non era quella culturale e probabilmente era una base fisiologica.
perché quando Rita prima ha citato la fiducia
da quello che io mi ricordo
sostanzialmente la fiducia viene stimolata anche attraverso un ormone
l'ossitocina
che viene poi prodotto in modo importante dalle donne che sono in stato interessante
quindi esiste una base fisiologica
e la fiducia è una delle emozioni
esiste una base fisiologica che noi ancora non conosciamo oggi
E che determina molto spesso le nostre reazioni e lo andiamo poi a vedere. Quindi dissociare una parte mente più cognitiva da una parte emotiva non ha senso, perché alcuni dei nostri comportamenti sono dettati da esigenze emotive.
E allora, come dicevamo prima, tanto per fare un piccolo passaggio, sicuramente quello che ci è arrivato prima è Darwin, che ha fatto tantissime considerazioni e aveva scoperto che alcuni animali, in qualche modo i mammiferi,
avevano, perché avevano sviluppato
il cervello, sicuramente
molto di più dei rettili, avevano la capacità
di provare alcune emozioni
nel testimonianza
l'animale che più a lungo
ha vissuto con l'uomo è il cane
da 40.000 anni
il cane vive con l'uomo, sono stati ritrovati
chiaramente in queste grotte
quando vengono fatti questi scavi archeologici
la presenza del cane
come amico dell'uomo da 40.000 anni
e il cane è uno degli animali
che viene riconosciuto come capace di provare più emozioni rispetto alla rabbia e alla paura.
Ma soprattutto a Damasio, che è quello che vedete in basso, che è un esperto, il massimo esperto lo è ancora, di neuroscienze,
che si devono moltissime delle ricerche che in qualche modo hanno dimostrato che una persona che ha un quoziente di intelligenza altissimo
ma non ha una capacità di provare emozioni per una serie di traumi dovuti a incidenti o a altre sindrome,
non è più in grado di fare una scelta, cioè lui razionalmente è in grado di capire che quella cosa è in qualche modo migliore dell'altra,
ma poi quando si tratta di decidere di assumere una strada o un percorso non è più in grado di prendere una decisione.
Quindi ha creato e ha impostato un importantissimo collegamento che la nostra capacità di prendere decisioni è su base emotiva. Abbiamo un percorso cognitivo che sviluppa le informazioni ma poi quando decidiamo di fare quella cosa in quel momento è perché il nostro stimolo emotivo ha detto che quello è il momento esatto in cui la dobbiamo fare, altrimenti restiamo nella fase teorica.
E tanto per darvi due riferimenti, è chiaro che è un'audienza scientifica, io non sono uno scienziato, ma volevo solo raccontarvi tre cose che in qualche modo ci aiutano a capire come funziona, perché il punto è, come diceva Rita, qui parliamo di emozioni ma parliamo di applicazione delle emozioni, quindi di intelligenza emotiva.
In questa immagine trovate rappresentati i principali attori di questo processo.
Io intanto partirei dall'amigdala, che è quello che è il cervello rettiliano,
che è quello più antico ed è la base più profonda,
che in qualche modo determina la nostra risposta irrazionale.
Se dovesse entrare un leone in questa stanza, è chiaro che molti di noi fuggirebbero.
Ma se io dovessi poi chiedere a queste persone, ma voi fuggite perché avete paura o avete paura perché fuggite?
nessuno mi saprebbe rispondere, perché la risposta è così rapida, si parla di millisecondi, che nessuna parte del cervello, della corteccia sarebbe in grado di valutare il pericolo, scappi, e questa roba qui, questo tipo di emozione ci ha tenuto in vita su questo pianeta, quindi grazie a Dio ce l'abbiamo e teniamocela, ed è comunque importante per noi.
E' chiaro che poi, mano a mano, esatto, esattamente, chi non aveva queste reazioni, ci sono dei film che poi in qualche modo, in modo scherzoso, infatti noi abbiamo preso anche forse un contributo della Walt Disney, che in qualche modo è quella dei Cruz, è un film che è uscito qualche tempo fa, che racconta la storia dei primi uomini sulla Terra, ed è verissimo.
Cioè, lasciate perdere che sono film cosiddetti per bambini, ma in realtà lo studio che c'è dietro questi film è fenomenale e lo vediamo perché l'ultimo film in tema di emozioni che è uscito è Inside Out, che ha richiesto cinque anni di studio per capire come rappresentare in modo semplice e universale un concetto così sofisticato e difficile delle emozioni.
Quindi abbiamo detto che esiste un tema di amigdala, esiste l'ippocampo che in qualche modo registra tutte le esperienze emotive, quindi abbiamo un cervello più limbico e poi abbiamo un cervello corticale.
È chiaro che quindi se entro un leone in questa stanza io non rifletto, scappo oppure mi blocco dal panico, perché è chiaro che la reazione può essere anche di panico, che è la forma più estrema di paura, di terrore che determina il panico.
quindi anche la stessa emozione ha delle intensità diverse
è chiaro che quindi io devo essere in grado di riconoscere lo stimolo
e il talamo in qualche modo noi l'abbiamo definito un controllore di volo
cioè tutti noi sappiamo che un leone è pericoloso
e quindi possiamo scappare
non abbiamo tempo di riflettere
ma se dovesse entrare un cane molto grande
non tutti scapperebbero
anche se diciamo minaccioso, con un fare minaccioso, perché è chiaro che il ricordo emotivo che può avere ognuno di noi di una esperienza di questo tipo può essere diversa,
quindi già lì si aprirebbe un'importantissima reazione e un distinguo completamente diverso.
Quindi questo esempio ci serve per introdurre il concetto del marcatore somatico che Damasio ha in qualche modo identificato.
cioè questo elemento, questo marcatore
fa sì che noi reagiamo in un certo modo
quindi arriva lo stimolo
ce l'abbiamo da qualche parte
sì, è un cane minaccioso
ma io ho già avuto a che fare con cani minacciosi
l'importante è non scappare
perché il cane se tu scappi ti aggredisce
e quindi hai questo tipo di esperienza
se non hai questa esperienza
puoi rientrare semplicemente in una reazione amidalica
sono chiaro abbastanza
perché abbiamo pochi minuti
per introdurre questo tema
ma soprattutto per arrivare a capire come l'intelligenza emotiva, che è un costrutto recente, perché parliamo degli anni 90,
elaborato in fase di elaborazione, abbia messo in discussione il concetto di quoziente di intelligenza rispetto al quoziente di intelligenza emotiva.
Come dicevamo prima, Damasio ha in qualche modo dimostrato che la nostra mente non è un computer,
Noi non archiviamo i file semplicemente, abbiamo una memoria emotiva in cui registriamo le informazioni
e abbiamo un marcatore somatico che in qualche modo ci fa capire immediatamente quale potrebbe essere la reazione ideale.
Quindi ci troviamo in una situazione di emergenza, è chiaro che a quel punto va presa una decisione.
Se il marcatore somatico in qualche modo richiama un'esperienza che abbiamo già gestito e che abbiamo condotto,
manteniamo comunque la calma
se questo richiama un'esperienza negativa
anche per il famoso fenomeno di riempimento
che noi non abbiamo vissuto
non abbiamo una reazione di calma
quindi cambia completamente la nostra reazione
e questo è il tema su cui l'intelligenza emotiva
ha cominciato un po' a studiare e a capire
quale poteva essere una modalità
per gestire o mitigare un meccanismo di questo tipo
e volevo portarvi degli esempi di sequestro emotivo
perché quando il marcatore emotivo lancia questo segnale di allarme e noi reagiamo senza nessun tipo di percorso di rialaborazione attraverso la corteccia, noi reagiamo.
Vediamo, questi sono due esempi che ho preso su internet, ma c'è uno recentissimo, Valentino Rossi, voi mi spiegate perché una persona che è primo nel mondiale, sta vincendo per il mondiale, a un certo punto perde la calma e dà un calcio, più o meno se fosse vero, o una pedata a un altro pilota per farlo cadere.
No? Razionalmente ti rendi conto che è una stupidaggine, no? Nessuno butterebbe alle ortiche un anno di sacrifici, però in quel momento non potevamo chiedere rispetto a una reazione, a una provocazione, a una reazione, di poter attivare un percorso diverso.
E quello si chiama sequestro emotivo, quindi esistono delle situazioni in cui noi siamo in sequestro emotivo e non siamo in grado di ragionare.
Volevo chiedere il contributo, se abbiamo la possibilità di cliccare sui video,
perché non so se vi ricordate la testata di Materazzi, ora era la finale, non era la qualificazione.
Adesso c'è una parte, sì è un po' avanti, questo è quando si scarica da internet.
ok perfetto
gli italiani sono la guardaline
c'è stata una gomitata dice Buffon
c'è stata una gomitata di Treseghe dice Buffon
e un po'
e no
e no
non si può
rischia di rovinare una camera
con una testata
indecente Zidane
ovviamente noi non sappiamo cosa il buon
Materazzi abbia potuto dire
a Zidane e non lo sapremo mai
però
Però parliamo di finale, quindi parliamo dove dentro, in mezzo c'è un budget, c'è una responsabilità, una visibilità mondiale.
Immaginate che cosa può essere passato in quel momento nella testa, a proposito di testata, nella testa del buon Zidane.
ma anche lì ho voluto dare un contributo, non so se qualcuno di voi ha mai giocato a tennis, bene, è uno sport morto ormai infatti, bello e defunto completamente, però diciamo quando io ero ragazzo c'erano dei campioni e uno di questi era McEnroe,
e McEnroe era famoso perché lui era veramente genio e sregolatezza
giocava un tennis completamente diverso dal resto del mondo
aveva una capacità di intuire
di fare cose che altri non erano in grado neanche di pensare
ed erano famose le sue discussioni con gli arbitri
con anche un solo uso di parole improprie
in un contesto dove tutto questo veniva sanzionato in modo importante
ancora qualche istante per farvi vedere
questo è l'inizio del sequestro emotivo
in quel momento lui ha avuto un picco emotivo
e non ha saputo gestire la sua comunicazione
a proposito di comunicazione
però questa cosa lo mantiene in una condizione di sequestro emotivo
come viene chiamato dagli esperti di intelligenza emotiva
il pubblico è abbastanza perplesso
pensa che tutto ciò sia ormai passato, qui commette un errore, richiama l'esperienza
e come vedete comincia a dare in qualche modo, questo è quello che succede a chi ha il sequestro emotivo
e allora qual è il problema di tutto ciò?
chiaramente nessuno ti può capire
ma soprattutto rischi di mettere
di mandare in fumo
chiaramente tutto quello che è il tuo lavoro
a questo punto lui decide che la partita non è più da giocare
se non ricordo male
e va e se ne va
dice va stop vado a casa fine
nient'altro
Ok, non era ancora soddisfatto abbastanza, come vedete sostanzialmente poi la partita viene interrotta, possiamo anche stoppare il video, quindi è un classico caso di sequestro emotivo e ne troviamo tantissimi, se andiamo in macchina nel traffico troviamo reazioni da sequestro emotivo.
prego
scusatemi non sono abituata
non si preoccupi
non siamo in sequestro emotivo
stiamo ponendo l'attenzione sul sequestro emotivo
e io questa situazione la capisco
e come sicuramente tante persone di voi
l'ha anche vissuta
però mi chiedo in questa sede
perché il pubblico
questa situazione non la capisce
ma la condanna
gli fischiano
anziché capire quello poraccio Valentino
ha subito un torto
Certo, cerchiamo di capire. Il pubblico queste situazioni le condanna, perché?
Allora...
Ho capito se questo è il motivo, ma perché il pubblico non capisce? Anzi, mette il carico, tutti quanti sconvolti da Valentino, sì ma gli hanno rotto le scatole.
Certo, certo.
Cioè non ci vuole la scienza, capirebbe chiunque che è sotto stress e ha reagito così.
Sì, la stessa cosa io lo vedo in sala operatoria, scusate, io sono in infermiera, lavoro in sala operatoria, io vedo dei chirurghi che sono delle persone deliziose, squisite, al tavolo operatorio diventano dei mostri, ci sono dei chirurghi, scusate la verità.
La ringrazio perché diventa una discussione interessante, noi volevamo accendere la platea.
Un discorso di sequestro emotivo, perché la persona non la riconosce più.
Eppure, porca miseria, quel colon lo fai sempre, lo fai tutti i giorni, ancora soffri di sequestro emotivo.
È inappropriata cosa, scusi? È inappropriata.
Ma noi conosciamo lo stress emotivo. Io lo condivido, lo stress emotivo.
Io capisco che una persona che ha emozioni, l'abbiamo detto prima, quella persona ha emozioni.
