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23° CAD anno 2012 9° Corso Infermieri di Sala Operatoria L'Infermiere nel percorso chirurgico: Aspetti assistenziali e tecnologici Professione, Formazione, Organizzazione Giorgio Palazzini: Presidente del Congresso Maria Caputo: Presidente Nazionale AICO Marcella Pisanelli: Presidente AICO Lazio Moderatore: S. Montemurro (PA) Sessione Mattutina Completa
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Benvenuti a Roma con il fresco, quindi quest'anno va anche meglio perché così non abbiamo il problema del condizionamento delle aule.
Come sapete quest'anno il congresso è stato organizzato in modo tale che sia una FAD e quindi questo è importante perché c'è un grosso numero di crediti,
ma per avere questo grosso numero di crediti abbiamo dovuto adottare il sistema della tecnologia.
E quindi in teoria siete tutti in videoconferenza, quindi non lo so se state a Roma o in un'altra città del mondo, e quindi in quest'aula siete in poche persone, non ve la dovete prendere, però per motivi ministeriali dovrebbero stare tutti nell'aula magna.
Non possono esserci auli satelliti, come sapete, e quindi pochi ma buoni. Ringrazio i relatori per la fatica che hanno fatto per preparare le loro relazioni, ma immagino che anche quest'anno riusciremo ad avere un congresso pieno di soddisfazioni per entrambi, per me che ormai l'organizzo da 23 anni,
anche se poi abbiamo fatto questo balzello dell'alternanza, che c'è un anno un po' più importante, un po' meno importante, quindi l'anno meno importante per motivi di sponsor si chiama terzo corso di chirurgia, ma se Dio ci darà assistenza, in realtà questo è il ventitresimo congresso con i vari corsi, poi rincominceremo la serie,
e se avrò la fortuna di durare a lungo magari arriverò fino alla quarantesima edizione
dopodiché andrò in pensione e quindi penso che o lo prende qualcuno dei miei collaboratori
o se no muore anche questo congresso, non essendo una società scientifica
salvo che non decidiamo di trasformare laparoscopic.it in una società scientifica
e quindi possa diventare una cosa duratura nel tempo.
Io penso che essendo un congresso ideato da una persona che era un giovane specializzando nel 1985 insieme col professor Di Matteo, lui amante di chirurgia, io amante di chirurgia ma in particolare di tecnologie, mi venne in mente di organizzare questo evento con le dirette.
perché immagino e penso, essendo un appassionato di telecomunicazioni, che solamente vedendo
uno riesce ad apprendere quello che accade nel mondo, poi specialmente oggi come oggi
che esiste internet, qualsiasi cosa abbiamo bisogno, basta andare su Google e abbiamo
l'opportunità di vedere cosa esiste e cosa fanno, vedere invece realmente cosa avviene
in una sala operatoria non è una cosa di tutti i giorni, tanto è vero che anche quest'anno
che ci sono difficoltà economiche nello spostamento, ma se tutto va bene dovremmo arrivare a 1700-1800 presenze in questi due giorni,
che è un buon risultato per un momento così critico dell'economia italiana, ma non solo italiana, ma mondiale.
Abbiamo voluto incentivare la parte dello streaming, tant'è vero che facciamo 20 canali streaming,
quindi chi vuole ci può seguire comodamente da casa oppure sull'iPad, sull'iPhone, tutte queste nuove tecnologie, quindi vogliamo cercare di fare un qualcosa di diverso rispetto ai soliti congressi ma dare il più possibile l'opportunità a tutti di vedere cosa avvengono nelle sale operatorie.
Non dico dei cinque continenti perché questo è l'anno un pochino più magro, però almeno vediamo anche quello che succede in Italia e in Europa, che non è una cosa da poco punto.
Riusciremo a fare, oltre tutta la parte teorica che farete voi, anche la parte pratica delle sale operatorie che saranno circa 150 interventi.
quindi diciamo che sono un buon numero di interventi, partiamo dall'esofoca, arriviamo fino al retto, c'è di tutto, manca solo la chirurgia toracica, poi c'è la chirurgia ginecologica, c'è l'otorino, abbiamo l'urologo, tanti chirurghi generali, vedremo la chirurgia della tiroide, diciamo che anche se è nata come chirurgia dell'apparato digerente in realtà si vede tutta la chirurgia generale.
Io vi ringrazio di nuovo, cedo la parola alla vostra Presidente, la Dottoressa Caputo che come sapete questo congresso è nato nove anni fa con il corso dedicato agli infermieri di sala operatoria con un rapporto di collaborazione proprio con la vostra associazione AICO.
Quindi io vi ringrazio di nuovo e cedo a Maria la parola.
Grazie, buongiorno a tutti, bentrovati. È un appuntamento che ormai tutti gli iscritti e non di AICO vogliono mantenere, assolutamente.
Infatti questo congresso ormai fa parte dell'agenda di AICO. Siamo contenti che AICO ha potuto esprimere nella parte scientifica tutto quello che è capace di fare attraverso i vari relatori per quelle che sono le competenze specifiche per tutti quelli che verranno qui a parlare.
è ovvio che siamo abituati ad utilizzare tecnologia in sala operatoria
forse un po' meno nei nostri congressi
e quindi questo congresso comunque ogni volta ci mette di fronte a qualcosa da imparare
a stimoli nuovi, anche a situazioni che devono un attimino essere formattate nel nostro modo di essere
Comunque io vi ringrazio moltissimo, siamo qui ovviamente a disposizione per tutto quello che potrà fare AICO.
Ecco soltanto un ultimo pensiero sul fatto che noi il percorso di società scientifica l'abbiamo cominciato da un anno, devo dire che è un percorso molto duro che richiede veramente un impegno di risorse e di competenze a parte quelle economiche ma soprattutto di ricerca
Perché è quello l'elemento che distingue effettivamente poi un'associazione da una società scientifica. Comunque questo percorso l'abbiamo cominciato, quindi siamo neofiti però su questa strada vogliamo restare.
Quindi benvenga se anche questo congresso diventi poi società scientifica. Quindi io vi ringrazio e ora do la parola per un saluto alla Presidente della Regione Lazio che è Marcella Pisanelli. Grazie.
Grazie, buongiorno a tutti, come romana vedo il benvenuto a Roma, anche io mi associo ai ringraziamenti sia al professor Palazzini che gentilmente tutti gli anni ci ospita, spero che il corso e gli argomenti siano di vostro interesse, io sono a disposizione nel desk AICO come regione Lazio e visto i tempi dovrei cominciare subito con le relazioni, quindi passerei la voce al moderatore, al collega Montemurro, grazie, buon lavoro.
Grazie con lei, grazie professore. Benvenuti a quanto ci ascoltano. Iniziamo subito direi i lavori di questa nostra sessione, le cui parole chiavi, professione, formazione e organizzazione sicuramente fanno capire un percorso culturale ed operativo proprio che interessa il nursing di sala operatoria.
Il Saverio Andreola, cortesemente di Bari, ci illustrerà, anzi facciamocelo dire da lui, alcune tracce di un percorso incompiuto.
Sì, intanto vorrei ringraziare la presidenza di questo corso di formazione che mette assieme due professionisti che sono protagonisti assoluti della sala operatoria.
La sala operatoria è di per sé un ambiente in cui sono ben presente due professionalità di spessore nel panorama sanitario, medico e infermiere, forse uno degli ambienti in cui è necessario avere questa stretta interdipendenza nell'ambito delle attività professionali richieste.
Una prima provocazione rispetto ai termini utilizzati, giusto per così entrare nel vivo dell'argomento che mi è stato assegnato.
Possiamo dire corso per infermieri di sala operatoria.
Corso per infermieri di sala operatoria sta a significare che sono elementi di conoscenza
che vengono portati all'attenzione di una specificità professionale
che si caratterizza per un ambiente di lavoro che è particolarmente performante nell'ambito dell'esercizio professionale.
Questo di per sé è già un elemento di confronto sul quale avremo motivo di soffermarci un attimino.
La prima domanda che sorge spontanea quando si parla dell'infermieristica in sala operatoria
e qual è il percorso formativo oggi necessario per dare all'infermiere le competenze, le conoscenze, il sapere per stare in sala operatoria
e per dare in questo ambiente un'attività di ampio respiro professionale, quali le competenze che sono richieste
E ancora qual è il riconoscimento che oggi viene dato sia dal punto di vista giuridico che ancora nell'ambito dei contenuti esplicativi del ruolo relativamente al riconoscimento di natura direi contrattuale non solo che riguarda gli ambiti di natura economica ma anche di riconoscimento del ruolo che si sviluppa all'interno di un contesto così specifico.
Ed ancora quali ambiti su cui si sviluppa la carriera dell'infermiere di sala operatoria, letta come tale ma non considerata nello stato attuale delle cose e quali eventualmente le opportunità contrattuali.
Io faccio presente che in questo ultimo periodo sta emergendo una lettura sull'ambito di rappresentatività della professione infermieristica che è molto complessa ed è dettata più da ragioni di natura economica e quindi con una lettura ragionieristica piuttosto che con una considerazione di natura espressiva sul valore professionale di esercizio che ci riguarda in via diretta.
Abbiamo oggi un contesto in cui le parole chiavi che animano i dibattiti attorno allo sviluppo del sistema sanitario che è incentrato sul contenimento della spesa sanitaria, sulla razionalizzazione della spesa e ultimo questo spending review, questa revisione della spesa soprattutto in tema di sanità,
pur in considerazione di un fatto che in Italia il welfare che ovviamente accompagna l'ambito di spesa sanitaria individua il nostro paese come ai primi posti rispetto alla riduzione della spesa rispetto al PIL.
Siamo un sistema sanitario che investe poco in sanità e ciò nonostante abbiamo avuto modo di rilevare come le difficoltà del momento ci impongono di dare una revisione concreta agli ambiti di spesa.
Sono cambiati, stanno cambiando radicalmente i bisogni sanitari, c'è una domanda da parte dell'utenza che è sempre più specifica e sempre più alla ricerca di una risposta performante che solo le professioni sanitarie sono probabilmente in grado di dare.
Si parlava di progressi tecnologici ovviamente sono all'ordine del giorno nell'ambito della medicina ed in particolare nell'ambito chirurgico. Siamo in un momento di ristrettezza dei risorsi finanziari, di interessi politici che allo stato delle cose governano il sistema sanitario, c'è l'esigenza di un ampliamento quindi della pratica infermieristica, abbiamo bisogno di elevare il livello degli studi per dare da subito l'opportunità all'infermieristica di entrare a pieno titolo nella sala operatoria.
abbiamo ovviamente proprio perché una professione performante l'esigenza di essere espressivi nell'ambito della carriera, abbiamo ovviamente da questo punto di vista bisogno di avere un migliore riconoscimento di natura contrattuale, siamo consapevoli del fatto che nell'ambito operatorio c'è la possibilità di dare sviluppo alla ricerca infermieristica.
Oggi siamo di fronte a richieste di prestazioni complesse, di competenze specifiche, siamo in un momento in cui la responsabilità professionale soprattutto nei quartieri operatori emerge in maniera prepotente nel senso che ci sono dei casi in cui si rileva proprio nello specifico il ruolo dell'attività medica ed infermieristica in equip.
Siamo una professione intellettuale e abbiamo quindi l'esigenza di dare risposte appropriate ai bisogni di salute della popolazione.
Ovviamente dal punto di vista della formazione siamo nella condizione normativa di avere dei percorsi specifici che attribuiscono all'infermieristica di sala operatoria,
l'infermiere cosiddetto della sala operatoria, una costante manutenzione e integrazione delle proprie competenze e quindi dare continuità al proprio sapere professionale in linea con le specificità del ruolo.
Da questo punto di vista oramai le università si sono adeguate ed offrono ovviamente delle opportunità di sviluppo del sapere professionale che sono oramai codificati nell'ambito dei percorsi di master.
Come voi sapete l'ambito di sala operatoria a mio modo di vedere potrebbe essere incardinato in un contesto di valutazione di infermiere specialista.
Si parla spesso in questi ultimi tempi e ormai questo è argomento che sta animando il dibattito all'interno delle organizzazioni professionali, delle regioni, oramai interprete delle attività di organizzazione sanitaria sulla esigenza di avere infermieri capaci di dare risposte appropriate ai bisogni di salute
e che quindi specializzano il proprio intervento. Chi è l'infermiere specialista è un infermiere
superiore a quello generalista autorizzato ad esercitare come specialista particolarmente
esperto in uno specifico ramo dell'assistenza piemeristica e infermieristica e credo che da
questo punto di vista noi possiamo eventualmente mettere in parallelo il vostro ruolo, quello di
infermiere di sala operatoria, in un contesto di lettura legislativa che è proprio dell'infermiere
L'infermiere specialista è stato introdotto con la legge 43 del lontano 2006, si parlava della ragione per cui oggi l'infermiere in sala operatoria ha titolo e necessità di specializzare il proprio percorso professionale a partire da quello universitario che ormai è perfettamente incardinato e quindi normato ma per dare continuità al percorso normato nella università
e quindi nei contenitori a valenza tecnico-giuridica, prima fra tutti quello contrattuale, c'è l'esigenza di dare corretta applicazione alla legge 43 del 2006
che proprio entra nell'ambito di questa specificità riconoscendo la possibilità per alcuni ambiti di esercizio professionale
di avere un riconoscimento direi non solo normativo ma anche tecnico giuridico che sia coerente con le esigenze di cui poc'anzi abbiamo parlato e quindi con le evoluzioni che sono oggi presenti sul nostro territorio
E quindi offrire uno strumento di lettura delle esigenze organizzative delle regioni che pongano gli infermieri in sala operatoria nella condizione di poter recitare il ruolo di specificità professionale con migliori riconoscimenti.
Non solo nell'ambito della loro attività di natura espressiva in un quartiere che chiede una professionalità adeguata ma anche e soprattutto riconoscimenti formali dell'ambito di lavoro e quindi normo contrattuale.
Dicevo che la legge 43 2006 risponde a questa esigenza, la norma è meglio nota come norma istitutiva degli ordini professionali, voi sapete benissimo che nella norma c'è la delega al governo istitutiva degli ordini professionali e quindi proprio il titolo l'incompiuta deriva dal fatto che i governi a seguire questa delega l'hanno fatto scadere e siamo ancora in attesa di avere riconoscimenti da questo punto di vista.
Ma non è l'unico aspetto che la norma definisce ma è anche l'ambito di riconoscimento dello specificità di esercizio professionale del cosiddetto infermiere specialista.
Chi è l'infermiere specialista? E' quello il quale in possesso, dice la norma del master di primo livello per le funzioni specialistiche rilasciato dall'università.
Ovviamente è necessario nel nostro attuale sistema sanitario avere un infermiere che abbia delle conoscenze specifiche in alcuni rami di esercizio professionale
E se fosse il caso pregherei la regia di aprire i file in pdf che attengono al momento particolare che si sta vivendo sui tavoli ministeriali che per certi versi entrano in perfetta sintonia con gli ambiti applicativi della norma.
poiché volevo informarvi, manco a farla apposta capita per certi versi in coerenza con gli obiettivi formativi di questo evento, la Costituzione a Roma su iniziativa delle regioni di un tavolo tecnico che sta proprio discutendo degli ambiti di competenza specifica delle attività infermieristiche
e quindi è una partita sulla quale probabilmente l'AICO potrebbe eventualmente avere un ruolo importante per i contenuti dell'esercizio professionale in sala operatoria
e anche perché nell'ambito della società scientifica AICO sono ben evidenti i segnali di contribuire a dare alle pubbliche amministrazioni
contributi specifici per dare risposta concreta ai bisogni di specificità
assistenziale dei cittadini. Se mai apriamo anche l'altro file
chiudendo quest'altro perché nel tavolo tecnico di cui si parlava c'è un'area
quella dell'area chirurgica che è stata elaborata da tecnici nominati dal
Ministero che avrebbero forse bisogno di essere revisionati. Ci sono alcuni
aspetti positivi che probabilmente incontreranno la vostra soddisfazione, ci sono altri aspetti
che probabilmente andrebbero meglio declinati. Se fosse il caso strutturare da subito un
tavolo di confronto con il Ministero della Salute e con le regioni fortemente interessate
a portare avanti questa proposta, il laico da questo punto di vista potrebbe essere determinante
nel inserirsi in questo dibattito e quindi far valere le proprie ragioni di rappresentanza professionale.
Questo è un congresso che capita a fagiolo e quindi vi dà l'opportunità studiando e analizzando il contesto
in cui si muove questa proposta regolatrice degli ambiti di competenza che attengono all'infermieristica
nell'ambito dell'area chirurgica di dare un contributo e quindi eventualmente di trovare risposta in alcuni percorsi che come si diceva ancora oggi stentano ad essere compiutamente definiti.
Se puoi tornare alle slide vado subito a concludere. Questo è l'ambito su cui si è arenato l'applicazione della norma prevista, questo è il contratto Bieni Economico 2008-2009 che ha ripreso in evidenza la legge 43-2006, non è a molti conosciuta questa posizione che riguarda l'ambito applicativo contrattuale della legge 43
che potrebbe dare a voi infermieri di sala operatoria dei riconoscimenti sullo status giuridico di infermieri di sala operatoria e un aspetto che mi permetto di criticare pubblicamente, non è possibile considerare in una data il 31 luglio 2009 la difficoltà e la complessità della materia considerando che c'è una legge dello Stato, la legge 43 2006 ancora inapplicata
e da questo punto di vista è necessario che voi infermieri di sala operatoria facciate sentire la vostra voce che è importante per sostenere l'esigenza di contrattualizzare una legge dello Stato.
Mi rendo conto che siamo in una situazione un po' particolare, proprio quando si iniziava a discutere dell'opportunità di dare a voi infermieri di sala operatoria dei riconoscimenti di status all'interno del contesto normativo
C'è stato il blocco dei contratti ex legge Brunetta fino al 2013, il problema è che lo stesso blocco è stato prorogato col governo Monti al 2015.
e 15. C'è tanto lavoro da fare, possiamo farlo, possiamo farlo insieme, possiamo stimolare
la crescita dell'esercizio professionale così particolare e così specifico nell'ambito
della sala operatoria. Il sistema sanitario ha bisogno di infermieri preparati, il sistema
sanitario ha bisogno di una forza che è propulsiva dell'infermieristica a partire dagli specifici
di esercizio professionale, abbiamo l'esigenza di muoverci in questa direzione e quindi rimbocchiamoci
le mani e lavoriamo in questa strada. Grazie per la vostra attenzione.
Grazie Saverio, a mio parere ritengo che hai focalizzato quello che sta più a cuore a noi infermieri
e il riconoscimento perlomeno di quello che è l'identichitti di tutti i giorni tra lo status, tra la valenza sociale, tra i bisogni professionali e assistenziali e non a caso questo documento IBDF che ci hai presentato,
Probabilmente 1114 vorrebbe non solo collaborare, ma anche rendersi attori responsabili in funzione della stessa legge che ha battuto il manzionario per rispondere con autonomia e competenza di tutto quello che è l'identikit nostro.
Quindi l'impermieria specialista potrebbe essere in funzione di questo obiettivo che ci poniamo una pagina nuova della professione impermieristica in Italia del nursing clinico.
Grazie e veramente complimenti.
Buongiorno a tutti, intanto volevo ringraziare il collega Andre Ulla per la bellissima relazione.
Volevo fargli una domanda un po' provocatoria, nel senso volevo chiedere a lui cosa ne pensa rispetto all'utilizzo dei tecnici specializzati in sala operatoria, dall'ultimo congresso e orna che c'è stato adesso due settimane fa a Lisbona abbiamo conosciuto moltissimi tecnici che lavorano nelle sale operatorie sia in Olanda che in Germania.
Allora siccome di questo argomento avevamo già parlato anche col collegio degli infermieri in Italia, voglio sapere cosa ne pensa lui rispetto a questo argomento e all'utilizzo dei tecnici, loro dicono molto specializzati sia in anestesia che in strumentazione nelle nostre sale, grazie.
Sì, velocemente. Intanto la realtà italiana ovviamente è per culture e per classi completamente diversa da quella degli altri paesi comunitari, per certi versi siamo in alcuni ambiti quello che attiene alla organizzazione specifica dell'ambito operatorio in presenza di professionalità,
medici e infermieri che da questo punto di vista si sono distinti per la specificità
del ruolo e per la performance che sviluppano e sulle evidenze scientifiche credo che non
ci sia veramente nulla da dire. Certo è che stiamo vivendo un momento laddove in Europa
proprio per dare visibilità alla possibilità per tutte le professioni di varcare i confini
e di avere la legittimità all'esercizio professionale si stanno codificando dei percorsi,
si sta cercando da questo punto di vista di uniformare per certi versi i percorsi.
Trovo non compatibile con la realtà italiana l'idea di dover utilizzare nel quartiere operatorio
dei tecnici che siano in grado, stante l'attuale modello organizzativo,
di sostituire gli infermieri. Noi abbiamo uno strumento formidabile che è quello della legge 43 del 2006 che voi come società scientifica o ancora come associazione che si identifica nella valorizzazione del ruolo degli infermieri di sala operatoria dovete spendervi,
nel senso che dovete orientare le scelte politiche di campo sul riconoscimento del ruolo.
Io non a caso provocatoriamente ho esordito col dire corso per infermieri di sala operatoria.
Chi sono? Allo stato delle cose in Italia l'infermieristica è ancora ferma al palo rispetto alla valorizzazione del ruolo, della specificità e delle competenze.
Colpa di qualcuno? Forse anche sì ma siamo noi che possiamo da questo punto di vista utilizzando le esperienze e le risorse di cui siamo capaci di spingere e orientare alcune scelte che qualche volta sono di natura politica.
Prego, la Presidente ha un quesito.
Vorrei fare una rassicurazione, l'AICO si spenderà per questo documento e farà le sue riflessioni e osservazioni per poter sottolineare quali sono le competenze e le specificità dell'infermiere di sala operatoria.