Perché il pubblico non lo capisce? Perché il pubblico non è tollerante?
e allora perché si permette
il lusso di condannare e di far pesare
ancora di più questa situazione emotiva
che è disastrante
oltretutto ti dai la zappa sui piedi
anche a livello di immagine
vieni squalificato
quindi non è appropriata
come non è appropriata? è un sentimento che va
vissuto, va esternato, perché il pubblico
lo contrasta?
questo è interessante
la domanda è questa
la domanda è interessante ed è interessante anche
anche la dinamica, perché siamo nel tema
del sequestro emotivo. Adesso pongo
bene la domanda, il sequestro emotivo
è un sentimento,
una sensazione che noi proviamo
quotidianamente, come ha detto lei,
anche quando guidi la macchina,
cioè succede, succede.
Perché però il pubblico questa situazione
non la capisce? Perché è un sentimento
tanto frequente? Perché non vengono
capite le persone?
Perché non vengono tollerate
certe situazioni? Non vengono
giustificate? Anzi,
semmai l'opposto
anziché dire poraccio quello
di qua e di là
era una domanda
una fase di sequestro emotivo
una reazione inappropriata
potrebbe non essere semplicemente
una testata ma qualcosa di molto di più
quello non è impazzito
estremamente inappropriato
io non vorrei mai dare a lei una capocciata
a meno che io non sto vivendo
non dargli una coltellata
sicuramente ma io penso che una persona che fa una cosa
io sono una persona
sono empatica. Allora io vi chiedo
sostanzialmente. Il controllo delle
emozioni. Chiedo scusa non so il suo
nome. Fioretto. Fioretto. Anna. Anna
Fioretto. Un attimo. Dobbiamo anche
lasciare a proposito di discussione e di
comunicazione che è interessantissima
questa dinamica perché poi c'è un tema
di come dire espressione ma anche di
ascolto no? Allora entro non entro nella
dinamica ma è importante che in certo
Quando noi esprimiamo le nostre ragioni diamo anche all'altra persona la possibilità di esprimere senza sovrapporci rispetto a quelle che sono le opinioni. Tutte le opinioni sono valide.
In questa situazione, e tra l'altro sono contento e vi chiedo di mantenere questo pathos, perché poi parleremo di empathos, empatia, dipende dal fatto che in quel contesto io non sono il supremo arbitro, ma la gente ha pagato per vedere una partita di tennis.
E quindi in qualche modo esiste un altro tema emotivo, loro sono su un'altra pagina, sono qui, sto vedendo la finale e voglio vedermi una finale di tennis, non voglio vedere altre cose.
E' chiaro che in quel momento ci può essere un distacco rispetto a quello che è il vissuto. Ci possono essere dei momenti successivi in cui questa cosa viene poi riletta e rinterpretata, però in quel contesto specifico McElroy aveva la possibilità di sfogarsi e di continuare a giocare.
Scusi se la interrompo subito, se no poi mi scordo. Però anche in un altro contesto, io vengo a lavorare, non voglio subire il sequestro motivo del chirurgo, ma chi se ne frega, a fine del mese non prendo l'indennità per il sequestro motivo del chirurgo, scusatemi.
Proprio per questo il chirurgo dovrebbe imparare a gestire questa situazione.
La domanda è perché succede spesso, perché non c'è questa tolleranza?
Parliamo tanto di empatia, però dopo non la mettiamo in pratica.
Sì, io voglio partita di pallone, sì, io voglio andare a lavorare, però poi la tolleranza non c'è.
Guardiamo bene, ci sono delle situazioni nelle quali invece questo sequestro emotivo è stimolato
e la gente sta lì a guardare tutte le trasmissioni televisive.
Certo, esattamente. Molte trasmissioni basate su questi dibattiti un po' infuocati o scenate, perché voi sapete per esempio, l'altro sera abbiamo avuto ospite Sgarbino, che ha una cultura sulla storia dell'arte che è impareggiabile, era un evento e in quell'evento lui non ha fatto nulla, quindi non era in un contesto televisivo.
E' stato chiamato per fare un intervento e quindi dove comincia lo spettacolo, dove finisce la finzione, noi sulla televisione non possiamo fare scommesse, perché molto di quello che ci viene proposto è anche costruito a tavolino.
Qui il punto è che nessuno può colpevolizzare nessuno, qui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità perché il sequestro emotivo ha delle tecniche per poter essere mitigato, è chiaro che poi ognuno al proprio livello dovrebbe cercare di capire se sta andando in sequestro emotivo.
Vi faccio un esempio, ci può essere una discussione di vario genere, molto animata, in cui a un certo punto io mi sto, come dire, innervosendo e posso decidere o di stare zitto e quindi mi distacco da quella riunione, comincio ad avere un disagio, oppure di voler intervenire perché in qualche modo questa reazione è diventata molto forte.
E quindi, esattamente, a proposito, Anna, chiedo scusa, tu in questo contesto mi pormi, perché ho...
Parliamo di empatia e poi dopo parliamo di controllo, cioè di che cosa vogliamo parlare.
Esatto, adesso arriviamo soprattutto al tema del meccanismo dell'intelligenza emotiva e poi cerchiamo di capire anche come ci si può spingere oltre,
perché quello che è stato in qualche modo identificato, che è importante, è il neurone a specchio.
E' proprio questo siamo arrivati. Cioè, nell'ambito di questo percorso di approfondimento del funzionamento dei neuroni portato dal nostro Damasio, un certo Giacomo Rizzolatti, che in qualche modo è italiano, quindi per fortuna, ha scoperto il concetto del neurone a specchio.
Cioè una cosa che fino a quel momento non era stata provata scientificamente.
Chiedo di far partire il video, perché questo in qualche modo ci aiuta con un contributo a capire un po' il senso del neurona specchio e il funzionamento.
Ora, la sensazione che una buona parte di voi, io vi ho osservato, come dire, all'inizio incredulità, poi piano piano uno si lascia trasportare da questo tipo di sensazione positiva, ma questo comportamento apparentemente semplicissimo è dato proprio dal funzionamento di questo neurone.
Il bambino vede la mamma che sorride e lui sorride. Vede la mamma con un'espressione più seria e diventa serio immediatamente. E questo è possibile.
È possibile? Si è scoperto una cosa che è sensazionale, che non è che noi, il neurona specchio, impariamo solo copiando il comportamento degli altri, ma siamo in alcuni casi in grado di provare l'emozione che sta provando quella persona, senza essere nella stessa situazione.
Riusciamo a spingerci in modo così a specchio, in modo così profondo, che siamo quasi in grado di provare la sensazione che sta provando quella persona, che è importantissimo. Quindi non c'è un tema solo di apprendimento della manualità, del tecnicismo, ma c'è un tema di capacità di apprendere anche attraverso l'imitazione del neurone e di capire lo stato d'animo.
Quindi questo meccanismo più o meno sviluppato ce l'abbiamo tutti, quindi non è vero che non esiste, è chiaro che come tutti i meccanismi va innanzitutto consapevolizzato, quindi noi sappiamo che esiste questo neurone e che è deputato a questa importantissima funzione di farci apprendere guardando le persone e gli esseri viventi che sono sulla Terra,
che non è poco se noi contiamo sul fatto che noi sulla Terra ci dobbiamo sopravvivere in un contesto abbastanza complicato.
E quindi chiaramente quello che possiamo dire sulle emozioni, che possono essere indotte anche,
è che le emozioni sono sostanzialmente degli stimoli elettrochimici che passano per le nostre sinapsi
e che possono essere in qualche modo anche indotti.
Noi ci troviamo in una situazione di pericolo, abbiamo l'emozione della paura che può arrivare fino al terrore, ma possiamo anche vedere un film di paura e in qualche modo di questi dell'horror sentirci anche noi impauriti.
Io ho avuto la sfortuna di vedere un film che penso che... io non ho mai avuto un attacco di panico nella mia vita, ho visto un film, posso raccontarlo, di aver avuto il mio primo attacco di panico intorno ai 40 anni, guardando The Ring. Io non ho mai avuto un attacco di panico in vita mia, mi hanno sempre descritto palpitazioni, sudorazione, tremore, dico vabbè, è bene.
Una sera ero solo a casa, ho avuto questa scellerata idea di vedere questo film, ho avuto un attacco di panico, ho dovuto spegnere il film, ho chiuso tutte le finestre, ho abbassato le serande, ho bevuto un po' d'acqua, cercavo di distrarmi, ogni volta che adesso lo rievoco ho una sensazione bruttissima di ansia e di terrore.
Ora, la testateria è successiva e io la sensazione di paura l'ho provata guardando una scena innocentissima, perché era una donna con i capelli lunghi che si guardava allo specchio e a un certo punto si girava e ti guardava.
Una situazione che vista per testualizzata è normalissima, non ti fa nessuna paura, però in quel contesto c'è stata un'emozione incredibile perché sapevo che quella persona non doveva essere viva, non doveva essere...
Certo, certo, certo.
Però era una scena che presa a sé non avrebbe fatto nessuna paura a nessuno.
No, ma infatti tutto nasce dal neurono a specchio. Io mi ero permesso di portare una musica, una campana tibetana, per chiedervi di ascoltarla e di raccontarmi che tipo di sensazione vi provoca, se riesco a farla, perché non siamo riusciti a montarla.
non si fermava. Questo è uno strumento musicale aborigeno che loro usano in qualche modo per
una forma di meditazione. Pensate che lo suonano per dieci ore, loro per dieci ore si sottopongono
a questa stimolazione, però pensate quanto è semplice e quanto è vero il fatto che noi rispetto a contesti che riceviamo
alla fine proviamo delle emozioni, degli stati d'animo, allora l'emozione è il picco, quando questa emozione si prolunga nel tempo
diventa uno stato d'animo e quindi io posso avere paura, posso avere tristezza, ma se questa tristezza si prolunga nel tempo
può diventare altre forme, molto più tipo depressione, una profonda depressione.
Quindi la cosa interessante è che chiaramente anche immagini possono suscitare delle emozioni forti
perché possono ricordarci dei contesti di un certo tipo.
Se io mettessi qui della musica con un profilo di pianoforte un po' grave,
sicuramente vi avrebbero in mente delle immagini negative.
Quindi in realtà noi non abbiamo bisogno di fare attivazioni perché questa cosa è naturale, la viviamo tutti i giorni.
Avevo portato alcune slide anche di emozioni più positive e anche di altro tipo di emozioni.
Però la cosa importante è il collegamento, come funzionano le emozioni.
Perché io poi introduco la parte di quali sono le emozioni e come l'in-film dell'inside-out
ha in qualche modo rappresentato egregiamente le emozioni.
La domanda che mi faccio è sono felice perché ballo o ballo perché sono felice? Esiste inevitabilmente un collegamento importante tra le nostre emozioni e il contesto e quello che io sto facendo, perché magari in un posto non ho desiderio di ballare, però quando comincio a ballare mi sento meglio e subentra in me una certa soddisfazione, tranquillità, serenità.
può darsi che sia anche il contrario
quindi è un continuo
io mi sento particolarmente felice
e ho voglia di ballare
e quindi inizio a ballare
come vedete è un collegamento
anche questo è un collegamento importante
perché non possiamo dissociare
questi due elementi
mente e corpo
e le emozioni fanno parte
di un processo anche non solo di inside out
cioè quello che ho dentro provo a gestirlo
o non lo comunico
perché io non posso in qualche modo dire
che le emozioni non esistono, ci sono, sono informazioni importanti che il nostro corpo
ci sta, degli stimoli che ci sta lanciando, a sorridere.
Dopo un po' il cervello percepisce questo schema corporeo e assume l'emozione corrispondente.
Esattamente, ci sono moltissimi esperimenti che hanno dimostrato che, come dire, in questo
caso il sorriso, ma altre attività, per esempio nell'attività fisica, noi sappiamo che la
La piacevolezza di alcune attività può stimolare degli ormoni che determinano uno stato d'animo, di soddisfazione.
Quindi questo meccanismo è importante, perché può essere anche indotto, non è vero che un'emozione induce un comportamento, anche un comportamento può indurre un'emozione.
Ed è un collegamento importante, perché le informazioni, noi culturalmente siamo tendenti a emarginarle.
Le emozioni sono una cosa che va tenuta fuori, le emozioni non servono, le emozioni sono pericolose, manteniamo il controllo, in realtà noi non manteniamo il controllo, noi ingobbiamo semplicemente le emozioni all'interno di un comportamento, non sono cose dissociabili.
Quindi immaginate un atleta che si allena per i 100 metri alle Olimpiadi, quindi fa una preparazione bellissima.
Stessa linea di partenza, start, prestazioni completamente diversi.
E' chiaro che in un caso una persona è riuscita, l'atleta, a inglobare la sua emozione all'interno della sua prestazione.