E' ovvio che combatteremo con tutte le nostre forze perché i tecnici non possono sostituire gli infermieri di sala operatoria. La strumentazione non può essere affidata a un tecnico perché non è soltanto un passare sterilmente ferri ma è tutto un discorso, tutta una preparazione e anche un voler adeguare il proprio piano assistenziale che sta avvenendo durante l'intervento chirurgico
e questo lo può fare solo chi ha ricevuto gli strumenti di una preparazione che parte dall'inizio del percorso perioperatorio fino poi ad arrivare anche al momento dell'intervento chirurgico.
Quindi l'Europa si sta orientando in questo senso ma credo che l'Italia non ha bisogno di tecnici, ha bisogno di infermieri, di quello c'è bisogno e di infermieri che svolgano le proprie competenze nel ruolo dove sono chiamati a lavorare.
In questo caso è la sala operatoria e quindi per questo noi ci spenderemo.
Siamo d'accordo su questo.
Il collega Casarano ci illustrerà quali possono essere gli impegni della società scientifica rispetto alla formazione infermieristica sempre in sala operatoria.
Vediamone le proposte.
Prego.
Buongiorno e grazie per l'invito.
Volevo dire che il fatto che AICO ha una sua storia a livello nazionale di presenza importante nelle sale operatorie in qualità di infermieri formatori ha voluto che l'associazione entrasse nel numero delle società scientifiche da poco tempo.
Questa è stata una grande sfida che abbiamo voluto affrontare e speriamo di esserne capaci.
In realtà quello che si cerca di fare e di contribuire nella comunità scientifica infermieristica attraverso una rete di informazioni e quindi di raccolta di dati, e questa significa ricerca, utilizzando un rigore scientifico ovviamente serio, è divulgare il risultato della ricerca.
Questa è la finalità in realtà di una società scientifica. Attraverso la formazione della comunità scientifica infermieristica, quindi una sfida importante.
In realtà col decreto del 31 maggio del 2004 il ministro Sirchia cerca di dare struttura al riconoscimento delle società scientifiche. In realtà è un percorso non compiuto.
AICO si annovera tra i sistemi di formazione ECM, ha voluto anche diventare provider con la nuova normativa, svolge attività di collaborazione con le istituzioni sanitarie e attività di aggiornamento professionale, quindi aveva pieno titolo per entrare ovviamente a far parte delle società scientifiche.
Quindi bisogna assolutamente dare credibilità all'ECM anche perché è l'unico ambito dove l'infermiera si debba riconoscere per la sua formazione, un processo attraverso il quale il professionista della salute si mantiene aggiornato per rispondere ai bisogni dei pazienti, alle esigenze del servizio sanitario e del proprio sviluppo professionale.
La formazione continua in medicina comprende l'acquisizione di nuove conoscenze, abilità e attitudini utili ad una pratica competente ed esperta. Perché leggere questo?
Perché in realtà la credibilità della formazione passa attraverso un sistema assolutamente rigoroso, addirittura fino a dover dare accreditamento ai formatori perché non tutti i paesi europei o comunque nell'ambito del panorama mondiale hanno questo sistema così avanzato.
In realtà per poter acquisire queste buone pratiche è necessario oggi più di ieri spendere una parte delle proprie energie per l'aggiornamento, questo lo sappiamo, gli operatori della salute hanno l'obbligo deontologico di mettere in pratica le nuove conoscenze e competenze per offrire un'assistenza qualitativamente utile.
In effetti le università danno il loro contributo ma sappiamo che la formazione di base risulta effettivamente solo un pilastro della formazione infermeristica soprattutto in ambito operatorio questo ovviamente è estremamente delicato.
Prendersi quindi cura dei propri pazienti con competenze aggiornate senza conflitti di interesse in modo da poter essere un buon professionista della sanità.
Questo è il dicta che ci dà l'ECM.
Quindi la formazione in ECM è un sistema di alimentazione di competenze dei professionisti in rapporto al profilo professionale e posizione nel contesto organizzativo.
Anche questo aspetto è estremamente enfatizzato perché il contesto organizzativo determina il profilo del professionista. È una garanzia di indipendenza dalla formazione continua, dal sistema di sponsorizzazione senza conflitti di interesse. Una società scientifica dovrebbe perseguire questo obiettivo.
All'interno della struttura sono stati coinvolti, parlo sempre di ECM, il Ministero della Salute ovviamente, le commissioni nazionali, gli operatori sanitari, le società scientifiche, inoltre le tipologie di organizzazioni oltre a quelle universitarie e degli istituti scientifici, le società scientifiche e le associazioni professionali in campo sanitario.
Devo dire che questo è effettivamente quello che è la specificità del ruolo, viene lasciata, quindi la formazione del ruolo degli infermieri saloperatori viene lasciata alle associazioni del campo.
Passiamo quindi tra il 2010 e il 2011 da un sistema di accreditamento eventi, vi ricordate i referi che dovevano poi valutare la bontà dei contenuti scientifici degli eventi formativi,
ad un sistema in cui nel 2012 ormai conclamato di accreditamento provider, ciò significa che il cambiamento che è avvenuto attraverso l'Agenas è stato estremamente importante.
Gli obiettivi che si sono dati sono di ampio respiro, sottolineato quelli che magari più da vicino interessano il settore di sala operatoria, la sicurezza del paziente,
ci stiamo lavorando tanto, management sanitario, aspetti di relazione, multiculturalità, etica, bioetica e dentologia.
Quindi si passa attraverso un sistema di accreditamento dei provider nazionali e regionali con l'attribuzione dei crediti formativi da parte degli stessi provider.
Questo significa che all'interno del sistema rinnovato ECM ci sono stati anche degli aspetti puramente pratici di sapere quanta competenza ha acquisito per cui andare a misurare ogni professionista sul portafoglio ovviamente di competenze, sarebbero il numero dei crediti in realtà.
In realtà nasce così il dossier formativo. È una novità assoluta, se ne parla poco perché ahimè non è applicato, è uno strumento di programmazione e valutazione del percorso formativo del singolo operatore o del gruppo di cui fa parte.
Non è in realtà un portafoglio delle competenze ma ne è un precursore. All'interno del dossier formativo a chi spetta predisporlo?
Sono in corso le definizioni, ovviamente quando i lavori sono in corso non finiscono quasi mai, ma dovrebbero gli ordini, i collegi e le associazioni certificare ciò che il professionista è e per quanto riguarda il dossier formativo di gruppo è l'azienda sanitaria che dovrebbe occuparsene.
Quindi i crediti formativi da ottenere sono sempre 150, ovviamente per questo triennio così sono stati definiti, alcuni di noi fanno molta fatica a raggiungerli, alcuni invece non li raggiungono per niente.
Quindi la vera novità dell'accreditamento degli eventi è l'attribuzione dei crediti formativi da parte degli stessi provider all'interno di criteri ovviamente organizzati e strutturati in modo tale da offrire la possibilità sia nell'azienda, quindi nel gruppo professionale a cui appartengono o singolarmente, sia attraverso gli eventi sponsorizzati e non regionali e nazionali di raggiungere questi famosi 150 crediti.
AICO ha voluto ovviamente diventare provider quindi Agenas lo ha riconosciuto come tale, si è dato una struttura, un organigramma molto rigido per cui il legale rappresentante diventa la Presidente Maria Caputo e la struttura è un comitato scientifico composto da un coordinatore e da componenti, i responsabili di segreteria, i responsabili amministrativo, i responsabili della qualità e i responsabili informatico.
Questa struttura è già in essere e Agenas ha riconosciuto per questo AICO provider.
Il comitato scientifico per Agenas è l'unico responsabile della scientificità dei programmi formativi, quindi è stressato continuamente il concetto della veridicità di quello che si dice perché può essere in questo caso misurato,
lasciando autonomia alle regioni per quanto attiene la programmazione degli eventi e programmi scientifici
che devono essere visionati dai membri del comitato scientifico per apporre laddove occorra le necessarie correzioni.
Quindi l'accreditamento provider AICO vede un controllo della qualità molto severo sugli eventi formativi
che devono rispondere in termini di documentazione di contenuti e sull'albo dei relatori.
Diciamo che in un discorso che la dottoressa Linetti ha passato alla comunità infermieristica di sala operatoria ci sono alcuni slash che sono effettivamente molto importanti ma ancora non li vediamo applicati.
dove voleva dare una certa distinzione nella formazione sia in contenuti prevalentemente gestionali
dove occorre la gestione inutile dare contenuti esclusivamente di produttività
sia in termini alcune volte prevalentemente o esclusivamente di produttività
evidentemente dettati dalle esigenze delle aziende.
Passiamo alle società scientifiche che da più di un secolo costituiscono il fulcro della medicina scientifica nel nostro paese.
Ricordiamoci che non ne facevamo parte, quindi parliamo esclusivamente di società scientifiche mediche.
Quindi in circa 300 associazioni maggiori sono riuniti oltre 120.000 medici, essi producono centinaia di riviste, anche noi la produciamo, mediche di formazione, formazione ce ne occupiamo da tanto, congressi nazionali e internazionali e sono a loro volta associate alla società specialistica internazionale di riferimento come noi.
La società scientifica italiana associa più di un terzo dei medici appunto, costituisce il maggior elemento associativo della medicina del nostro paese, ci sembrava un passo importante entrare nella comunità scientifica attraverso il riconoscimento per lo meno anche informale ma formale di essere società scientifica per dare ai nostri associati il massimo che si possa ottenere da una qualità di associato.
Il richiamo che faceva Andreula sul fatto che a questo punto bisogna riconoscersi e farne parte significa anche essere credibili a livello nazionale.
E si offrono il più alto livello di formazione infatti in ricerca e promozione della salute del nostro Paese.
Il riconoscimento delle società scientifiche a fronte di questa straordinaria prestigiosa presenza non hanno mai però goduto di alcun riconoscimento formale.
In effetti Sirkia ha iniziato il percorso, anche questo non portato a termine. Per esempio le società scientifiche mediche si confrontavano con i sindacati, i sindacati sono formalmente e legalmente riconosciuti.
Quindi il decreto nasce nel lontano 2004, il decreto si ispira ad alcune considerazioni che sono riconoscere le società scientifiche il ruolo di garanti non solo della solidità delle basi scientifiche degli eventi formativi ma anche della qualità pedagogica e della loro efficacia.
La finalità è quella che analogamente ad altri paesi le associazioni scientifiche hanno il prevalente scopo di promuovere il costante aggiornamento degli associati e devono quindi svolgere attività finalizzate ed adeguate ed adeguare le conoscenze professionali a migliorare le competenze e le abilità clinico-assistenziali, tecniche manageriali e i comportamenti degli associati stessi al progresso scientifico e tecnologico
Con l'obiettivo di garantire efficacia, proprietezza, sicurezza ed efficienza alle prestazioni sanitarie erogate.
Questo lo dice il Ministro quando decide che le società scientifiche debbano essere formalmente riconosciute.
Parimenti a quello che dice è anche che le società scientifiche sono chiamate a svolgere anche attività di collaborazione con il Ministero della Salute, quello che ci auspichiamo.
Le regioni e le istituzioni sanitarie pubbliche per la elaborazione, diffusione e adozione delle linee guida e dei relativi percorsi diagnostico-terapeutici e la promozione dell'innovazione e della qualità dell'assistenza.
Un po' quello che ci chiedeva Andreola di entrare nel discorso, di rivedere alcuni aspetti che il Ministero adesso chiede che siano rivisti.
I requisiti erano quelli di essere comunque delle associazioni di formazione, l'esigenza di definire i requisiti essenziali che le società scientifiche devono possedere per svolgere le richiamate attività con particolare riferimento alle attività formative nell'ambito del programma ECM.
Lo facciamo da tanto tempo, AICO è cresciuta negli ultimi anni e grazie a questa crescita si è potuto ovviamente ambire ad entrare nella comunità scientifica e infermieristica.
perché era necessario un decreto secondo le ragioni del Ministro
ritenuto in ragione del ruolo che le società scientifiche devono svolgere
nell'ambito del sistema sanitario italiano e delle implicazioni
che il contributo culturale e scientifico delle stesse può comportare
per lo sviluppo e la qualità delle attività sanitarie e mediche del Paese.
Parole bellissime che però in effetti adesso trovano davvero difficoltà ad essere adempiute.
Quindi che il riconoscimento delle stesse si debba provvedere con il decreto di un ministro.
Questo è stato fatto ma alla fine in realtà non è poi stato compiuto.
Quindi necessità di un riconoscimento, svolgere le attività di collaborazione con le istituzioni sanitarie e le attività di aggiornamento professionale
di cui in premessa le società scientifiche, medico e chirurghi, veterinari, odontoiati, farmacisti, associazioni tecnico-scientifiche,
tecnici della riabilitazione devono avere un riconoscimento attraverso l'applicazione dei criteri che il Ministro aveva stabilito.
Quindi le caratteristiche erano per essere riconosciuti ai sensi del decreto le società tecnico-scientifiche dovevano possedere
rilevanza di carattere nazionale con organizzazioni presenti in almeno 12 regioni e rappresentatività di almeno il 30% dei professionisti attivi
che vuol dire che per noi il fatto associativo è un problema estremamente importante.
Le associazioni tecnico-scientifiche però non si dovevano scambiare per tutela sindacale, questo era molto chiaro,
e mossi invece dall'evidenza deontologica ed irriducibile differenza tra l'attività sindacale e quella di ricerca e di formazione scientifica
svolta dai provider di eventi ECM per ribadire l'esclusività della funzione formativa non
fungibile. Quindi la comunità scientifica ha interesse pubblico nella formazione permanente
degli operatori sanitari che è meglio realizzata dalla condivisione dei saperi e delle abilità
nell'ambito delle comunità scientifiche. A vedere lontano questo ha portato praticamente
praticamente laico a voler far parte di un tavolo tecnico che è stato costituito da
circa un anno, cosiddetto TISO. Il tavolo tecnico, di cui adesso vi farò vedere il
documento di programmazione, è un elemento di novità a livello nazionale, di cui ovviamente
siamo fieri di farne parte. Le società scientifiche italiane, la SIC, la COI, il Politecnico di
di Milano e la società dei Lasiarti, quindi gli anestesisti e gli infermieri di sala operatoria
adesso fanno parte di questo tavolo che è un tavolo interdisciplinare, interprofessionale
di sala operatoria. Qual era l'intento? Una forma di collaborazione tra società scientifiche
di differenti profili professionali, nata spontaneamente per far fronte alle crescenti
necessità di un approccio condiviso, come diceva Andreola, finalmente in sala operatoria
gli attori si sono diventati impotuti. Questo significa che le aree di attività sono quelle ovviamente specifiche di sala operatoria
attraverso l'analisi dei percorsi del paziente, riferimento alla fase pre-operatoria, intra-post-operatoria, recupero
e attraverso l'attività di governo clinico. In effetti questa novità ci ha portati a prendere atto che il ruolo di AICO
AICO in questi anni è diventato evidentemente importante, il riconoscimento ovviamente va a chi ha portato AICO a questo livello, speriamo solo di essere capaci di affrontare le sfide future.
Il prodotto atteso è quello di costituire il tavolo attraverso la promulgazione di documenti e raccomandazioni congiunte delle società scientifiche aderenti al TISO, quindi è un'ambizione molto appetibile per quanto ci riguarda.
Concludo, le società scientifiche devono definire i propri spazi, rivendicarli ed appropriarsene, devono individuare i confini tra etica e compatibilità giuridica e creare un terreno comune d'azione con gli ordini professionali.
Questo è quello che speriamo di riuscire a fare, creare una rete di informazioni, quindi raccogliere dati, fare ricerca attraverso il rigore scientifico per arrivare alla divulgazione dei dati stessi.
Questo è AICO, grazie.
Grazie, i commenti sarebbero tanti parlando di formazione ma li faremo sicuramente dopo, comunque aver parlato dell'AICO come un mediatore culturale di formazione formale e informale ci sostiene molto in questo cammino, grazie ancora.
Allora, mi volevo solo presentare, ringraziare sicuramente Maria, il professore, tutta l'organizzazione per questa opportunità.
Normalmente l'ho vissuta dall'altro lato, la vivevo dall'altro lato questa situazione.
Sono un po' emozionata, mi chiedo scusa.
Quello di cui ovviamente parlerò io è il clima organizzativo e la soddisfazione degli operatori,
quello che tutti i giorni praticamente viviamo. Normalmente lavoriamo per soddisfare le esigenze del cliente, cioè quella del paziente, lavoriamo insieme all'azienda per avere ovviamente un successo in tutto questo
però ci possono essere delle situazioni di disagio che possono essere o dall'organizzazione strutturale, dalla gestione ma soprattutto dalle risorse umane.
La performance organizzativa è una proprietà di specifici modelli organizzativi o è un risultato emergente della qualità organizzativa che è importante per rendere positivo il clima organizzativo.
Il modello della struttura dell'organizzazione è dato sia dai comportamenti organizzativi, dal clima, dalla cultura e anche dalla no sfera organizzativa.
La struttura energetica dell'organizzazione è unita da questi legami che ha una causa-effetto ovviamente tra tutti i vari livelli e ovviamente determina una potenzialità efficacia e dinamismo dell'organizzazione.
Le organizzazioni ovviamente sono finalizzate a un'efficienza ma l'efficienza dipende da che cosa? Ovviamente dal clima che c'è all'interno dell'organizzazione. Collaborazione e clima ovviamente sono vitali per un'assistenza di qualità sia in termini di efficienza, di efficacia e di appropriatezza.
La cultura della sicurezza di un'organizzazione ovviamente è il risultato di atteggiamenti, di competenze, di percezioni. Che cos'è il clima organizzativo?
Ovviamente non è altro tutto quello che si respira all'interno di un luogo di lavoro, è ovviamente che regola gli umori, i rapporti fra le persone, il clima influenza ciò che avviene all'interno di un'organizzazione sia dallo svolgimento delle proprie mansioni che i rapporti con i superiori e con i colleghi.
Se in un clima negativo sicuramente, purtroppo non dobbiamo perché quello che noi svolgiamo tutti i giorni ci ritroviamo di fronte a una persona che ha bisogno della nostra assistenza, quindi il nostro malessere non deve ricadere sulla persona che noi stiamo assistendo.
Un buon clima ovviamente permette di raggiungere facilmente certi obiettivi e ovviamente con una certa esfficienza, ovviamente è un indicatore di qualità.
Il clima organizzativo è tipico di ogni organizzazione, sono due costrutti distinti ma sono legati da un'influenza che ovviamente è la cultura che esercita sul clima, quello che sono i nostri pensieri, quello che sono i nostri modi di vedere, ovviamente le nostre metafore, le nostre norme ideologiche.
Il clima si riferisce ai comportamenti e agli atteggiamenti degli individui, è ovviamente il prodotto dei valori soggetti, mentre la cultura sono i valori del nostro sistema.
Ovviamente il clima sta all'umore come la cultura sta alla personalità.
Lo studio del clima risponde all'esigenza di valutare le azioni dell'organizzazione e quindi il modo di misurare lo stato di salute di quell'organizzazione, comprende i rapporti di lavoro interpersonali, gli stili di gestione all'interno di quell'organizzazione.
Ovviamente la diagnosi di un clima organizzativo diventa una presa di coscienza di tutti i protagonisti e ovviamente anche una premessa di cambiamento nel momento in cui ci rendiamo conto che quel clima può essere un clima non positivo sia per il personale che ci lavora sia per il paziente assistito, quindi un punto di inizio per un cambiamento.
intervento. Ovviamente il primo valido intervento si può ricorrere a un feedback e stabilire
quindi che cosa fare. La prima cosa importante sicuramente è la comunicazione. Parte integrante
dell'indagine del clima ovviamente mediante la comunicazione si presentano le proprie
idee, si valorizzano i contributi professionali, l'apporto esperienziale quindi tecnico a
motivare i propri collaboratori, tutti i collaboratori aggregando il tutto in queste riunioni di
lavoro. Il cambiamento quindi è l'essenza della comunicazione. Il ruolo del clima organizzativo
nel panorama della sanità è ovviamente di importanza strategica e l'obiettivo di cambiamento
e di miglioramento di un'organizzazione è perseguibile solo se si possono verificare
questi cambiamenti nei nostri comportamenti e quindi nelle motivazioni e nelle conoscenze
delle persone che lavorano al proprio interno. È evidente che la grande efficacia e l'utilità
dell'indagine del clima. In qualsiasi realtà il clima ha effetti rilevanti sulle capacità
dell'organizzazione, quindi di impiegare e di sfruttare a meglio le proprie risorse
tecniche e umane e ovviamente un buon clima organizzativo contribuisce a conseguire positivamente
gli obiettivi prefissati. La capacità tecnica è un aspetto essenziale per il successo di un'organizzazione
e il clima costituisce una variabile essenziale non solo per la qualità della vita lavorativa
ma anche per l'influenza sulla motivazione, sull'impegno e sull'efficienza. Quando realizzare
un'indagine di clima. Ovviamente dovrebbe essere fatto sempre perché è uno strumento di prevenzione, perché riesce a monitorare e a rivedere eventualmente le priorità organizzative e ovviamente ad anticipare dei malesseri organizzativi.
perché molte volte è molto semplice chiudere gli occhi e non vedere quello che succede per non affrontare il problema, ma portarlo avanti significa poi farlo diventare un problema talmente grosso che può scoppiare, mentre nel momento in cui noi riusciamo a monitorare tutto questo riusciamo anche ad evitare questi malesseri organizzativi.
Non è semplice perché in sala operatoria si corre, ci sono tante cose da fare, però penso che purtroppo lo dobbiamo trovare perché esiste in qualsiasi realtà dei malesseri dovuti all'organizzazione, ad una poca soddisfazione del personale.