L'altro probabilmente in quel momento, anche se era allenato, era abituato a fare quel tempo, non ci ha riuscito.
Quindi l'abilità evoluta in termini di intelligenza emotiva è quella di sapere inglobare il più possibile le emozioni.
Come abbiamo visto, nasconderle è impossibile, perché è impossibile non comunicare.
Quando anche stai zitto ti chiederanno perché non dici nulla, quando solitamente affermi la tua opinione.
Quindi non c'è un modo per bloccarle, c'è solo un modo per cercare di convogliarle nella direzione
Che a noi in quel momento ci interessa di più. E abbiamo anche visto che le emozioni sono contagiose, perché inevitabilmente una persona che sorride nel tempo induce a un sorriso e quindi a una risposta positiva.
Posso chiederti il tuo nome?
Luigi, io userò i nomi in questa sede
sta provando a creare un meccanismo di empatia
con Anna in diretta
positivo nel senso
è un meccanismo
è importante questo
perché è una dinamica anche di relazione e comunicazione
vedo
vedo esatto
si è sentito in causa ma si è sentito anche
certo
è giusta la considerazione di Anna
allora finché
c'è una
allora
c'è un'altra persona che voleva scusate
certo
la reazione è stata violenta
io posso capire uno stato emozionale
però non è
una risposta violenta
sono d'accordo con lei ma il limite chi lo dà
sono d'accordo con lei
bisogna dare un limite a tutto
ma chi lo dà questo limite ai buoni venieri?
credo scusate perché
penso che questa discussione sia interessante
ma esiste un principio
che io terrei come dire
abbastanza a mente
che è la libertà
finché la tua libertà non limita la mia libertà
tu sei libero
chiaramente di esporre le tue ragioni
quando questa sfera
incontra la sfera di un altro
Altro parliamone, non litighiamo, parliamone perché la libertà di espressione, quando incontra la libertà di espressione di un'altra persona che può decidere di non essere coinvolta, parliamone.
Quindi è questo un po' il concetto che c'è dietro la comunicazione, quindi non c'è una risposta univoca, esiste un tema, esiste una chiave interpretativa perché rispetto a quella situazione,
Magari in quel momento io potrei essere contrariato ma poi comunque comprendere le ragioni. Però esiste un tema di armonia, nel senso che questa libertà che ognuno di noi si prende trova il limite nella limitazione della libertà altrui perché quella persona era libera e non vorrei restare lì perché vorrei proporvi questa attivazione.
Era libera di vedere la partita perché aveva pagato, quell'altro era libera. È chiaro che a quel punto non poter vedere nulla era una condizione di limitazione importante di quella che era la libertà della persona.
Assolutamente d'accordo, infatti esiste su questo delle strategie comportamentali, è chiaro che se io so che sto andando in sequestro emotivo ho possibilità,
per me che ero in quel momento e non era nelle condizioni ma poteva decidere di andare in bagno, voi sapete che i tennisti siccome non c'è un break formale tra primo e secondo tempo
possono richiedere se hanno un'emergenza di andare in bagno e prendersi il tempo chiaramente di riflettere un secondo su quella situazione, oppure fare un break, cioè tutto quello che in qualche modo può interrompere un circuito di cui noi diciamo questa è una reazione, non è un'azione, perché il concetto dell'intelligenza emotiva è un concetto legato alla capacità di gestire e prendere decisioni che siano sostenibili,
linea, che soddisfano
me ma che soddisfano in qualche modo altri requisiti
perché le decisioni che non sono
sostenibili in qualche modo sono
decisioni evidentemente
dettate da una fase di sequestro emotivo
troppo importante
ora, visto che siamo diventati esperti
e mi sembra che l'argomento sia caldo
volevo proporvi
un'attivazione nel riconoscimento di quelle emozioni
queste sono le foto di Ekman, no in realtà
non è vero, queste sono le foto di un
famosissimo serial
televisivo, Lie to Me
Daniel Roth, bravissimo, Tim Roth. In alto a sinistra, il numero uno, secondo voi che tipo di emozione vuole comunicare Tim Roth in alto? La uno, perché poi noi parliamo ma poi non siamo in grado di leggere le emozioni.
Che emozione corrisponde? Noia, tristezza. Chi ha detto tristezza? Tenete conto che per definire attraverso le espressioni facciali lo stato emotivo in grandissima considerazione sono gli occhi, le sopracciglia e la bocca.
Se noi ci concentriamo su questi tre elementi, siamo in grado di definire il numero due, per esempio, a che cosa corrisponde.
Prego? Gioia? Due? Soddisfazione? Va bene.
Diciamo che siamo nella sfera dell'emozione di soddisfazione.
Ok, sono abbastanza felice, oggi è una giornata felice.
Il numero tre? Paura. Paura in qualche modo perché sicuramente lo sguardo è terrorizzato.
L'avreste riconosciuto la rabbia? Ecco qui cominciamo ad essere un po' più...
Il numero cinque? Esatto, scetticismo. Non è un'emozione, non si chiama così nel mondo delle emozioni, ma è una forma di, come dire, non ci credo, sono un po' in dubbio, disapprovazione, un concetto di disapprovazione. Non mi hai convinto molto con questa cosa.
Il numero 6 invece è sicuramente disgusto, che schifo, questa situazione è veramente terribile, sorpresa, ora è chiaro che Team Rotta ha questa espressività, però ci sono altre immagini, però sostanzialmente quello che ne differenzia è, come vi dicevo, nella paura sicuramente le sopracciglia sono molto alzate e molto ravvicinate e anche la bocca è in una posizione,
L'appiness è più semplice, quelle primarie più semplici diventa quasi un gioco. A questo punto, questo è il famoso Pixar. Volevo chiedere, prima di farvi vedere la tabella delle emozioni, di poter attivare il trailer che in tre minuti spiega. Quanti di voi l'hanno visto? Bene.
Un fagottino di gioia.
Era incredibile.
Oh, per 33 secondi.
Io sono tristezza.
Oh, ciao.
Posso solo... voglio rimediare.
Il quartier generale si fece più affollato.
Attenzione, c'è un odore sospetto.
Lei è disgusto, evita che Riley venga avvelenata.
Broccoli, bianchi!
Tu avrai coieto questa!
Lui è rabbia.
Wow, curva agonica!
Lui è paura.
È molto bravo a tenere Riley al sicuro.
No, no, no, no, no!
Questi sono i ricordi di Riley
E sono per lo più felici
Che è successo?
Tristezza
Ha modificato il ricordo
Va tutto bene
Tutto bene
Non lo so
Riportalo com'era
Non riesci a riportarlo com'era
I ricordi basi
No, no, no
Posso dire quella parolaccia adesso?
Che facciamo?
Perché non funziona più?
Lascia fare a me
Abbiamo un problema serio
Gioia saprebbe cosa fare
Dove siamo?
Quella è la memoria a lungo termine
Possiamo sistemare la cosa
Torniamo al quartier generale
Potresti perderti
Pensa positivo
D'accordo, sono sicuro che ti perderai là
Questo posto è gigantesco
Immagilandia
Cineproduzione sogni
Unicorno arcobaleno che è proprio lei
Mi è piaciuta in avventura del sogno fatato parte 7
Vado, la adoro
Venite, abbraccio di gruppo
Ora basta, non ho schifo di te, respira
C'è sempre un modo per cambiare le cose
Per ritrovare l'allegria
Allora, questa innegabilmente è quello rosso, la rabbia.
Allora, è carina la rappresentazione, come vedete, dei colori e delle emozioni primarie,
perché è chiaro che loro dovevano andare su un target di una popolazione molto ampia
che sono i genitori dei bambini che portano dei figli che vanno a vedere questi film
non sono i figli
però nasce un dialogo nuovo anche su questo tema
ed è bellissimo perché si crea un'esperienza comune
ora come vedete le emozioni primarie sono gioia, tristezza, disgusto, paura e rabbia
poi alcune sono quelle più socialmente evolute che nascono dall'incrocio
interessante come la gioia per la gioia da pura estasi
la gioia con la tristezza da malinconia
nel senso che è una classica emozione mixed
sono contento di partire
però sono anche triste di lasciare il posto dove sono
è quella sensazione che ci portiamo dietro
che non sappiamo definire perché non è gioia
non è tristezza
è la saudagi
come dicono la saudagi
L'intrigo è interessante, quindi c'è un tema di gioia, questa situazione, perché noi abbiamo un po' la passione per le situazioni un po' scabrose,
vedete i giornali, i media, non è che ci raccontano cose belle storie, ci raccontano sempre storie un po' così controverse, intriganti,
dove dentro c'è questa cosa in realtà è brutta, però chissà, interessante, quindi loro giocano moltissimo su questa emozione,
come la sorpresa ovviamente
perché la sorpresa significa
qualcosa di cui io non saprò
l'esito, succede qualcosa
la sorpresa può essere sia negativa
e sia positiva
e la giustizia, che mi ha incuriosito tantissimo
non andrò a declinare
le altre, mi ha incuriosito molto
il tema della giustizia
che è l'incrocio tra la rabbia e la gioia
immaginate
che viene condannato
quello che è l'assassino
o l'autore di un macabro delitto
che dopo mesi e mesi
allora da un lato c'è
la soddisfazione perché
nel senso c'è giustizia
finalmente vedi che le cose alla fine
si sistemano
e quindi c'è un senso di giustizia
che è dato dalla gioia
all'hanno acciuffato questo malvivente
alla fine ma anche dalla rabbia
è possibile che possano succedere
queste cose
come vedete quanto noi viviamo
in un contesto così
sì, culturale e evoluto, questa sfumatura di emozioni.
Ora, non entrerò nelle altre, ma invece volevo proporvi una cosa,
perché richiederebbe più tempo e non ne abbiamo a sufficienza.
Immaginate il percorso emotivo del paziente.
Da dove lo fareste partire?
Immaginate che lui a un certo punto scopre di essere affetto da una certa cosa.
Da dove lo fareste partire? Da quale emozione?
Sorpresa, siamo d'accordo?
Beh, diciamo sorpresa, perché la sorpresa è quando qualcuno ti sta per dire
bene, lei, è come quando fanno qui in televisione,
ti dicono allora il vincitore è? Sarà?
Allora immaginiamo di partire da sorpresa,
e quindi, oddio, e che mi sta per dire? Una buona o una cattiva notizia?
Qualche volta succede, mia madre per esempio ha avuto tre patologie oncologiche,
è ancora viva, grazie a Dio non sappiamo un miracolo, perché ha avuto comunque forme non così aggressive
e ogni volta arrivava, come dire, dovevamo telefonare per sapere qual era l'esito famoso dell'esame, chiaramente,
ed era sempre purtroppo positivo, però poi la soluzione veniva dopo.
Però, quindi, la sorpresa, immaginiamo di trovarsi in un contesto, genera ansia, perché a quel punto,
che potrà succedere, che accadrà, perché sarò in grado di gestire la situazione o non sarò in grado.
Dove andreste dopo? Siete liberi di andare in qualsiasi percorso?
Dipende dalla diagnosi, ebbene potrebbe essere anche, fausta va bene,
quindi potrebbe essere gioia, tristezza, disgusto, tutti a me capitano, oppure paura.
E quindi potrebbe essere molto come dire uno scenario aperto in funzione di quello che è l'esito di questa notizia, che potrebbe portare chiaramente in un contesto anche alla disperazione quando la notizia è in qualche modo una notizia negativa.
potrebbe anche portare a una forma di pregiudizio
ma sarà vero, fammi sentire un altro medico
chissà, sai i medici alla fine
quindi può essere anche il fatto di dire
no, questa cosa non è possibile
io penso che questa diagnosi sia sbagliata
e quindi non è così
immaginate quanto può essere variegato
questo è un percorso impossibile
non è il percorso
è un percorso che abbiamo creato per raccontarvi
quanto ci può stare dietro
in termini di emozioni
rispetto a una situazione di un percorso emotivo di un paziente all'interno di quella che è un'esperienza di salute,
quella che noi abbiamo chiamato un'esperienza di salute e di benessere.
È chiaro che è un percorso lungo, è un percorso difficile, ha moltissime angolazioni e prospettive,
però è interessante perché alla fine apre uno scenario nuovo, cioè esiste un tema su cui inevitabilmente,
visto che le emozioni sono informazioni, un tema su cui inevitabilmente c'è, c'è ed è legato non in modo staccato al nostro cervello, alla nostra mente, ma come noi viviamo le cose e come le altre persone vivono le cose.
E allora, solo per darvi un paio di elementi in più. Quindi l'emozione, abbiamo detto, può essere rappresentata come una curva e un'intensità che può essere alta o bassa, ma può essere anche funzionale e disfunzionale.
io posso trovarmi in un contesto in cui
essere in estasi, in discoteca
può dire
è la sublimazione di quella che è in quel momento
ed essere invece in un altro
contesto in cui questa emozione
non è funzionale, cioè se io devo lavorare
con un gruppo, faccio l'esempio
e sono in una situazione di rabbia
questa situazione, questa emozione non è
funzionale all'obiettivo di coinvolgere
le altre persone, perché non potrò
coinvolgerle con la forza
dovrò trovare altre modalità
Quindi entro in un contesto più normale. È chiaro che se penso di fare questo non sto in qualche modo cercando di lavorare sullo stimolare un'emozione funzionale.
E quindi è chiaro che l'emozione funzionale è ben altra. Quindi se io esercito quel tipo di emozione avrò una reazione o la fuga.
E quello che volevo farvi vedere è il costrutto dell'intelligenza emotiva che in qualche modo, un secondo solo prima di partire,
è interessante perché ha voluto mettere alla prova le emozioni
in cambio di un differimento per una gratificazione maggiore
quindi resisti che dopo riceverai un premio superiore
ed è stato fatto con dei bambini ovviamente
come vedete quell'oggetto strano è un marshmallow
che non so se voi lo conoscono
è un dolce un po' strano come sapore
un po' tra una via di mezzo tra un chewing gum e un budino
Ok, gli è stato chiesto di aspettare e di non mangiarlo.
Ne avrebbe ricevuto due se fosse stato in grado di governare le proprie emozioni.
Allora è carino vedere perché è un modo simpatico di vedere le emozioni e le reazioni dei bambini.
Esatto, due fratelli.
vedete alla fine si cede alla tentazione dice chissà come sarà il sapore ecco questo ha bisogno
di scaricare a proposito di se questo è un motivo la sua diciamo emozione prendendo un oggetto avete
presente quelli antistress che venivano dati ecco appunto dice ma se lo buca al centro forse
nessuno se ne accorge assaggiamo è un po come dire siamo un po statici questi americani
Ok? Ok.
Ai ai ai.
È là, è là, è andata.
Vedete com'è imperterrito, riesce a gestire.
Eccola.
Ci sta giocando col marshmallow.
Ok, penso che vada bene, ma questo video tanto trovate,
basta scrivere marshmallow su YouTube,
poi comunque questo materiale è a disposizione dell'umanità e quindi è free.
è interessante perché questo esperimento è stato fatto su questi bambini
ma serviva per capire qual era la capacità di posporre, quindi di gestire in quel momento
l'emozione forte, posponendolo con una gratificazione successiva.
Questo esperimento in realtà, che qui è una rappresentazione, è stato fatto veramente
anche su altri aspetti, che ha messo in discussione il concetto della sioma
che fino agli anni Ottanta era abbastanza inattaccabile
che bambini che avessero un elevato
quoziente intelligenza avrebbero poi avuto
successo nella vita. Ebbene
questi bambini sono stati seguiti
e si è scoperto che
la capacità di integrazione
e la capacità come dire di
perseguire degli obiettivi con maggiore
tenacia e maggiore resilienza
ecco oggi si parla di resilienza
aveva condotto queste persone
a una vita
di maggiore soddisfazione
qui non parliamo di soldi
non parliamo di cose concrete
ma del fatto che avessero poi trovato la forza
per perseguire i loro obiettivi nel tempo
e quindi avessero una sensazione di soddisfazione
rispetto a quello che loro avevano fatto
come vedete quanto è importante
in un concetto a medio termine
quindi c'è un tema di brevissimo termine
sono in sequestro emotivo
devo trovare una soluzione
posso anche fare outing
noi lo proponiamo qualche volta
lavorando con altre
scusate
questa cosa che tu stai dicendo
non mi lascia indifferente, è una cosa che mi genera un certo mal di pancia.
Ne vorrei parlare, trovare il modo di parlarne ancora, perché questa è una cosa che in qualche modo...
Oppure, guardate che in questo momento questa discussione sta venendo fuori in me qualcosa di cui avrei più bisogno di tempo per riflettere.
Quindi esiste un modo sia di tenerlo dentro, sia di fare un inside out,
cioè di trovare il modo di raccontare
perché se McElroy
adesso non riapro la faccenda perché
avesse detto scusate io sono veramente
incavolato con l'arbitro perché il servizio
era dentro, nota bene signore
lui aveva ragione perché la prima
di servizio che era stata chiamata fuori
era dentro e avesse
detto al pubblico avete visto la palla
era dentro secondo cosa che non si può fare
perché l'arbitro decide perché altrimenti
decide il pubblico, magari le cose sarebbero
andate in modo diverso perché lui nella sostanza
aveva ragione
E questo che volevo lasciarvi come punto di riflessione, quella palla era strammaledettamente dentro il campo e quindi aveva ragione di essere arrabbiato, esatto si è incavolato così tanto perché è chiaro che lui aveva, però in quel caso lui poteva dire, non avrebbe potuto farlo, però così non ha creato un meccanismo, non ha spiegato, guardate che la palla era dentro, senza usare parolacce e quant'altro.
Ok, questi sono tre signori, alcuni sorridono di più, altri di meno, perché hanno fatto i soldi con l'intelligenza emotiva, sono diventati ricchi, quindi hanno unito l'idilettevole all'utile, esatto ridono tutti.
A sinistra ci sono quelli che hanno scoperto il costrutto dell'intelligenza emotiva,
Salovey e Mayer, che sono nel board dell'associazione a cui noi siamo affiliati.
Siamo un'associazione che chiaramente ci piace portare all'attenzione del mondo sanitario
questi temi della relazione e delle emozioni.
E loro sono nel board dell'associazione mondiale che gestisce il tema dell'intelligenza emotiva.
Una delle tante, non è l'unica, però è interessante.
A destra c'è Goleman, un tizio americano che ha scritto il libro sull'intelligenza emotiva, che io per caso ero in America nel 99 in un congresso a Orlando e vedevo questo signore che parlava di questo libro. In Italia non era ancora arrivato, o era uscito da poco, però se ne era venduta ancora una copia, che parlava di intelligenza emotiva.
Come dire, certe cose, il caso non esiste, ci sarà un motivo per cui quel giorno io ho visto Coleman e l'ho scoperto dopo un po' di tempo.
Allora, quindi, come dicevamo, è proprio la capacità di bilanciare un po' il baricentro dell'emozione funzionale e disfunzionale.
Quindi, dobbiamo tener conto sostanzialmente di un paio di aspetti.
Il primo è che ci vuole tempo.
Noi non possiamo chiedere a una persona, dai calmati, che è arrabbiata, perché quella persona sarà ancora più arrabbiata.
perché in quel momento l'intensità è alta
quindi noi dobbiamo trovare il modo per abbassare l'intensità
ok? parliamone un istante
questa è ben diverso, no?
come potete vedere, come potete immaginare
perché l'intensità è alta
e noi non possiamo portare una persona da un'intensità alta
disfunzionale a una funzionale immediatamente
dobbiamo farla rientrare in un percorso
l'intelligenza emotiva è proprio questa tecnica
questa abilità di far rientrare la persona in un percorso funzionale
ok? parliamone, fammi capire
Ebbene, perché? Che cosa sta succedendo? Questa è una domanda abbastanza semplice, in qualche modo apre a una navigazione delle emozioni. Qualcuno vi ha mai chiesto come vi sentite? Mai. O, la maggior parte dei casi, mai. Eppure la domanda più semplice, più banale, come ti senti rispetto a questa cosa?
Qualcuno dice, scusa ma che sostanza oggi, che cosa hai bevuto stamattina prima di venire qui? Immaginate che noi abbiamo proposto a moltissime realtà di partire la discussione con questa domanda. Come ti senti rispetto a questa cosa? Quanto una domanda può in qualche modo facilitare un percorso di navigazione?
No, questo è lungo.
in qualche modo di gestire e di far confluire le mie emozioni,
non potrò mai essere in grado di far confluire le emozioni di qualcun altro
verso un obiettivo, è molto complicato.
Quindi c'è un tema di awareness, come è nel mondo chiaramente scientifico,
awareness rispetto alla patologia, awareness rispetto alla terapia,
c'è un tema di management, esistono delle competenze che fanno sì
che io possa gestire nel breve le mie emozioni e quelle degli altri,
E il pensiero sequenziale, che è una traduzione di una competenza che suona del tipo, bene, quali potrebbero essere gli impatti di questa situazione sul tuo comportamento o sul tuo status?
È una domanda molto semplice, ma forse la prima potrebbe aiutare a aprire una discussione, un confronto molto più costruttivo.
E poi nella parte più evoluta, vedete a destra, ci sono altre competenze, nella parte verde, tra cui il far crescere l'empatia.
L'empatia è qualcosa che noi abbiamo, abbiamo visto che il neurone a specchio c'è, sta là, funziona, possiamo solo inibirlo, non possiamo decidere di accenderlo perché lui si accende da solo, possiamo trovare il modo per rallentare il suo funzionamento, ma lui c'è e aspetta solo di essere chiamato in campo.
Siamo noi che in qualche modo, in modo consapevole, possiamo utilizzarlo e attivare verso gli altri.
E quindi, diciamo, questa è l'ultima slide di questa parte, quanto noi veramente potremmo pensare di attivare all'interno di un percorso clinico o di un colloquio clinico alcune delle competenze emotive.
E quindi partendo proprio dalla declaratoria immaginiamo, questa è un'esercitazione che noi facciamo fare di solito in un contesto più piccolo in cui chiediamo alle persone, scomponendo il percorso clinico in tre fasi, in questo caso, di provare a capire quali competenze emotive.
Immaginiamo che nell'adozione, nella awareness, scusate, sicuramente c'è il tema della comprensione delle emozioni, perché l'emozione che spingerà l'azione quella persona è a prendere la decisione sostenibile migliore per lui e quindi darà a lui il potere di scelta e quando una persona ha in mano il potere di scelta è sicuro ha scelto il percorso, non l'abbiamo scelto per noi, quindi il suo livello di responsabilità sarà completamente diverso.
E come anche nella fase di adozione, lavorare sulla motivazione intrinseca, navigando anche le emozioni, quindi quanto quella persona è in grado in quel momento di sostenere questo percorso e cosa possiamo fargli noi in termini di aspettative, di valori che lui possa mettere in campo per sostenere questo percorso.
Per arrivare alla compliance, nel tema del perseguire obiettivi eccellenti e dell'empatia, quanto io sono in grado di capire e trasferire obiettivi e motivazioni legati al concetto di benessere, abbiamo detto, al concetto di un'esperienza di salute e di benessere,
è un obiettivo che passa prima
per la responsabilità del paziente stesso
si parla tanto di responsabilizzazione
di empowerment
si parla anche tanto di quanto
lo stile di vita
abbiamo un impatto importante
rispetto a tantissime delle situazioni
che andiamo a gestire
io ho concluso
so che abbiamo un break
quindi vi chiedo di
poter fare un break
siamo andati un po' lunghi su questa parte
perché poi andiamo a concludere
andando a collegare con Rita
la parte delle competenze emotive
con l'ascolto empatico, quindi come
provare a mettere in campo
alcune delle cose che ci siamo detti
vi ringrazio al momento, confermiamo
che abbiamo un mini break, possiamo
attivarlo, vi sentite
abbiamo quindi
volevamo un attimo anche essere
empatici e quindi se avete esigenze
abbiamo 5 minuti di break
poi siamo sempre qui, noi restiamo qui
comunque. Iniziamo questa seconda
parte della
della presentazione dove andremo a fare di molte attivazioni, questa è una parte altrettanto interattiva e andremo subito a condividere un'esperienza con un film che vedo qualcuno di voi che già conosce,
che vi esorto a vedere, da cui ho preso diversi spunti per toccare il tema dell'engagement, partendo da una condizione, gioco dei ruoli. Vedremo quanto è importante provare su se stessi determinate emozioni e comprendere poi attraverso un transfer cosa può provare nella stessa situazione un nostro paziente. Grazie.
Il paziente prova dolore.
Il compito del chirurgo è di tagliare.
Niente prove d'appello.
Tu entra, aggiusta e se ne va.
Sentito? Entri, aggiusti e entra.
In sala operatoria non c'è tempo per i sentimenti.
Quando si hanno solo 30 secondi prima che uno muoia dissanguato,
è meglio una mano ferma che un sorriso.
Dunque, il nostro Harris è volato giù da una finestra del quinto piano.
Conosci il tuo cuore meglio di quanto tu lo conosca tu stesso.
Sono entrato io.
A più tardi.
Alan?
Aorta recisa trasversalmente, parzialmente contenuta dalla pleura.