Mi riferisco anche a quello che diceva prima il collega Andreula, purtroppo per il lavoro faticoso che viene fatto in sala operatoria molte volte c'è proprio una poca soddisfazione, piace quello che si fa ma non c'è una soddisfazione, vuoi economica ma anche come lavoro per la professione che noi svolgiamo tutti i giorni.
abbiamo detto quindi che l'indagine di clima permette una diagnosi attendibile
quindi senza saltare come ai sintomi perché questi sono sintomi
la comincia l'assenteismo, la conflittualità fra il personale
a interventi di efficacia quindi definendo delle politiche del personale
dei feedback sulle politiche passate e quindi tenendo conto delle aspettative di tutto il personale
e quindi si darebbe la possibilità ai dipendenti di sentirsi partecipi, di essere su un piano creando anche a loro che venga riconosciuta una competenza e l'intelligenza della persona.
Quali sono i metodi di analisi del clima? Sicuramente possono essere dei focus group, cioè dei gruppi di lavoro nel corso di incontri dove sono stimolati a produrre delle opinioni, delle espressioni, delle idee sulle variabili del clima presente.
Sulle interviste individuali, ovviamente il progetto si prefigge all'obiettivo di rilevare i bisogni e le attese del personale dipendente, l'importanza ad essi attribuita, la soddisfazione lavorativa, non altro che svolge un ruolo fondamentale nella realizzazione dell'individuo e fa riferimento a come si percepisce il proprio lavoro,
Quindi indica l'atteggiamento di piacere o di spiacere che si prova nei confronti di esso o dei piccoli particolari aspetti che ci sono.
Come ogni atteggiamento può essere scomposta in una componente cognitiva che riguarda le proprie conoscenze, una componente emotiva che ovviamente riguarda il vissuto positivo o negativo mentre la componente comportamentale riguarda le azioni tipo abbandonare il proprio incarico perché insoddisfatti.
soddisfatti tutte queste dimensioni ci permettono di valutare se c'è una positività o una negatività
dell'atteggiamento verso il proprio lavoro. Ovviamente non si può essere soddisfatti se
non si è motivati però si può essere motivati senza essere soddisfatti. Il lavoro per l'uomo
sicuramente è l'ambito dove può esprimere le proprie capacità e le proprie potenzialità,
Ha le relazioni sociali come sperimenta delle forme di adattamento e di comportamenti. Ovviamente il lavoro nobilita l'uomo. Purtroppo è brutta però se veramente vuoi trasformare un uomo in una nullità non devi fare altro che ritenere inutile quello che normalmente fa.
La soddisfazione sul lavoro influenza il benessere psichico, la salute fisica e la comparsa di malattie dovute allo stress. Abbiamo una legge che dovrebbe tutelare tutto questo, quindi per migliorare le prestazioni attraverso una gratificazione dei lavoratori.
Cosa succede quando una persona non si sente tutelata? L'individuo percepisce una non equità, un'ingiustizia e quindi si comincia ad avere una tensione e una demotivazione.
Appartenenza, stima e autorizzazione sono i bisogni principali che caratterizzano i lavoratori, quindi affinché possa essere una risorsa attiva e l'azienda ha necessità di una risorsa attiva e in particolar modo una risorsa attiva ne ha necessità il paziente che ci viene affidato,
dall'altro potenziare proprio il controllo sui processi aziendali attraverso ovviamente la formazione continua come dice il decreto legislativo.
Il lavoratore vuole esistere nell'azienda, vuole essere un'identità e quindi avere un livello partecipativo per poter individuare e sapere.
Ovviamente una squadra non vince con passione e determinatezza ed ogni uomo è determinante per una squadra
Quindi se c'è un problema tutta la squadra ha un problema. Il lavoratore desidera essere ascoltato, capito e valorizzato. Qual è lo scenario aziendale italiano dei lavoratori? Hanno bisogno di appartenenza e di autostima. L'azienda ha bisogno di essere competitiva, aumentare la creatività e la produttività.
Chi è che dovrebbe aiutare in tutto questo? Ovviamente è il coordinatore che può contribuire al miglioramento di questa organizzazione, ai rapporti interpersonali che non devono assolutamente essere trascurati perché gli interessi e le motivazioni tra loro contrastanti, tra i vari componenti del gruppo possono rendere negativo tutto il lavoro.
Un coordinatore ha il dovere di cercare di conoscere psicologicamente i membri della propria equip, quindi deve analizzare la gestione dei conflitti ed è importante che deve distinguere se gli atti adottati all'interno dei componenti del gruppo difendono gli interessi del proprio singolo oppure senza curarsi degli altri o se contribuiscono alla soddisfazione dell'obiettivo unico.
Quindi la leadership non è un esercizio di potere ma l'arte di persuadere le persone a lavorare per un obiettivo comune e in particolare gli obiettivi concreti di una buona capacità di leadership sono sicuramente quello di presentare critiche in maniera costruttiva,
saper dare un'atmosfera nel quale la diversità sia qualcosa da valorizzare ma non deve essere un attrito all'interno di un gruppo, far lavorare e lavorare nell'equipo ottenendo dei buoni risultati, quindi essere in grado di aumentare l'autostima di tutto il gruppo.
Ed è importante l'aspetto temporale, comunicare tempestivamente i sentimenti e le frustrazioni per evitare le situazioni che esplodono.
Deve separare le persone dal problema, deve comprendere gli altri perché l'empatia è essenziale come sistema di guida ed è fondamentale la capacità di ascolto.
valorizzare gli altri ovviamente da rilievo alle proprie abilità
far leva sulle diversità assegnando ovviamente delle differenze
un'attitudine lavorativa e deve favorire la collaborazione
guidare le persone e ammettere i conflitti
portare alla luce tutte le problematiche che esistono nella struttura
Quindi ovviamente tutto questo rappresenta una lunga distanza, una strategia vincente che riduce le ansie e i disagi.
Ho pensato, spero che vi piaccia, ho preso un filmato, si tratta di un paio di minuti, non c'entra niente con l'infermieristica, però è per far capire il concetto della collaborazione.
che è una cosa fondamentale.
Speriamo che lui, quello strozzino, mi dia un biglietto di 10.000 lire.
Mi raccomando, fatevi dare un biglietto da 10.000, bello, grande.
Sì, me lo faccio dare a due piazze.
Guardo, quelli biglietti di 10.000 lire e misura standard, per carità.
Rosso, rosso, subito di rosso.
Se permettete lo metto qui, per carità.
Io sono il maestro, il maestro.
Ci siamo.
Ci siamo.
Ci siamo.
Scusate, scusate.
Ok, grazie, grazie e siamo d'accordo ovviamente per averci ricordato l'importanza della qualità della relazione nei nostri gruppi che magari poi approfondiamo, di sicuro.
Intanto mi presento, buongiorno a tutti, mi chiamo Chiara Patelli, sono un'infiltrata perché sono un medico, sono un chirurgo, sono uno di quelli che dovrebbero stare di là
però ho ricevuto questo graditissimo invito dalla dottoressa Caputo, presidente dell'AICO
siccome spesso io partecipo alle riunioni e ai convegni dell'AICO mi sembrava doveroso anche con molto affetto partecipare tramite voi
Anche perché sapete benissimo che la sala operatoria, i chirurghi da soli non potrebbero fare nulla senza gli infermieri, è sempre un lavoro di gruppo, un lavoro di equip.
Sono chirurgo e lavoro a San Gerardo a Monza come risk manager.
In Regione Lombardia, per chi non lo sapesse, dal 1 gennaio 2006 è obbligatoria la figura di risk manager, quello che si occupa dei rischi, degli errori, degli eventi avversi, degli eventi sentinella, sono cose che ormai voi conoscete bene.
bene io posso andare avanti a parlare se però mi fate partire le diapositive meglio, il titolo di questa relazione è qualità e rischio quale connubio, bella domanda,
io quando ho visto questo titolo che mi è stato dato sono caduta dalla sedia, che cavolo di domanda è, quale connubio, sarebbe come prendere una medaglia e dire che connubio c'è tra testa e croce,
Che connubio c'è tra il giorno e la notte? Non c'è nessun connubio, sono esattamente gli aspetti di uno stesso problema, per cui non per niente la sicurezza del paziente fa parte di quelle che sono le dimensioni della qualità.
declinata poi come patient safety ci dice qualcosa del genere. Guardate un attimo questa definizione perché è importante.
La patient safety è una dimensione della qualità dell'assistenza sanitaria che garantisce attraverso l'identificazione, l'analisi e la gestione dei rischi
quindi i rischi vanno identificati, analizzati e quindi gestiti dall'inizio e degli incidenti possibili per i pazienti
la progettazione e l'implementazione di sistemi operativi e processi che minimizzano la probabilità di errore, i rischi potenziali e i conseguenti possibili danni ai pazienti, che minimizzano, non dice che azzerano, voi non troverete mai da nessuna parte un qualcosa o un qualcuno che sia una procedura, che sia un metodo, che sia un insegnamento, una formazione che azzeri il rischio.
Il rischio per definizione non è mai zero ma bisogna cercare di minimizzarlo analizzandolo precedentemente per fare in modo che i danni ai pazienti siano di meno e di meno le conseguenze e quindi questa analisi e questa gestione dei rischi è proprio il lavoro che fa il risk manager per arrivare alla sicurezza dei pazienti.
ricordiamoci che la sicurezza dei pazienti vuol dire anche sicurezza degli operatori
perché è ben difficile che un operatore se non lavora in sicurezza possa dare poi sicurezza ai suoi pazienti
ritroviamo questo connubio di cui stiamo parlando tra qualità e rischio proprio in quella che è definita clinical governance
se voi lo immaginate come uno sgabello a tre piedi se ne manca uno è chiaro che lo sgabello cadrà
Per cui l'efficienza, l'efficacia, la sicurezza, il rischio economico, la qualità e il rischio devono sempre essere tutti insieme per garantire quella che è la clinical governance, il miglioramento del nostro lavoro.
Guardiamolo poi in questo modo, se noi mettiamo il risk management, quindi la sicurezza e l'efficacia, il quantity management in questo stesso grafico, la relazione tra qualità e rischio salta proprio all'occhio, noi dobbiamo sempre cercare di stare là in alto in quella che è la best practice, quindi cercare di lavorare con un'alta qualità e un basso rischio per evitare di trovarci in quella che al giorno d'oggi è su tutti i giornali,
quando si parla ahimè di noi, la malpractice che vuol dire lavorare con un alto rischio ma con una bassa qualità, per cui come avete visto sono due elementi assolutamente inscindibili tra di loro, lavorare in sicurezza vuol dire lavorare comunque con un'alta qualità.
Se andassimo avanti sarebbe anche meglio, scusate, la qualità di questo sistema lascia un po' a desiderare, il rischio di rimanere qua a guardare me fino a stasera anche.
E' così bella l'immagine che...
di questo genere.
Dalla in poi sarà tutta discesa.
Passale sempre i suoi pazienti di soppiatto.
Non spezzerebbe la mano a un violinista prima del concerto.
Prego si rilassi.
Stavo solo cercando di dirle che dovrò rimuovere i suoi occhi completamente.
Lo so.
E dovrò rimpiazzarli con un paio nuovo.
Lo so, ma voglio tenermi quelli vecchi.
Perché?
Perché è stata mia madre a fermeli.
A lei che importa, non hanno valore sul mercato secondario.
Sono soldi suoi come vuole.
Faceva un po' schifo.
Però l'anestesia è stata carina, è chiaro che noi non arriveremo mai a una cosa di questo genere, era provocatoria, ci ha già pensato qualcuno a darci delle istruzioni, il Ministero della Salute ha emanato nell'ottobre 2009 il manuale per la sicurezza in sala operatoria che tutti conoscete, all'interno dei quali c'è una serie di raccomandazioni e la checklist è quella che utilizziamo in sala operatoria.
Questo manuale prevede nell'ambito chirurgico che è uno di quelli assolutamente più a rischio una serie di item di sicurezza proprio per evitare che succedano degli incidenti per gli operatori.
vi erano allegati dei video didattici su come si fa e sul come non si fa la ciclista e come non ci si comporta in sala operatoria, la cosa carina e ci metto molte virgolette intorno a questa parola carina è che spesso nei corsi di formazione quando il personale di sala operatoria, chirurghi, anestesisti, infermieri vedevano il filmato del come non si fa si mettevano a ridere dicendo toh guarda è proprio come succede da noi, tristissima realtà
E purtroppo benché sia dal 2009 che si cerca di promulgare questo manuale ancora adesso non siamo ad altissimi livelli ma bisogna comunque continuare ad andare avanti proprio per migliorare la sicurezza e la qualità del paziente.
Scopo di questa checklist era fare in modo di avere una lista di item da spuntare per non dimenticare un qualche cosa che poteva essere utile per evitare un danno al paziente e doveva essere utile per tutte le sale operatorie, per tutti gli interventi chirurgici.
non vi ripeto uno per uno gli item perché li conoscete, vi dico solo di guardare il numero 12, promuovere un'efficace comunicazione in sala operatoria
che è proprio quello di cui ha parlato molto bene la collega nella relazione precedente e addirittura la comunicazione, il rapporto, le relazioni, il modo di parlare
tutto il clima organizzativo di cui abbiamo sentito parlare fino adesso viene proprio messo come uno degli obiettivi di qualità e di sicurezza nella sala operatoria
Forse non tutti sanno che la checklist che noi utilizziamo adesso nasce in realtà da molto lontano dall'aeronautica militare. Nel 1935 l'aviazione degli Stati Uniti aveva contattato la Boeing e la Douglas affinché fornissero degli aerei da guerra che potessero portare le bombe durante il secondo conflitto mondiale.
e la scelta era già praticamente caduta su questo model 299 della Boeing che era molto più veloce, consumava meno carburante e poteva portare 5 volte il numero di bombe rispetto ad altri, però non potevano propendere per loro direttamente,
Bisognava fare una sorta di gara, tipo una gara d'appalto. Per cui fecero decollare questo Boeing 299 guidato dal maggiore employer Peter Hill che era uno dei più esperti, uno dei piloti più in gamba, dei più famosi di tutti per fare questo show, questa presentazione.
l'aereo decollò, dopo poco andò in stallo e cadde sul terreno. Esaminarono la scatola nera, la strumentazione, non c'era stato nessun danno ai macchinari, l'aereo era in perfette condizioni, il pilota era uno dei migliori, ci si chiese, si fecero numerose indagini per capire cos'era successo e la stampa riportò quello che vedete lì,
Too much airplane for one man to fly, cioè l'aereo era troppo grosso, troppo complicato affinché un solo uomo per quanto esperto, bravo in gamba lo potesse pilotare, c'erano quattro motori, lui l'aveva sempre guidato su due, c'era una serie di innovazioni tecnologiche ed era stato lui che aveva dimenticato di fare un qualcosa che aveva fatto precipitare l'aereo.
E' chiaro che a questo punto la Boeing rischiò la bancarotta perché gli aerei non vennero più venduti, successivamente si lavorò su questi aerei in maniera che vennero risistemati e inventarono una cosa molto semplice, una checklist, un elenco di cose che il pilota doveva fare e doveva seguire per evitare di dimenticarsi di fare qualche cosa.
In questo modo gli aerei vennero rimessi in circolo, ne comprarono molti e furono proprio quelli che favorirono gli americani nel secondo conflitto mondiale, una banale lista di cose da fare.
Per arrivare al nostro sistema questo giovane anestesista, il dottor Pronovost, disse se l'hanno fatto loro lo possiamo fare anche noi e provò ad applicarlo su un qualche cosa che poteva essere utile nel suo lavoro.
In questo caso si rivolse alle infezioni associate al posizionamento del catetere venoso centrale. Lui pensò se noi facciamo un elenco di cose che vanno fatte, le spuntiamo man mano che le facciamo, check, check, check, check, non rischiamo di dimenticarci, quindi facciamo un elenco di 5 cose, lavarsi le mani col sapone, pulire la pelle del paziente con l'antisettico, disporre i teristeri, indossare la maschera, la cuffia,
ma sembrano cose banali che tutti fanno regolarmente ma può succedere che stai facendo un'altra cosa, ti chiamano, suona il cellulare, il paziente ha dolore, succede qualcosa per cui tu te lo dimentichi, il fatto di farlo è come quando tu dimentichi il lievito nella torta perché nel frattempo hai fatto qualcos'altro.
Check, check, check, check e si vide che con un'osservazione dei medici per un mese i medici saltavano almeno una delle cinque fasi nel 33% dei pazienti. Quindi facendo un ragionamento causa-effetto, cioè se dimenticare una fase poteva portare all'infezione, era chiaro che seguendo una scaletta e controllando tutto si poteva evitarle.
Fece una cosa che in Italia io sfido chiunque a fare, sarà difficile, convince la direzione dell'ospedale ad autorizzare gli infermieri a fermare i medici che non rispettavano gli step della checklist. Il risultato quale fu dopo un anno? Dopo un anno le infezioni associate al cateterismo centrale scesero a zero con un banale foglio di carta con una check.
Si disse a quel punto che la medicina moderna era entrata nella fase B17, B17 erano gli aerei, quelli nuovi dopo che era stata messa la CEC e addirittura Tulgavande su New Yorker scrisse
The checklist, if something so simple can transform intensive care, what else can it do? Che vuol dire la checklist, se qualcosa di così semplice può trasformare una terapia intensiva, che cos'altro può fare? Se un banale pezzo di carta può fare una cosa del genere, che cos'altro può fare?
E da lì venne l'idea, proprio a Gavande, insieme all'OMS, di creare quella che è la checklist che noi conosciamo in sala operatoria.
È tutto chiaro? Questo è per le ragazze, scusate.
Adesso vi faccio vedere un secondo video.
No, c'è il video?
Vabbè, aspetta, fermi.
Il secondo video parla di una sala operatoria molto particolare, è la NASA, il decollo dell'Apollo 13.
Allora, traslate un attimo il vostro pensiero, voi immaginate che gli astronavi che vengono imbragati siano il paziente che viene messo sul letto operatorio, tutti gli ingegneri che stanno lavorando e tutto il personale che lavora nella sala operatoria,
quello che vedete che si metterà il gilet è il chirurgo che si veste
e a un certo punto voi guardate bene, si alza in piedi, si gira
e va, ci sono dei raccoglitori e prende dei fogli di carta
la checklist, si siede e parte la checklist
voi guardate se non è una cosa che dà un'emozione pazzesca
perché proprio si vede come tutti si rendono conto
che stanno mettendo in atto un qualcosa di molto
che serve alla sicurezza degli astronauti
Uguale serve alla sicurezza del paziente.
Allora possiamo concedere, eh?
Vedetevi per l'abbraccio, ragazzi.
Controllori volo Apollo 13, attenzione.
Datemi un go, no, go per il lancio.
Vettore.
Go.
Rientro.
Go.
Controllo traiettoria.
Per me go, volo.
Sistema telemetrico.
Go.
Medico.
Go, volo.
Controllo elettrico.
Go, volo.
Guida e navigazione.
Go, volo.
Extraveicolare.
Go.
Controllo.
Go, volo.
Procedure.
Go.
Strumenti.
Go.
Attività in volo.
Per me go.
Rete mondiale.
no, recupero, no, interlocutore di bordo, per me è go, volo, controllo lancio qui Houston, siamo pronti per il lancio, ricevuto Houston
è bellissimo, c'è un sacco, senza l'operatore non è esattamente così, diciamo che te la tirano un po' dietro la checklist
comunque, ecco dicevamo, Atul Gavande che aveva scritto questo articolo, è questo medico di origine indiana che lavora a Boston
e che è proprio stato l'ideatore nonché il sostenitore di questa checklist, in una serie di articoli, un altro famoso è il 2009, questo in cui vedete proprio la sua firma, autore di una serie di libri molto famosi, l'ultimo uscito in italiano l'anno scorso è proprio Checklist, è tutto un libro sulla checklist che vi consiglio perché è veramente molto molto bello.
Le checklist diffuse poi in tutto il mondo, qua la vediamo in inglese la prima edizione, la vediamo in russo, la vediamo in cinese, la vediamo in spagnolo, la vediamo in arabo, attenzione va fatta al contrario, ricordatevi di farla dalla parte opposta.
Questo per dimostrare come è stata diffusa assolutamente in tutto il mondo. E questa è la nostra, quella che il Ministero ha allegato al manuale della sicurezza della sala operatoria e che poi ha diffuso nelle varie aziende in Italia.
Vediamo adesso come uno dei fattori importanti che abbiamo visto nelle raccomandazioni era proprio la comunicazione, per cui volevo focalizzare un po' l'attenzione su questo, ne ha parlato la collega, questo mi facilita il lavoro,
chi dice proprio promuovere un'efficace comunicazione in sala operatoria perché è evidente che molti errori e molti fallimenti nascono proprio dalla cattiva comunicazione che possono portare a omissioni di informazione, errate interpretazioni, una serie di conflitti intercorrenti tra l'equipe.
Quindi è importantissimo che si arrivi a questo. Però attenzione, se anche si fa tutto e si fa tutto bene, può succedere che l'evento avverso succeda. Abbiamo fatto una perfetta checklist, siamo organizzatissimi, l'intervento sta andando bene, tutto perfetto, ma può succedere qualche cosa.
Purtroppo l'evento inatteso va gestito e in questo caso il rischio qual è? La confusione, il caos, che ognuno per la sua professionalità dica una cosa ne dica un'altra, in quel caso ci deve essere quello che è chiamato il team leader che non è detto che per forza sia il più bravo di tutti ma quello che in quel momento deve prendere in mano e gestire la situazione.
Lo vediamo adesso in questo pezzettino di Apollo 13, l'Apollo era decollata, è stata bombardata da dei meteoriti per cui non può più allunare, deve tornare indietro. Però le attrezzature che avevano, l'EM che loro avevano era fatto per atterrare sulla Luna, per fare un terminato percorso e non per tornare indietro. Il panico, tutti cercano di capire che cosa fare e vediamo loro come lavorano.