Quale tipo di intervento?
Pinze sopra e sotto.
Si può suturare il taglio direttamente o usare una protesi di dacro.
Quando si apre cosa si cerca, JJ?
Oltre naturalmente al trasporto effettivo.
Guardate la velocità dell'eloqueo.
Beh?
Una continua e abbondante emorragia e un'anomala colorazione degli organi.
Come andiamo?
Non credevo di risvegliarmi.
Mi sento così stupido.
Vuoi un consiglio, Robert?
La prossima volta che decidi di punirti sul serio,
Gioca a golf. Non esiste tortura peggiore.
Terribile la differenza tra ironia e sarcasmo.
Grazie. Ora fammi un respiro più profondo che puoi.
Perché ho voluto aprire con questo filmato? Perché è un leitmotiv.
Adesso vedremo diversi momenti di questo film, che ripeto vi esorto a vedere perché è veramente interessante,
dove vedremo attraverso l'esperienza e attraverso una serie di letture, tra cui quelle emozionali, come cambia la relazione attraverso il percorso e l'esperienza di questo attore, di questa persona, di questo medico e di quanto questa esperienza modifica il suo DNA.
E questo che cosa vuol dire? Vuol dire innanzitutto che noi possiamo avere tante modalità nella nostra vita per relazionarci con gli altri, nell'ambiente lavorativo come nella vita privata.
Dipende da noi. Quindi il primo assioma che mi piace utilizzare in questa relazione è, noi non siamo un compartimento stagno, non siamo qualcosa di codificato, ma possiamo modificare assolutamente la nostra modalità di, il nostro modo.
Il come. Abbiamo visto fino adesso cosa, perché. Ora vedremo come possiamo modificare il nostro stato, la nostra condizione, il nostro stato mentale, il nostro modo di relazionarci agli altri, ma soprattutto condizionare anche gli altri attraverso la gestione delle emozioni nostre e quelle degli altri.
Quindi è tutta energia e tutta modalità, ma siamo consapevoli, usciremo mi auguro consapevoli da questa sessione, che il cambiamento lo possiamo instaurare partendo da noi.
E qui, raccontando prima, parlando in maniera informale con alcuni di voi che sono intrattenuti in sala, vi riporto alcune esperienze, dialoghi raccolti da vostri colleghi con cui ho avuto il piacere di condividere dei momenti di aula e di esperienze di vita.
perché per me l'aula è vita
quindi vi dico veramente
queste sono delle storie
sono dei racconti in cui
come vedete e come potete leggere
il mio interlocutore
a un certo punto
si rende conto
indipendentemente dall'estrazione
e dalla tipologia di lavoro
specialistica, si rende conto
di quanto sia importante
costruire una relazione e ottenere
delle informazioni di un certo tipo
Anche se, vi faccio notare, soprattutto sotto alcuni aspetti, si rimane ancorati ancora al cosa. Guardate anche il consenso informato, la parte finale. Cosa devo fare? Il compito, lavorare sul compito.
Che per carità è importante, riprendo questa diapositiva che ho proiettato all'inizio della mattinata, perché sicuramente il cosa afferisce all'area della coscienziosità, quindi della consapevolezza, ma la gestione della sofferenza, la gestione dello stato d'animo, la gestione di ciò che si muove all'interno di quel momento di relazione, sicuramente richiede un livello di attenzione maggiore.
Un piccolo accenno a Václavić, lo ho voluto scomodare, lui è un autore interessante, ha diversi testi, ha scritto uno di quelli a cui faccio spesso riferimento, è quello della pragmatica della comunicazione.
Vaslavich ha studiato la comunicazione intesa come un percorso e una circolarità di contesto, nel senso che lui dice che la comunicazione va analizzata e va studiata e non esiste una patologia legata all'individuo, ma le interazioni patologiche sono legate all'interazione fra più individui.
quindi lui ha definito diversi assiomi all'interno della comunicazione
quindi diverse pietre miliari
quello che a me interessa in maniera particolare
è fare il focus su due aspetti importanti
cioè lui si riferisce al comportamento
e dice che ogni comportamento che noi agiamo
che noi riveliamo nei confronti dell'altro
definisce una condizione di relazione
Quindi crea un contesto relazionale questo comportamento ed è un modo per comunicare. Io sto comunicando in questo momento, che cosa vi ho potuto comunicare? Dovrei un attimo chiederlo personalmente, ma in questo momento io interrotto la comunicazione verbale, non non verbale, ma vi ho dato un messaggio.
E' appunto questo, ogni comportamento è comunicazione. Ma sicuramente ogni comunicazione è comportamento. Dipende dalla modalità con cui esterno e quello che trasferisco in cosa e come viene recepito da voi.
Il secondo assioma a cui mi aggancio, mi ancoro, di Vaslavic, lui ne ha prodotti cinque, è quello che coinvolge e avvolge il tema che noi abbiamo voluto toccare insieme a Max.
Max. Lui definisce il processo comunicazionale fatto da due grossi elementi. Un elemento razionale, un elemento di contenuto che afferisce all'area del cosa, io dico. Quando noi andiamo a prepararci a una relazione, l'abbiamo fatto Max e io in questi giorni, la prima attenzione è sul cosa io vado a dire, cosa vado a mettere dentro una diapositiva.
I grandi relatori, i maestri della retorica, sono quelli che danno una grande importanza anche al come.
Motivo per cui, pur essendo tanti, avendo avuto davanti a noi tanti esperti in alcune materie,
alcuni ci hanno trasferito e trasmesso qualcosa e lasciato qualcosa, altri, dico maybe, forse, addirittura altri nulla.
E la modalità, il come, che fa la differenza? Perché è l'area della relazione emozione, cioè l'area in cui io ancoro le emozioni che sono quelle che rappresentano nel processo come peso, vi do una percentuale per semplificare la mia comunicazione, pesano all'80%.
Cioè quando apro i cassetti della mia memoria, quello che riesco a mettere dentro questi cassetti viene molto spinto e dettato dalla sfera emozionale.
Ed è anche vero che entrambi questi elementi devono essere coerenti.
È un po' quello che diceva prima Max, non posso sentirmi in uno stato emozionale di estasi ed essere in una situazione di commemorazione.
Nel senso che posso anche farlo, ma devo essere certa o certo che quello che sto trasmettendo è una trasmissione, è qualcosa di incoerente, cioè l'altro lo recepisce, gli altri lo vedono e lo leggono con una certa, la lettura è proprio di incoerenza.
C'è una dissonanza fra il modo con cui io esprimo determinate cose e magari come mi comporto e che cosa dico. Quindi la coerenza, il principio di coerenza è il principio che ci deve guidare fra il contenuto nel campo della comunicazione e nel campo della relazione il come, cioè la modalità con cui io vado ad esternare questo contenuto.
nel momento in cui io non creo dissonanza ma creo assonanza
sono quasi certa che quello che trasferisco è quello che io volevo
quello che io avevo in mente di trasferire
lungi dal me da terrorizzare la audience
certo che devo fare un piccolo appunto
a chi pensa che la comunicazione non verbale
cioè la parte non verbale non trasmetta
cioè quello che io provo e quindi le emozioni
qualcosa che io ho dentro, non vengano esternalizzate.
Ahimè sì, vengono esternalizzate e vengono esternalizzate al di sopra del 50% e passano.
Quindi quando io ho un mal di testa e faccio così, mentre sto leggendo un referto davanti a un paziente,
siamo pur certi che il paziente non legge questo come il mio medico ha un mal di testa,
ma chissà che cosa sto, chissà che cosa ho.
Quindi nella mia comunicazione non verbale qualunque gesto e qualunque messaggio io mando all'altro deve essere decodificato, non può, deve, uso volutamente questo verbo, perché la lettura dall'altra parte è sicuramente diversa da quella che nella realtà dovrebbe essere.
E arriviamo a un argomento dove la tematica della fiducia è sicuramente una tematica importante, ma dove nella fiducia entra anche il discorso dell'ascolto, lo vedremo tra poco, fra qualche slide.
Tre sono gli elementi che mi piace di toccare nel concetto di alleanza terapeutica, cioè quella di cui stiamo parlando praticamente da questa mattina, cioè creare una congiunzione, una convergenza di intenti fra me e il mondo esterno, cioè il paziente, ma anche i miei colleghi, ma anche la mia equip, perché ho visto dei temi toccati molto importanti e che ci creano un certo pathos dal punto di vista proprio personale.
E quindi andrei a toccare, li citiamo velocemente, ma sono quelli che noi vediamo tutti i giorni, quelli che noi andiamo a percorrere, andiamo a toccare tutti i giorni. L'elemento del vincolo, che cosa si intende per vincolo? Ora nelle realtà, nelle nostre lavorative sicuramente troveremo diverse tipologie e diverse condizioni, ma sicuramente uno di questi è l'atteggiamento che il paziente ha nei miei confronti e nei confronti della struttura.
E questo è determinato dall'obiettivo, cioè da come io mi pongo in termini di obiettivo terapeutico, quindi il raggiungimento di, e torno alla tematica del sogno, quanto più noi saremo in grado di far sognare il paziente in termini di obiettivo di salute e di ingaggiarlo in questo senso,
tanto più noi questo triangolo lo allarghiamo in termini di superficie e tanto più otterremo l'ingaggio del paziente e quindi costruiamo la base per l'alleanza terapeutica, che non è più un elemento piatto, ma diventa tridimensionale, immaginatelo proprio a livello tridimensionale, di solido.
E soprattutto mantenendo ben preciso il progetto che all'interno dell'obiettivo c'è il compito, cioè tutte quelle attività che noi esplicitiamo al paziente ma che dovremmo fare esplicitare, dovremmo anche fare in modo che il paziente stesso le trasferisca a noi.
Poi, come ti senti? Io ho fatto, credo un paio di mesi fa, un'aula con dei vostri colleghi diabetologi e ho lasciato un, ho attivato un esercizio lasciandolo a loro, diciamo, nella gestione del tempo, ci siamo sentiti poi da un certo periodo di tempo per avere da loro un feedback.
Io ho lasciato questa cosa, ho detto scusate fate una prova, domandate ai vostri pazienti al momento della diagnosi, quindi della prima visita, come immaginano e come vi descrivono il diabete. Mi raccogliete queste descrizioni, per me è un materiale preziosissimo, è stato molto interessante.
Non c'era una descrizione identica all'altra, ma sicuramente il concetto di diabete per l'operatore era uguale. Chi era da questa parte, medico, esprimendo la diagnosi di diabete, aveva ben chiaro che cosa fosse e di che cosa stesse parlando, ma era una moltitudine, una diversità enorme di definizione di patologia da parte dei pazienti.
Ci sarebbe da scrivere un libro. La storia del diabete, secondo il paziente, il punto di vista del paziente. Quindi come noterete con me, creare un'alleanza terapeutica, indipendentemente dal tipo di paziente, di tipo di patologia, è problematico. È difficile, ma non impossibile.
Non è impossibile, partiamo avvantaggiati, perché i nostri pazienti si affidano, vi danno fiducia. All'inizio è una fiducia incondizionata, to cure, nel momento in cui io entro come uomo, come donna, in quello studio, mi sto già affidando con un'area di discrezionalità.
Perché c'è un'area di discrezionalità? Perché la fiducia è come un percorso in salita che si può fare raggiungendo la vetta, quindi ottenendola al 100%, ma la si può perdere immediatamente.
Assolutamente. Le motivazioni e le ragioni sono tante. Adesso le andremo ad analizzare, ma soprattutto andremo a vedere come questa fiducia, una volta raggiunta, la possiamo ancorare, trattenere e fare di questo elemento fiducia un punto di forza per costruire l'alleanza terapeutica con il nostro paziente.
Guardate che questo è un momento importante, è il momento forse in cui noi da professionisti ci giochiamo la credibilità nei confronti dei nostri pazienti.
L'area, il primo strumento per solidificare, per trattenere, per implementare, per allargare quell'area, quel triangolo dell'alleanza terapeutica, quella superficie, è proprio quella dell'ascolto.
L'ascolto è un elemento importante per amplificare, per aumentare la fiducia che il paziente ci sta dando in quel momento, dicevo to cure, e che è il momento in cui lui dà, consegna il suo progetto di salute nelle nostre mani.
ed è come dire un capitale umano
veramente come se noi aprissimo un conto in banca
immaginate di aprire un conto in banca
con un X investimento
e che questo investimento ci renda
alla fine dell'anno di rapporto con la banca
in questo caso con il nostro paziente
molto di più rispetto ad altre banche
quel molto di più ci viene dato attraverso la fiducia
quindi è la fiducia
e lo stimolo che noi riusciamo a mantenere il paziente ingaggiato attraverso questo elemento importante che ci permette di amplificare il nostro investimento professionale.
Quindi la capacità di ascolto è una capacità che noi possiamo sviluppare e ci permette di raccogliere tutta una serie di informazioni, tutta una serie di informazioni legate non solo al pensiero, ma al vissuto, ai valori, ai pregiudizi.
Ci permette di conoscere in maniera più approfondita il mondo del paziente. Ritorno al concetto di agenda, cioè il vissuto del paziente nei confronti della patologia, le sue aspettative. Qual è il suo progetto di vita?
...che prende in mano la situazione, dice ok, adesso la conversazione la guido io, risponde a queste domande precise, rispetto a questi 15 secondi, mi dicevano basta tutto sommato in tre minuti, non sto parlando, possiamo forse ricare per questo...
La risorsa tempo, in quanto risorsa, è sicuramente limitata, è un elemento che può rappresentare un limite e mi viene da dire quando affrontiamo questo aspetto del tempo che è sicuramente un aspetto, è un fattore limitante per l'ascolto, lo vediamo più avanti,
che diventa quindi importante attivare l'ascolto in una modalità diversa
che non vuol dire recepisco soltanto delle informazioni
ma metto in campo una serie di competenze e capacità
che mi permettono di amplificare la mia recettività
non in 3 minuti ma in 15 secondi
non so se ho detto qualcosa di strano
ma forse più avanti riuscirò a spiegarmi meglio.
Prestare ascolto alle opinioni dell'altro è il metodo migliore per convincerlo
che le tue sono giuste, sono di uguale valore,
ma soprattutto io quando insisto sul discorso dell'ascolto
raffiguro sempre, immagino sempre il paziente che entra come uomo e esce come malato
da un colloquio e da un incontro con l'operatore.
L'ascolto è lo strumento, un'arma indispensabile per convincere il nostro paziente a fare qualcosa che non aveva in mente di fare fino a 5 minuti prima.
Perché mi dà una serie di informazioni, tempo permettendo, il fattore tempo è un fattore limitante su cui agiamo, ma possiamo agire in maniera limitata.
sicuramente mi permette di raccogliere il massimo delle informazioni
nonostante il tempo non sia a me favorevole,
nonostante il tempo possa essere un condizionante,
è un fattore limitante.
Soprattutto come noi, anche gli altri,
amano essere ascoltati,
amano dire la loro,
e soprattutto nel nostro caso il paziente,
ama essere ascoltato.
Guardate un po' il peso dell'ascolto durante la nostra giornata rispetto all'area della comunicazione quanto pesa. Come vedete rispetto al leggere, allo scrivere, al parlare pesa il 45%.
sull'efficacia della comunicazione, il processo comunicazionale, se vuole e vuole essere considerato efficace, dovrebbe considerare per il 45% l'ascolto.
Questo sia nell'ambito personale, soprattutto mi rivolgo a voi professionisti, sia nell'ambito professionale, quindi nell'ambito lavorativo.
E, ahimè, la scuola non ci viene molto in aiuto. Vi ho risparmiato la metafora, abbiamo una bocca per parlare e la metà di orecchie per ascoltare il doppio, perché l'avrete sentita migliaia e migliaia di volte.
Sicuramente a me piace riferirvi, appunto, uno schema che definisce l'ascolto come il parlare, il leggere e lo scrivere delle abilità.
Queste abilità le acquisiamo nel tempo. Lo vedremo più avanti. Gli stili relazionali, che descrivono appunto il modello, che vedremo più avanti, l'area dell'ascolto è una capacità che si ancora più facilmente a uno stile rispetto a un altro.
Quindi è un'abilità che per alcuni di voi in sala è sicuramente già al 45%.
Per altri dovrebbe diventare, dovrebbe essere amplificata.
La scuola non lo insegna per niente.
Insegna poco il parlare, abbastanza il leggere, vedete molto lo scrivere.
Questa è la nostra scuola ancora italiana.
Questo è il nostro percorso di vita, di apprendimento, che va un po' in contrapposizione con quello che poi ci viene richiesto dal punto di vista professionale.
Chiedo aiuto ai miei amici, io lavoro in un'azienda giapponese, quindi sicuramente era doveroso richiamare le origini dell'azienda per cui lavoro.
L'ascolto attivo, l'ascolto empatico, non coinvolge soltanto le orecchie, ma coinvolge gli occhi, il cuore, in un abbraccio unitario nei confronti dell'altro o degli altri.
Quindi quando parliamo o ascoltiamo gli altri parlare di ascolto empatico, la parola empatia nell'etimologia significa entrare nel sentimento degli altri, quindi mettermi nelle scarpe, nello stato d'animo dell'altro per poi uscirne assolutamente, viene molto facilitata dall'area dell'ascolto, quindi dalla capacità dell'ascolto.
Quanto più noi siamo in grado di ascoltare, quanto più saremo in grado di essere empatici nel confronto dell'altro, tanto più riusciremo a costruire delle relazioni professionali di alto livello, con il raggiungimento di risultati e di obiettivi prefissati per noi e per i nostri pazienti.
E a proposito di ascolto, per chi non l'avesse visto, vi esorto a vedere questo bellissimo film di Patch Adams, chiedo alla regia di partire con questo piccolo frammento che ci racconta moltissimo sulla difficoltà appunto dell'ascolto.
Non lo so, a nove anni
È come se si creasse una netta distinzione
A un tratto fra te e tutto il resto del mondo
Guardavo intorno a me
La vita sembrava continuare come prima
Ma non era così, non era come prima
Mio zio mi veniva spesso a trovare
Lui almeno ascoltava
E pensavo
Se incendiassi le mie scorreggie potrei arrivare sulla luna
O almeno su Urano
Ma se non ci riesco potrei sempre usare il mio pene come una pertica
In maniera un po' polemica lo metto, questo piccolo frammento, perché il fattore tempo
viene sempre evidenziato. Qui il tempo è molto breve, abbiamo parlato di due minuti
per un colloquio, due o tre minuti
circa, dura il frammento
cosa ha fatto
o meglio, cosa avrebbe
dovuto fare il nostro amico medico
che in maniera così evidente
ha fatto
e quindi ha dato come
comunicazione e come percezione di non ascolto
secondo voi
cosa vi ha dato più fastidio
se ci mettessimo un attimo nei panni
del paziente
quindi nell'ideogramma iniziale
Gli occhi non li ha proprio usati, quindi non ha assolutamente guardato. Lo ha abbracciato, lo ha avvolto, lo ha fatto sentire, si è sentito partecipare del racconto, delle emozioni del paziente. E neanche le orecchie.
E questa è una considerazione interessante, grazie, perché se noi dovessimo ancorare il concetto di ascolto all'udito, come vedete, anche l'ascolto udire a volte non viene esplicitato, non viene attivato, perché siamo immersi nei nostri pensieri.
Ed è un ostacolo, adesso li vedremo quali sono gli ostacoli all'ascolto. Il secondo ostacolo, le proprie convinzioni, essere ancorati a delle convinzioni per cui uno è convinto già, ha fatto già la sua lettura. Qual'altro potrebbe essere il vincolo e l'ostacolo a un ascolto attivo o empatico?
E anche in uno studio privato, se io non ho questa abilità, faccio fatica. Posso impegnare, posso tendere a farlo, ma se nelle corde, nel mio DNA, questa capacità non ce l'ho sviluppata, la devo sviluppare.
perché potrei trasferire comunque al paziente un certo stato di insofferenza legato non tanto allo studio privato pubblico a tempo eccetera ma al mio stile alla mia modalità lo vedremo più avanti vi chiedo un po' di fiducia in questo momento perché avremo delle chiavi di lettura e dei codici che forse sovvertiranno alcune nostre convinzioni forse convinzioni
Mi permetto di usare un altro termine, convinzioni, che in quanto tali, perché nascono da un mio pensiero, sono giuste per me, è il mio mestiere e io le accolgo in quanto tali.
il più grande limite dell'ascolto
la vede un po' tirate fuori voi
l'importanza personale
quindi anche in uno studio privato
mi permetto di dirlo
se la convinzione di me
sul mio ruolo è di un certo tipo
non viene a favore
non aiuta, non facilita l'ascolto
in termini di accoglienza
per nostra natura
ciò che pensiamo, le nostre convinzioni
e quindi ciò che esprimiamo
attraverso le nostre convinzioni, i nostri pensieri
che si traducono in azioni
sono più importanti di quello che dicono e pensano gli altri
quindi anche un paziente che viene in una condizione pseudo agevolata
potrebbe sentire di non essere stato adeguatamente ascoltato
comunque non vado via ingaggiato al 100%
e non sono completamente soddisfatta
i limiti dell'ascolto
grazie per averlo tirato fuori il concetto del tempo
perché in quanto dicevamo risorsa
è sicuramente da gestire
un'opinione chiara
già avante
cioè prima ancora di
interloquire con l'altro
e univoca, attenzione
userei una generalizzazione
da PNL
tutti gli extracomunitari
sono sporchi ed ignoranti
è una tipica espressione che spesso sentiamo
anche in televisione
sono portatori di malattie
o oggi addirittura di violenza
e terrorismo
l'interlocutore non ti è particolarmente
gradito
sì? c'era una domanda?
ah no scusami, io prendo qualunque
tipo di segnale come una richiesta
quindi se volete anche giù fate domande
intervenite magari con un'alzata di mano
scusate
l'interlocutore non mi è particolarmente gradito
il mio non verbale
lo potrebbe esprimere
noi e l'interlocutore
siamo in una condizione emotiva sfavorevole
abbiamo visto il sequestro emotivo
che genera un altro tipo di reazione sicuramente di disappunto.
Siamo troppo concentrati entrambi sugli obiettivi da raggiungere,
tali da tralasciare il momento dell'ascolto.
Ma andiamo sull'operatività.
Pensi di aver già colto i bisogni dell'altro.
Le famose, vi è capitato, letture del pensiero.
Ma sì, ma tanto già lo so quello che mi sta dicendo.
E ti interrompo.
Vi è capitato tantissime volte
Come migliorarlo? Abbiamo fatto una diagnosi, abbiamo visto quali sono gli elementi che limitano l'ascolto come abilità, andiamo a vedere come possiamo fare, quindi ognuno di voi in piena consapevolezza di quelli che possono essere i fattori limitanti, può agire.
parlare innanzitutto smettere di parlare mi sembra una banalità ma se il 45 per cento della
comunicazione di un processo comunicazionale deve essere dedicato all'ascolto potrebbe essere
dedicato all'ascolto potrebbe venirci utile interrompere l'eloquio ma magari non io in
questo momento mettere a suo agio chi parla abbiamo visto il contesto può essere di rimente
nel risultato finale
dimostrare a chi ci parla
la volontarietà di ascoltare
che cosa faceva il nostro amico medico
nel film, nel trailer
aveva mostrato questa voglia di ascoltarlo
è più importante il caffè o il tè
e il tempo
abbiamo poco tempo in un colloquio
cerchiamo di gestirlo in maniera tale
che non venga trasferito al paziente
Non possiamo cambiare il tempo, il cosa. Possiamo cambiare il come. Cioè come noi ci relazioniamo con loro. Nel far percepire quel tempo come qualcosa di immenso. Eliminare le fonti di distrazione, di interferenze, se possibile. Qui il sottotitolo c'è. Se possibile.
Per esempio, vi racconto un episodio, noi abbiamo lavorato con un CAD, un centro di antidiabete in una zona. A questo centro afferivano 10.000 pazienti, era l'unico centro che si relazionava con, aiutami Gianni, quanti medici di medicina? Una cinquantina, credo, circa, una cinquantina di medici di medicina generale.
erano praticamente congestionati
il primario
del CAD ci chiama
noi ci occupiamo anche di livelli organizzativi
non so se qualcuno di voi era all'inizio
nella presentazione del nostro curriculum
avevamo anche presentato appunto la nostra docenza
all'università di Siena nel master lean
secondo livello
quindi lavoriamo anche sui processi appunto organizzativi
sul miglioramento di questi processi
e c'era un aumento
negli ultimi sei mesi di malattia
da parte dei suoi collaboratori
Cioè, infermieri e medici si mettevano in malattia, il centro stava scoppiando. Eliminare le fonti di distrazione è stata la soluzione che noi abbiamo offerto dopo un assessment, dopo una serie di indagini.
Abbiamo lavorato con dei questionari, semplici questionari, dati ai pazienti, ai medici, agli infermieri e a tutti gli operatori all'interno del campo, anonimo, quindi noi 5 domande semplicissime, per scoprire che cosa?
Che il centralino passava le telefonate dei pazienti all'esterno per prendere gli appuntamenti durante le visite ambulatoriali. Questo era il primo elemento che creava e alterava l'attività ambulatoriale, congestionando in alcune giornate il centro.