Dunque, voglio che vi scordiate tutti quanti il piano di volo.
A questo momento in avanti improvvisiamo una nuova missione.
Accidenti, mi dispiace.
Chiamami qualcuno che lo sistemi.
Come li riportiamo a casa?
Loro sono qui.
Li facciamo invertire la rotta e li riportiamo indietro?
La cosa migliore è che non sono d'accordo.
No, no, no, signore.
Li mettiamo su una traiettoria di rientro libera.
Esatto.
È l'alternativa con meno problemi per la sicurezza.
Ha ragione, Jerry.
Usiamo la gravità della Luna per farli rientrare.
No, il M non mantiene in vita tre persone per così tanto tempo.
Ce la fa appena per due.
Secondo me dobbiamo annullare la missione, far diatro front e riportare subito i ragazzi a casa.
Recuperiamoli subito, è l'unica cosa.
Un momento, non sappiamo nemmeno se il motore dell'Odyssey funziona,
se si sono verificati danni gravi all'astronauta.
Così esplodono e addio.
Non è questo il problema, quasi trattiamo di tempo, non dobbiamo pagare per tre ragazzi.
Non so sentire, io non ho nessuna intenzione a rindurare la missione.
Ok, silenzio, silenzio tutti per piacere, vediamo di stare calmi.
Il solo motore con sufficiente potenza per l'annullamento della missione è l'SPS del modulo di servizio.
Lovel dice che può essere rimasto danneggiato in un'esplosione, quindi consideriamolo andato.
Se lo accendiamo può saltare tutto quanto.
È troppo rischioso e non possiamo correre rischi.
L'unica cosa per cui serve il modulo di comando è il rientro, quindi ci serve solo il LEM.
Il che vuol dire traiettoria di ritorno libero.
Una volta che avranno fatto il giro della Luna, accendiamo il motore del LEM fino ad acquistare un po' di velocità
e li riportiamo a casa di corsa.
Jean, io mi chiedevo cosa ne pensano quelli della Grumman.
Non possiamo dare nessuna garanzia. Noi abbiamo progettato il leme per scendere sulla luna, non per accendere il motore per correggere la rotta.
Beh, sfortunatamente non scendiamo sulla luna, giusto? Non mi interessa perché cosa sia stato progettato, mi interessa che cosa può fare. Quindi mettiamoci al lavoro e facciamo un piano, d'accordo?
Avete sentito, a un certo punto dice, è troppo rischioso, non possiamo correre rischi. Però ha fermato tutti, questi erano tutti ingegneri, tutta gente professionista, tutta gente che sapeva il suo lavoro.
Ognuno per la sua competenza e bisogna comunque che si crei quello che è un gruppo, fare un lavoro di gruppo in cui ogni elemento dà la sua professionalità, le sue capacità ma alla fine deve far lavorare tutto il team perché se qualcuna delle informazioni o delle conoscenze che non le dà gli altri o crea degli errori o fa qualche cosa mette in discussione il lavoro di tutti quanti.
Quindi il lavoro dell'individuo e del team devono sempre essere all'unisono per ognuno per i propri ruoli e le proprie competenze per arrivare a gestire quelli che possono essere sempre i rischi.
Ricordiamoci una cosa, la comunicazione è a due vie, se io dico una cosa devo accertarmi che l'altro a cui l'ho detta l'abbia capita, soprattutto quando si tratta in una situazione di emergenza, se io dico fammi il farmaco tale o prendi la cosa tale, quell'altro può non aver sentito, può non aver recepito, può aver capito qualcosa di diverso, è un po' con i figli però loro fanno apposta a non capire mai niente.
E' importante avere un ritorno, come i piloti nel cockpit, in cabina di pilotaggio, oltre a fare la check, uno dice una cosa e quell'altro gli ripete. Il read back è importantissimo avere il ritorno delle informazioni che questi devono dare, quindi il lavoro di gruppo è anche su questo.
Il video 3 era al terra adesso, vi lascio con questa frase che è una tratta del libro di Maestri Wainan, un libro taoista del 139 avanti Cristo che dice tutti cercano di prepararsi a risolvere i problemi ma nessuno sa come prepararsi a non far sorgere i problemi, è più facile impedire i problemi di sorgere che risolverli ma è difficile parlare di una simile arte.
In soldoni è meglio prevenire che reprimere, per cui è meglio lavorare cercando di utilizzare le procedure, gli strumenti, le checklist, il manuale, tutto quello che volete, è chiaro che se i problemi poi insorgono dobbiamo essere pronti ad affrontarli e la gestione del rischio è proprio questo,
Quello che abbiamo detto all'inizio, analizzare i rischi, cercare di gestirli, una volta che succede l'errore poi affrontarli, condividendo con tutti quanti per quanto possono essere responsabili del loro lavoro, seguendo un'alta qualità e un basso rischio.
Per cui la domanda iniziale era qualità e rischio, quale connubio? A voi la risposta. Grazie a tutti.
Grazie a lei dottoressa. Se mi posso permettere una olistica relazione. Grazie, grazie.
Forse se mi posso intromettere io, rivolgendomi alla dottoressa Patelli riguardo alla sicurezza di sala operatoria, alla gestione del team lavoro, in linea a quanto dice Maria,
quella almeno per attivare un intervento ci siano almeno due infermieri sia da essere superato, abbattuto e in ordine alla stessa sicurezza è incompatibile.
Il risultato della qualità è eccelsa, è best con il numero degli operatori vista la alta tecnologia che ci impegna ormai nell'attività quotidiana.
Buongiorno a tutti, grazie dell'invito perché mi dà modo di portare un'esperienza che ho,
che da un anno a questa parte abbiamo noi personale di sala operatoria del nuovo polo chirurgico a Verona.
Quello che vedete appunto è la nuova costruzione, sia ben chiaro che non sono qui a pubblicizzare
o esaltare quello che abbiamo è solamente portare questa che vi ho detto un'esperienza, magazzini li abbiamo tutti, non è che vi porto cose nuove però il percorso che abbiamo fatto o altro può essere utile anche un attimo per parlarci, per vederci, per riflettere di certe cose.
Nuovo polo significa questa costruzione, le sale operatorie sono al livello meno 1, sono al chiuso, non vediamo la luce, le informazioni del tempo ce le danno i colleghi quando vengono a darci il cambio.
e ciò non è bello per noi, questo è un piccolo punto che mi sento anche di dire perché non è una bella vita lavorare sottoterra, però la costruzione è bella,
chi lavora nelle degenze, nelle terapie intensive ha ampie vetrate, c'è sole, c'è una bella vista sia da una parte che dall'altra, quello che vedete in basso è il fiume Adige, dalla parte opposta le colline che attorniano a Verona.
Cosa ha significato questo polo? Ha significato che è un anno che siamo dentro, può essere tanto il tempo ma in realtà non lo è, non lo è perché abbiamo trasportato personale, usi, costumi e tutto quanto da quella che era una gestione separata divisa a padiglioni quindi in un unico blocco.
far condividere, vivere gente, abitudini e quant'altro, vi assicuro che non è facile coabitare con tutti, anche se ci conoscevamo già tutti, perché veniamo da esperienze diverse.
Ci siamo divisi i compiti tra noi coordinatori di sala operatoria, c'è chi gestisce le liste, la qualità e chi altro,
Il sottoscritto si è preso carico del discorso della gestione dei magazzini e quindi assieme con il nostro servizio di ingegneria gestionale abbiamo proceduto in merito.
Perché? Perché il fatto del trasloco è stata una cosa molto rapida, in un mese abbiamo trasferito 12 specialità chirurgiche, quindi è stato per tutti un fine settimana di trasferimento,
quindi tutto il materiale è stato molto in fretta portato dentro il polo e immagazzinato in qualche maniera.
Allora abbiamo preso in mano la faccenda e abbiamo iniziato con un discorso di organizzazione dei materiali dei magazzini.
Questo è così chiamata lean manufacturing, una produzione snella che è un sistema, una filosofia per organizzare e gestire al meglio il posto di lavoro attraverso degli strumenti,
delle tecniche che le vedremo per ottimizzare il tempo, molto importante credo in questo momento perché veramente perdere tempo significa perdere liste, aumenti dei tempi delle liste, ritardi, chiamate e quant'altro.
le risorse umane che non sono come credo tutti voi anche insieme a me sappiamo qual è la problematica, il discorso di produttività, migliorare il livello qualitativo dei prodotti e ridurre gli sprechi soprattutto.
Ci sono vari sistemi, quello che è stato più adatto per gestire i magazzini è questo sistema denominato delle 5S, sono questo sistema e anche gli altri tutti sistemi studiati, prodotti da giapponesi.
Prima abbiamo visto gli americani, adesso sono sistemi giapponesi che il mondo occidentale ha fatto proprio nella gestione anche del discorso di produzione di magazzini.
Toyota è proprio l'azienda che costruisce le macchine, sono proprio loro, che hanno prodotto questo sistema che sono 5 tappe di azione per migliorare l'efficienza del lavoro quotidiano.
Non diremo niente di quello che stiamo già facendo, però può essere un momento di riflessione.
Gli obiettivi delle 5S sono la sicurezza sul lavoro, la qualità, molto importante perché vedremo anche poi, la riduzione dei tempi, l'utilizzo degli spazi che non sono mai abbastanza e il risparmio di risorse ed energia.
Queste sono le 5 S, seiri, separare, seiton, ordinare, seison, pulire, seiketsu, standardizzare e shisuke, mantenere e migliorare.
Sistemare, noterete la mia pronuncia giapponese che è molto sciolta, seiri quindi sistemare, identificare i materiali utilizzabili e necessari.
Ho detto che nei traslochi appunto tanto materiale è stato buttato in qualche maniera, adesso lì non c'era tempo, però al di là di questo ci rendiamo conto, ci siamo resi conto, probabilmente ci rendiamo conto tutti insieme di quanto materiale c'è e di quanto materiale è inutile.
perché magari nei tempi è stato utilizzato, poi è stato messo da parte, nuove tecnologie, nuovi materiali sono stati usati
o quant'altro, certi materiali sono stati usati una volta perché quella volta richiedeva e poi teniamolo lì perché non si sa mai
mai che magari serva ancora moltissimo materiale, quindi è stato trovato e ci siamo resi conti che non serviva più.
Quindi identificare il materiale che è in più, che non si usa o che comunque vedremo se si usa una volta sola.
E pertanto conservare ciò che serve, quindi separare il necessario e gettare o mettere da parte il superfluo.
Questo attraverso una frequenza di utilizzo, pertanto tutto il materiale che gestiamo, che utilizziamo tutti i giorni o più di una volta alla settimana
lo collocheremo in uno spazio attivo, vicino, comodo da prendere in sala operatoria.
Un altro materiale che riteniamo di utilizzare una volta negli ultimi mesi o più di una volta al mese
o comunque non quotidianamente vedremo di collocarlo in un'altra zona meno vicina
e l'ultimo chiaramente lo eliminiamo o lo collochiamo in posti lontani.