Perché? Perché i pazienti avevano scoperto che potevano parlare con i medici, con gli infermieri, con chi li assistiva, quindi non solo con i medici, in quelle determinate ore.
Quindi se avevano un problema e una certa urgenza, chiamavano perché sapevano che quell'ora il medico era lì, o il loro infermiere era lì, quindi li potevano contattare.
Il centralino non faceva filtro e passava alle telefonate, per cui quei poveretti che stavano in ambulatorio non solo dovevano visitare i vari codici, quindi prima visita, seconda visita, con tutti i tempi e le limitazioni, ma gli arrivavano continuamente telefonate dei loro pazienti.
Quindi modificare semplicemente il lavoro del centralino, sembra quasi banale, è stato migliorare l'attività del centro.
Non solo, abbiamo fatto delle linee guida distribuite nei 50 ambulatori, quindi nei centri,
quindi abbiamo chiesto l'aiuto preziosissimo della medicina del territorio, creando appunto un collegamento fra ospedale e territorio,
ci hanno sopportato in questo
e abbiamo diffuso il risultato
e quindi una modalità diversa
per cui il centralino funzionava in determinate ore
e avrebbe passato
le telefonate solo in determinati momenti
i medici erano insieme agli infermieri a disposizione
in quei momenti
ma quando erano in ambulatorio
eliminiamo le interferenze, erano in ambulatorio
erano dedicati ai loro pazienti
ci sono ridotte anche le ferie
le interruzioni per malattia
perché è aumentata la qualità di vita di tutti
Essere pazienti, perdonatemi il giochetto che io volutamente ho fatto, è utilizzare metafore d'immagini. Come descrivi il tuo problema? Come la raffiguri la tua malattia?
Come te la immagini? Come ti immagini il percorso? Come ti immagini l'operazione? Come ti immagini l'intervento di medicazione? Cosa provi se io ti dico che ti faccio questo, questo e questo?
Paura, emozioni, fiducia, alleanza, ingaggio e soprattutto mettersi nei panni degli altri.
Fare domande aperte. Cosa? Come? Quale? E non se d'accordo, sì, no.
Non ci danno nessun tipo di informazione, ma soprattutto ascoltare con il corpo,
mandando dei segnali di accoglienza nei confronti del nostro interlocutore.
Creando un'armonia, l'abbiamo visto, anche il contesto è molto importante, quindi eliminare tutte le situazioni di disturbo, non interrompere e utilizzare anche gli occhi.
Il contatto visivo, non so se l'avete notato, io vi cerco ogni tanto, vi cerco, vi aggancio, ho bisogno di vedervi.
Per me è importante sapere se sto raccogliendo interesse dalle vostre reazioni, dal vostro non verbale.
il gesto che mi ha fatto il collega
giù in fondo, stava semplicemente
allungandosi e stiracchiandosi
per me era un segnale di richiesta
ma poteva anche essere
un segnale di richiesta
se non l'avessi colto dall'altra parte
non lo era, ma se non l'avessi colto
e magari era una richiesta
di domanda, come ti
saresti sentito? Io continuavo
la mia relazione e me ne andavo per conto mio
il sottotitolo cos'era?
Non gliene importa niente di me, che ci sto a fare
Qui, che tipo di comunicazione lei mi vuole insegnare? Ma di che stiamo parlando? Non possiamo mettere altre? Ho scomodato Nietzsche. Stiamo parlando del fine secolo scorso, inizio secolo. Guardate che cosa ci racconta in uno dei suoi aforismi, parlando appunto del paziente.
che tranquillizzare l'immaginazione, abbiamo parlato all'inizio di Walt Disney, è arrivato molto dopo, del malato, lo leggo volutamente, che almeno non abbia a soffrire, come è accaduto fino ad oggi, più dei suoi pensieri sulla malattia che della malattia stessa, penso che sia già qualcosa e non è poco.
Quindi già tanti anni fa un filosofo e un pensatore aveva parlato dell'importanza dell'ascolto, del cogliere il pensiero e le opinioni e di permetterci attraverso le domande,
oltre che appunto nella capacità appunto dell'ascolto, nella capacità di domandare attraverso le domande aperte, entrando in empatia con il paziente di raccogliere appunto i suoi pensieri e quello che lui immagina e costruisce sul progetto di salute.
Ora arriviamo al modello, ve l'ho raccontato, se è possibile attivare il contributo cinematografico. Questo lo troverete sulla nostra piattaforma, qui siamo certificati.
perché ci permette anche di comprendere quali stili relazionali si interfacciano con noi
ma soprattutto andremo a toccare appunto il tema della relazione
che come vedete è tutta la parte sommersa che volente o nolente condiziona il risultato del nostro contatto con gli altri.
Se mai fosse essere importante il contenuto, ma vedremo anche il contenuto, e adesso lo analizzeremo il contenuto, vedremo quanto ancora più importante è capire di che colore siamo e di che stile siamo e di quale settore all'interno del modello noi andiamo a occupare, andiamo a sederci.
Adesso vedremo un attimo velocemente il contenuto. Nel modello si riferisce all'area del verbale. Che cosa ci dice lo strumento?
Ci consiglia di utilizzare un linguaggio comune che sia non giudicante e minaccioso, utilizzabile da tutti, quindi in uno stato di colloquio, di comunicazione con l'altro, la parola neutralità è sicuramente la parola vincente.
Il termine vincente. Laddove noi ci interfacciamo con gli altri, indipendentemente da quelle che sono le nostre intenzioni, quindi noi entriamo nell'area del coaching, quindi non la toccherei proprio, la parola neutra, cioè quella che non definisce un giudizio e non viene percepita come una minaccia, è sicuramente la migliore parola che noi possiamo utilizzare come contenuto nell'espressione, nella relazione con gli altri.
Che cosa vuol dire utilizzare parole neutre? Vuol dire non giudicare.
Non giudicare, secondo il modello, vuol dire mettere un po' da parte le nostre preferenze, le nostre convinzioni.
Significa anche cercare di capire come e perché gli altri sono diversi da noi.
Preferire una cosa rispetto alla preferenza di un'altra persona e rimanere convinti che la nostra preferenza sia migliore, vuol dire dichiarare guerra.
Si entra in uno stato di belligeranza, di conflitto. E ci è difficile poi rispettare queste differenze. Il passaggio sarebbe rispetto la tua opinione. Ti sto ascoltando, ho fiducia in quello che tu pensi, in quello che tu provi, accetto la tua opinione.
guardate, non sto dicendo che faccio la stessa scelta tua
non sto dicendo che mi hai convinto
sto semplicemente dicendo che ti ho ascoltato
ti sto ascoltando
apprezzo attraverso il riconoscimento della differenza
le tue opinioni, le tue preferenze
e non sto cercando di cambiarti
guardate, è molto importante
il passaggio
trasferire all'altro
la volontarietà e l'accettazione
Il non pregiudizio e la non convinzione è determinante per creare una relazione proficua per entrambi. Ancora più difficile, ma meraviglioso, è se io mi sento valorizzato nella differenza. Se l'essere differente dagli altri vuol dire semplicemente essere differenti, non sbagliati, ma assolutamente un vantaggio.
Ricordo un mio vecchio amministratore delegato, usava spesso raccontare nelle sue relazioni,
immaginava uno scambio fra due persone e diceva se io incontro un mio collega manager in una tavola e ci scambiamo 10 euro,
ce ne andiamo via ognuno con i suoi 10 euro, io lo do a lui, lo do a me, ma se io e lui ci scambiamo due idee e le condividiamo,
Tutte e due andiamo via con due idee. Quindi ci siamo arricchiti. Il fatto di accettare il pensiero dell'altro, di valorizzarlo, di apprezzarlo, di non giudicarlo e di accoglierlo, ci permette di ampliare le nostre visioni della vita.
Quindi per noi, per me, il differente non è sbagliato ma è semplicemente differente in quanto tale ha valore e va ascoltato e quindi la ricchezza appunto nella diversità.
Andiamo a vedere ora la parte della relazione. Un piccolo acceno alla storia, vi riporto agli anni 28 a William Marston, che si interessò all'aspetto delle emozioni delle persone normali, perché a differenza di alcuni contemporanei come Young,
che lavorava appunto sull'analisi delle emozioni nell'ambito della patologia, lui scrisse questo libro appunto descrivendo quali sono le emozioni e quali sono le alterazioni a livello fisiologico che le emozioni in una popolazione normale vengono a determinarsi.
anzi tanto è vero che fu quello che inventò la macchina della verità
e riuscì anche a venderla per parecchi anni facendo un bucchio di soldi.
Persona molto eclettica, poi negli anni 70 Geyer ed altri hanno sviluppato questo modello
in termini di strumenti per arrivare poi ai nostri giorni, è un modello diffuso in 20 paesi al mondo.
lui era anche un interessante studioso della sociale
e scoprì che le donne avevano un modo di relazionarsi
di attivare la relazione diversa dall'uomo
afferivano a questi diversi tipi di valori
tra cui anche quello del dominio
e soprattutto scoprì anche che la società americana dei suoi anni
E' una società leggermente maschilista. Tant'è vero che ci regalò a noi donne, per questo mi piace tantissimo come modello, il primo supereroe femminile. Quindi disse, vabbè, intanto faccio io qualcosa per essere, come dire, socialmente evoluto e mi invento anche un supereroe femminile.
e quindi regalò alla cinematografia Wonder Woman, questo per dire quanto era eclettico e attento al mondo appunto del sociale.
Che cosa ci racconta questo modello nell'analisi della relazione? Parliamo di uno strumento, uno strumento diagnostico.
Ci dice che l'ambiente di lavoro è un ambiente molto vivace, ricco e soprattutto che ci sollecita a delle azioni e dei comportamenti.
Queste azioni e questi comportamenti sono di natura diversa a seconda del nostro stile e portano chiaramente poi a dei risultati diversi nella interrelazione.
Lo strumento diagnostico ci permette, ci favorisce non solo la comprensione di noi, ma la cosa più interessante è quanto noi riusciamo a interagire con gli altri in termini di efficacia, di risultati.
E soprattutto ci dice come siamo stati e come saremo in termini di sollecitazione dell'ambiente, cioè a seconda degli stimoli che noi percepiamo a livello ambientale, il modello ci descrive tre grafici, ci riporta poi questi tre grafici che sono la fotografia del mio stile relazionale a zero sollecitazioni,
Quindi quando non ho stimoli, quindi nella condizione di maggiore tranquillità, come il mio ambiente di lavoro mi sta proiettando, quindi verso quale sollecitazioni io sto andando, e quindi cosa si sta modificando nel mio stile relazionale, vedete che è molto dinamico,
la risultante di questi due grafici mi dice quello che oggi io rappresento secondo il modello e come mi comporto, come rispondo oggi a queste sollecitazioni.
Chiaramente parliamo di questi tre grafici, ve li ho fatti vedere velocemente, sono il grafico del passato, il grafico del futuro e il grafico del presente.
Il modello che cosa va ad analizzare? Semplicemente perché è così dinamico, perché noi siamo padroni del nostro stile relazionale? Perché innanzitutto noi esprimiamo tutti e quattro gli stili, sono quattro di fatto, ma possiamo decidere di amplificare alcuni aspetti di uno stile rispetto a un altro a seconda della convenienza,
o meglio, a seconda di quella che è la risposta che riceviamo in termini di positività o meno
nel nostro ambiente lavorativo, degli altri, dei nostri colleghi, dei nostri pazienti,
perché lo vedremo applicato anche al paziente.
Ma sicuramente ci porta a un lavoro che noi facciamo usualmente,
che è l'osservazione dei comportamenti.
quindi non andremo con questo modello ad analizzare la personalità
anche se il comportamento è una risposta della personalità
ma andremo semplicemente a lavorare sul nostro comportamento
e sul comportamento e la capacità di analisi del comportamento degli altri
cosa è importante sapere?
innanzitutto che il comportamento sia un'espressione della personalità
che quello non è un testo sulla personalità
ma semplicemente una serie di informazioni
sui comportamenti che io agisco, che io esprimo, che io metto in essere nell'ambiente lavorativo, sui miei orientamenti, sulle informazioni che io riesco ad avere dalle risposte che mi danno gli altri, i miei colleghi,
ma soprattutto che essendo io padrone e quindi capace di relazionarmi con gli altri in una certa maniera, io posso avere dei punti di forza e dei punti di debolezza, ma ogni stile comportamentale è uno stile comportamentale, punto.
Quindi non è né buono né cattivo, non è migliore né peggiore degli altri. Ci dice anche che noi possiamo adattarci, ce l'ha detto qualcun altro qualche decennio fa, e che la nostra capacità di adattamento ci permette di amplificare e ci dà le soluzioni e ci dà le risposte per dire se stiamo percorrendo la strada giusta o meno.
meno, quindi dai feedback che riceviamo dagli altri, e che siamo degli individui abbastanza
complessi. Soltanto il 2% al mondo, secondo il modello, è rappresentato da uno stile puro,
quindi la maggior parte di noi è una combinazione di tanti stili. Non ci sono stili buoni o stili
cattivi, né uno migliore o peggiore, ma semplicemente come sono in grado di relazionarmi
agli altri in maniera efficace soprattutto il risultato è conoscere la mia capacità di
relazionarmi agli altri attraverso la lettura del mio stile partendo dalla conoscenza di me stesso
vengono utilizzate questi modelli nelle aziende per migliorare le performance dei gruppi e adesso
facciamo una piccola esercitazione quindi un'attivazione per comprendere quanto sia
Sia semplice utilizzare l'osservazione, quindi riconoscere dei comportamenti e attraverso questi comportamenti cogliere lo stile a cui noi apparteniamo.
Vi faccio una prima richiesta. In base alla disposizione delle persone, in un momento di relazione, quindi in un'attività lavorativa, in una riunione, piuttosto che in un contesto lavorativo di più persone,
Se hai bloccato. Io come mi percepisco? Più forte dell'ambiente? Possiamo andare avanti per favore? O meno forte dell'ambiente? Cioè nel senso sono in grado? Fermiamoci un attimo qui per favore. Mi posiziono nella parte nord o parte sud della diapositiva?
Nel momento in cui io entro e devo gestire una riunione e condividere determinate relazioni con colleghi o semplicemente con il mio paziente e i suoi familiari, mi percepisco più forte del contesto, dell'ambiente in cui mi muovo o è l'ambiente che in un certo senso mi può condizionare e quindi mi mette in una condizione di debolezza?
L'avete fatto? Potete annotarlo, vi chiedo la cortesia di annotarlo.
Allora ti faccio questa riflessione così magari aiutiamo tutti i discenti che si trovano nella stessa situazione sua.
tua. Ancoriamola a un contesto ben preciso, magari il più recente, e aggiungiamo qualcosa a questa
frase. Mi sento in un contesto del genere, in questa situazione, tendenzialmente, in maniera
naturale, mi sento più attivo o più riflessivo? E mi spiego. Se devo esprimere un'opinione in
in questo frangente, la dico to cure, senza andare ad ascoltare o cogliere gli stati d'animo degli altri,
o aspetto che gli altri si espongano per primi e poi rispondo.
Quindi sono un pochino più riflessivo.
Quindi nord attivo, sud riflessivo.
Vi può essere di aiuto?
Scrivetevelo, perché la cosa si complica altrimenti.
intanto posizionatevi o a nord
o a sud
stavo salutando un collega
che c'è un'ora della sua presenza
ditemi se l'avete fatto
pronti? possiamo andare avanti?
perché non è finita qui
esistono altre due dimensioni
sempre riferendomi a una situazione
lavorativa ben precisa
il percepito che io ho del mio ambiente
di lavoro in questo momento
parliamo dell'oggi
quindi ancoriamola a una situazione del presente
lo vivo più favorevole
o più sfavorevole
vi aiuto ancora di più
quindi mi metto sulla parte sinistra
o sulla parte destra del quadrante
quando entro in relazione con gli altri
sono più orientato
all'obiettivo
al raggiungimento di un obiettivo
o più sono orientato a costruire
relazione con l'ambiente
e quindi con quel contesto
sono più orientato per l'obiettivo o per la relazione
risultato relazione
attivo, riflessivo
nord sud ovest est obiettivo a sinistra a destra relazione è il mio principale pensiero è il primo
pensiero la prima occupazione per me guardare l'obiettivo che ho in testa guardare la relazione
che riesco a sviluppare in quell'ambiente lavorativo la prima non l'uno non esclude
dell'altra, ma per primi, cosa penso per primo, cosa ho in testa, per cui agisco in una certa maniera.
Fatto? Avete preso appunti? State costruendo il vostro stile relazionale principale, perché abbiamo detto
noi esprimiamo più di uno stile, in questa maniera noi stiamo individuando, in maniera molto semplice,
con questa attivazione, quale tra i quattro stili indicati dal modello, prevalentemente noi in questo momento
oggi ed ora, esprimiamo attraverso il comportamento.
Abbiamo? Abbiamo dieci minuti, sì.
Velocemente.
A questo punto, nell'avere intersecato tutti e quattro gli stili,
scopriamo qual è il nostro DNA secondo il modello.
E quindi, o occupiamo un quadrante in alto a sinistra,
ci siete?
O un quadrante in alto a destra,
o in basso a destra o in basso a sinistra.
Ecco perché vi chiedevo di prendere appunti.
Vi chiederò anche, di farlo in maniera individuale,
di spiegarvi il perché avete risposto
e annotarvi queste risposte sul vostro foglio,
perché vi daranno alcune spiegazioni nei prossimi incontri lavorativi
e vi daranno alcune motivazioni.
Chi è in alto a sinistra, noi lo rappresentiamo con un colore,
il colore verde, non vi sto a spiegare il dettaglio perché il fattore tempo non è a nostro favore, se volete partecipare alle nostre aule saprete anche cosa vuol dire essere di colore verde o più di una nuance del verde, o scusate, o di colore rosso o azzurro o giallo, come vedete sono quattro colori meravigliosi che insieme creano diverse nuance e diverse sfumature.
Il colore verde, ecco perché volevo un attimo velocemente andare sullo sviluppo, analizzando il verbale e non verbale, ha delle tendenze comportamentali di questo tipo, l'avete scelto voi immaginandovi in un'attività lavorativa, quindi come vedete tende a parlare, fa affermazione, ha un elogio molto veloce, appare sicuro di sé, poco espansivo dal punto di vista delle emozioni,
sembra distaccato, non lascia trasferire queste emozioni, tende a controllare molto il tempo.
Vedete il fattore tempo come diventa un fattore di rimente per questo stile relazionale,
ma soprattutto agli altri stili può apparire un po' esigente.
Orientata al compito con una prossemica distaccata.
Un altro aspetto molto importante, oltre che la gestione del tempo, è la prossemica, cioè la distanza relazionale,
che negli stili determina un risultato dissonante o assonante nel costruire appunto relazioni efficaci.
Esiste il giallo, oltre che apparire critico, distaccato o riservato, quindi anche qui abbiamo una distanza, una prossemica distaccata,
tende a fare domande, il timbro di voce è sicuramente più pacato, quindi nella parte del verbale,
si espone poco a pari diplomatico ed osservatore
come vedete in base ad alcune aggettivazioni
vedete come alcuni stili hanno una tendenza all'abilità dell'ascolto maggiore
rispetto ad altri
il riflessivo, il rosso energizzante, espansivo, caloroso
quindi esterna molto, tende ad esternare le proprie emozioni nell'ambito lavorativo
sia nell'eloquio, quindi nel fare complimenti che ama ricevere
dei complimenti e affermazioni ha una prossemica ridotta, il fattore tempo è un fattore sicuramente molto più diluito,
una risorsa che ha degli elementi di dilazione maggiore. Tende a prendere iniziative e si muove con una certa rapidità.
Parla con un timbro di voce elevato, vi ricordate il medico all'inizio? L'azzurro ha un timbro di voce più pacato,
tende ad ascoltare, a fare domande, ad essere osservatore e riflessivo, con una prossemica ridotta, indulgente,
tende a divagare e ama e riesce a fare complimenti.
Io passerei velocemente, scusate, saltiamo il... mi dispiace, i filmati, era un'altra attivazione.
Sono filmati che noi scarichiamo dalla piattaforma InScape.
Possiamo andare avanti, per favore?
Con questi attori che esprimono, attraverso dei comportamenti e contenuti all'eloquio,
il colore, quindi lo stile comportamentale,
Quello che mi interessa andare a toccare è l'aspetto paziente. Siamo gli unici in Italia ad aver sviluppato questo modello nell'ambito del colloquio clinico e della relazione.
Dove l'abbiamo sviluppato? Scorsosamente utilizzo i personaggi di Walt Disney per rappresentare i nostri pazienti.
Che tipo di pazienti sono? Sicuramente pazienti che hanno una dimensione, quindi uno stile relazionale misto.
non è facile individuarli
ma leggendo il loro verbale
il paraverbale
e il non verbale
noi li possiamo sicuramente collocare all'interno di questo quadrante
con una prevalenza
di colore
magari più verde, più rosso, più giallo
più azzurro
non so se vi è venuto in mente a qualcuno di voi
già un paziente
in base ai comportamenti
che avete di recente
visitato
Ricordo che il linguaggio del corpo è rappresentato, si può leggere attraverso la lettura delle mani, la postura, la mimica facciale, il paraverbale o il paralinguaggio, ritmo, inflessione, tono e volume, la comunicazione verbale, appunto i contenuti fatti dalle parole.
Noi abbiamo utilizzato il modello e calato attraverso questi item, quindi il modello viene letto attraverso lo stile, attraverso questi comportamenti.
Quindi il paziente entra nel quadrante a seconda della frequenza, di come è frequente il nostro ambulatorio, di come espone i suoi sintomi, di quale aspettative lui declina nel suo progetto di salute, come reagisce al contatto fisico, come comunica la sua diagnosi, come possiamo farlo aderire, come aderisce di sua sponda e come possiamo modificarlo e soprattutto l'obiettivo di guarigione.
Allora, innanzitutto vi ricordo che questo modello è utilizzato moltissimo in cinematografia, perché nelle diagonali, quindi negli opposti, in cui si creano molte misunderstanding e quindi contrapposizioni comportamentali, c'è molto da ridere.
alcuni personaggi sono rappresentati
all'interno di questo
modello
scusate, possiamo passare un attimo
il trailer del film
che vi racconta
un medico
uno stile puro
e un colore puro
no no
esatto
no no più avanti
più avanti scusate
Ecco qui, viaggi di nozze per favore.
Adesso vediamo uno stile puro.
Non vorrei che tu mi fraintendessi Regnero, tu sai con quanta fiducia io ti ho detto di sì.
Non dico che ho sbagliato, ma forse è legittimo avere dei dubbi, dei timori.
Non vorrei che avessimo commesso un passo affrettato.
Forse mi ha spinto la riconoscenza per quello che avevi fatto per mia madre durante la sua malattia.
Ma ora io ho dei dubbi
Non so
Anche il confronto con la tua prima moglie
Non so se sono all'altezza
Ti faccio ridere?
Sì, moltissimo
Ma lo sai perché?
Mi sembra di ascoltare lo stesso identico discorso
Che mi fece scilla mi pare proprio in un vagone ristorante
Durante il nostro viaggio di nozze
Solo che non c'era una soglia
Ma bensì un quarto di pollo c'era
Fosca, la tua è la classica crisi che gli inglesi chiamerebbero dell'after yes
Lascia che arrivi quel momento stanotte
E io ti assicuro che ti faccio toccare il cielo con un dito
Quanto... scusa un attimo
Pronto?
No, non mi disturba affatto, mi dica
Ma questo muco me lo fa prima o dopo l'evacuazione?
No, no, non può essere il fegato
Altrimenti le fesci me le avrebbe fatte bianche
No, il sangue è quello che mi preoccupa meno perché mi pare che lei già mi soffriva di un pacco emorroidario, vero?
Mamma, che cos'è un pacco emorroidario?
Per favore tesoro, stiamo mangiando, vado un attimo in bagno
Si celere, senta allora mi prenda del crematon 300, uno la mattina, uno a colazione, due la sera
Un piccolo assaggio. Conclusioni. Che cosa avevamo intenzione di trasmettere, spero di averlo fatto io insieme a Max?
Innanzitutto che la capacità di adattamento è sicuramente una delle nostre più grandi risorse.
È quello che ci ha permesso di selezionarci e di arrivare vincenti ai nostri giorni, nell'evoluzione della nostra specie.
per riuscire a farlo
e dare sempre il meglio di noi stessi
e capire il valore degli altri
bisogna riconoscere e apprezzare
gli stili che sono lontani dal nostro
quelli che sono nel quadrante
all'opposto
ecco perché la ricchezza
è fatta dalle diversità
dai vari elementi e le varie diversità
in questo modo
noi possiamo relazionarci agli altri
e raggiungere un successo lavorativo
ottenendo migliori performance
Vi chiedo due minuti per concludere con Max lasciandovi questo filmato e tutte le riflessioni che voi vogliate fare regalarci e magari poi raccontarci in un altro momento. Grazie di aver partecipato a questa sessione.
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