La seconda S è mettere in ordine, quindi collocare il materiale per eliminare i tempi di ricerca.
circa molto materiale era stato messo lì o anche la gestione talvolta quotidiana nostra ci spinga a mettere materiale lì dove ci troviamo, lo appoggiamo, lo lasciamo lì, poi non riusciamo più a trovarlo, comunque lo troviamo con dispendio di tempo frugando, andando a cercarlo.
Quindi la filosofia è quella di dire io identifico un posto, lo segno deve essere lì questo oggetto, io lo prendo da lì ma lo riporto lì, non ci sono altri posti da metterlo, non ci sono altri posti.
Qui manca un numero, l'avrete subito trovato, in realtà se fosse stato ordinato avremmo visto subito qual è il numero che manca, qual è il pezzo che manca.
Ci siamo capiti. Terza S, la pulizia, quindi il riordino, la pulizia stessa proprio nel termine che pulendo ci fa trovare anche quelle che possono essere anomalie, mancanze con la pulizia.
Pulizia significa fine seduta, vado a pulire, a risistemare, quindi vedo quello che mi manca, quello che è sporco, quello che non è fuori posto, non è solo la pulizia, lo strofinaccio.
Mantenere in buone condizioni l'operatività di utensili, attrezzature e macchine e qui parliamo anche di revisione, di pulizia, di sistemazione delle macchine.
la pulizia stessa
e anche vedere se funzionano
e rendere l'ambiente
e quindi di conseguenza
rende l'ambiente di lavoro piacevole
e ben organizzato
immagino che chiunque di noi
che si trovi in un ambiente
che è bello, a posto, pulito
così lavori anche meglio
piuttosto che in un ambiente
di confusione o altro
quindi pulizia
significa un controllo
continuo quotidiano di tutti i materiali e attrezzature. La quarta S, tutto questo deve
essere standardizzato per mantenere l'ordine, ripetendo le fasi precedenti perché è tutto
un continuo, adesso abbiamo visto di riordino, di sistemare. Attraverso la checklist riprendiamo
Abbiamo anche qui la checklist che abbiamo visto prima e che ci siamo resi conto quanto è importante la checklist, non sarà la pollo che cade o che è sullo spazio, però la checklist nostra significa anche che abbiamo un'apparecchiatura che se ci serve subito e magari è un salvavita dobbiamo anche averla presa in considerazione, pulita,
visto se funziona
invece che buttata lì da qualche parte
quindi lo standard
soprattutto deve essere definito
da chi lo applica
tutti gli infermieri, non è che il coordinatore
stende adesso la checklist
ok questa è la checklist ragazzi
e da domani si fa così
deve essere analizzata
condivisa come sempre attraverso
la comunicazione, la riunione
e quindi i suggerimenti e quant'altro
e soprattutto che siamo convinti che questo serve, serve tutti i giorni, fa parte del nostro lavoro.
L'ultima S, il monitoraggio degli standard, il mantenimento come abitudine stabile, quello che vi ho appena detto.
Quindi questa procedura, la checklist e tutto quanto quello che sono state le 4 S precedenti
deve essere fatto tutti i giorni o a cadenza che verrà stabilita.
Una comunicazione diffusa è la responsabilizzazione attraverso dei momenti di incontro,
detto prima, che è molto importante, la comunicazione vista anche dalla collega precedente.
Questo sistema non funziona se vengono fatte solo le prime tre S senza standardizzare e sostenere quello che abbiamo fatto, non è un progetto di inizio fine ma un cambiamento permanente del modo di lavorare,
Non è che noi andiamo a sistemare il magazzino, a sistemare il materiale e diciamo adesso l'ho fatto, ci penseremo la prossima volta. È una cosa che deve essere fatta tutti i giorni, altrimenti non ha senso.
Ecco allora ci siamo trasferiti, questo è il polo, ci siamo trasloco, tutto quanto è materiale, non vi dico che è lavoraccio e in realtà dopo ci siamo trovati dentro il polo ad applicare quello che abbiamo visto prima.
Quindi ad ottenere dei magazzini interni organizzati per MDA, modulo di attività significa MDA, è un insieme di attività, di modi di operare dei vari infermieri operatori per specialità.
Implementazione di un armadietto informatizzato, questo l'abbiamo fatto con delle suture,
quindi abbiamo preso uno spazio per le suture le quali vengono gestite in una maniera quotidiana.
Le scorte dei magazzini esterni con una visibilità per i riordini e una razionalizzazione dei materiali vicino alle sale, quello per vedere che si diceva prima mettiamo dei materiali di uso quotidiano di tutti i giorni.
Le scorte, allora scorta non significa quantità, massa di roba o altro, significa scorta avere del materiale che mi può servire per un determinato tempo che io quantifico, vedo a seconda dell'utilizzo.
Non vuol dire, ripeto, avere tutto buttare lì perché altrimenti avremo materiale che diventa vecchio, ci scade, un mancato sfruttamento di variazioni dei prezzi di mercato, un'erosione di capitale liquido, quindi mancati pagamenti da parte delle aziende in breve tempo
e un aumento di costi nel senso di interessi, assicurazioni e anche di trovare degli altri spazi di magazzini, non credo che a casa nostra ci riempiamo il frigorifero di tanti materiali che poi magari ci va a scadere e non lo utilizziamo e lo buttiamo via o altro,
andremo a comprare quello che ci serve per una settimana, quello che ci serve per tutti i giorni o altro
anche perché la nostra spesa è controllata, non credo che andiamo a fare una spesa di riempire un frigorifero per un mese
e butto via 500 euro o altro, non penso proprio.
Quindi la scorta deve essere fatta in maniera oculata attraverso una mappatura dei materiali nei depositi.
Questa mappa è fatta per una dislocazione dei materiali nei vari posti.
Questa è la piantina del gruppo operatorio, sono 32 sale, è enorme, 100 metri per 100 metri, quelle che vedete in blu, giallo, arancio, rosa, viola, così sono le sale operatorie,
e quelli invece con cornice e con le lettere sono i magazzini.
Allora sulla sinistra vedete A, B, C, D, E
sono magazzini esterni al perimetro interno delle sale operatorie
quindi sono qui magazzini di grosso per tanto materiale.
Poi subito dopo ci sono i vari filtri e quant'altro
spogliatoi e si entra poi nel discorso delle sale operatorie. I numeri dentro quelli più piccoli
sono dei piccoli depositi proprio per materiale che serve per uno o due giorni. Sono state quindi
anche all'interno trovati anche quelli che sono degli spazi per la preparazione e il risveglio
dei pazienti e la conseguente definizione di dove devono essere le varie apparecchiature, respiratori, ecografi e quant'altro.
Identificazione dell'apparecchiatura associata all'area di assegnazione.
Torno un attimo indietro per dirvi che questi posti sono quelli che vedete fra i vari colori dove vengono raffigurati specie di letti o altro.
Quindi a livello del blu come vedete dove ci sono i magazzini 10, 15, 11, lì ci sono anche le zone di risveglio e di appoggio dei pazienti.
Questo è uno dei magazzini esterni che vedevamo fuori, quindi è il percorso che ci sono degli scaffali identificati con dei numeri, una sistemazione di certi materiali, lo stesso materiale su scaffali prima diversi, era buttato da lì, adesso su un unico scaffale.
niente di nuovo, ovvero non è che abbiamo scoperto l'acqua calda, però materiale aggregato per tipologia, per esempio i drenaggi, i materiali per aspirazione, i contenitori per biopsia, sotturatrici e quant'altro
e formulata un elenco, questa è una parte, di quelli che sono il numero dello scaffale, cosa c'è di materiale, in quale quantità.
Quindi ecco che dicevo prima la scorta, in questo scaffale devono esserci per esempio sempre 14 camere di raccolta di drenaggi, andremo mano mano che scala ad ordinare, ad integrare queste 14,
no a prenderne 100 attraverso anche questa lista di controllo, questa specie di checklist che tutti i giorni verrà fatta dagli attetti al discorso magazzini che comunque siamo sempre noi coordinatori o infermieri.
Basta spero che questo sia stato anche un momento di condivisione o magari di riflessione anche di quello che è una parte del nostro lavoro.
Vi ringrazio.
dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Spalanzani che ci parla di prevenzione del rischio
infettivo in camera operatoria. Grazie, ringrazio Palazzini per l'invito, ringrazio Laico per avermi
ospitato come relatore e credo che sia semplice questo, spero. Diciamo subito che da anni mi
Mi occupo del problema dell'infezione del sito chirurgico e le infezioni del sito chirurgico sono realmente un elemento determinante in ospedale perché incidono in termini di frequenza, di morbidità, di costi e di durata della degenza.
qualche tempo fa insieme ad alcuni amici europei abbiamo fatto una survey europea
su quanto allungassero di giorni di degenza le infezioni del sito chirurgico
e vedete mediamente stiamo sugli 8 giorni con delle differenze in paesi più vari
nel Regno Unito 6,5 giorni ma ci sono anche 10 giorni, dipende da situazioni locali
Ma mediamente stiamo intorno a 9,8 giorni, con un semplice calcolo di numero di giorni di allungamento di degenza per un costo medio di giornata che non corrisponde sicuramente a quello che è il costo reale della degenza perché come voi sapete la degenza varia a seconda della tipologia di reparto, una cosa è un giorno in terapia intensiva e una cosa è un giorno in un reparto,
ma mediamente, volendo fare un calcolo grossolano, nel 2004 il solo allungamento di degenza per le infezioni del sito chirurgico rappresentava un costo netto per la struttura di 4.000 euro, cosa credo che oggi con la rivalutazione e con lo spread forse siamo un pochino di più.
E questo già deve far pensare chi prendere delle decisioni in campo sanitario, perché sono questi gli elementi che purtroppo i nostri amministratori ritengono prioritari rispetto a quelli che sono più importanti, che riguardano la salute, le complicanze e la mortalità.
Perché oggi parliamo di infezioni del sito chirurgico? Perché nella chirurgia moderna parliamo di infezioni del sito chirurgico?
Oggi non dovremmo parlarne più perché vediamo camere operatorie modernissime, vediamo operatori chirurghi, infermieri di camere operatoria, tecnici super specializzati, vediamo delle condizioni estremamente importanti.
Perché parliamo ancora di infezioni del sito chirurgico? Perché le infezioni del sito chirurgico sono presenti perché gli interventi sono sempre più complicati, sempre più lunghi. Oggi i piccoli interventi sono fatti in maniera molto minore rispetto a quello che era una volta.
Oggi si fanno interventi lunghi, complicati, i pazienti sono sempre più anziani, i materiali protessici, oggi vengono messi molti più materiali protessici, il materiale protessico è un materiale che facilmente si colonizza con i microrganismi, microrganismi che possono trovarsi sul campo operatorio, sull'acute dei pazienti.
Tutti quanti voi ben sapete una protesi ortopedica si può infettare con dei microorganismi presenti sulla pelle del paziente, stafilococchi coagulassi negativi e questo è un elemento importante.
Voi sapete perfettamente che questo tipo di infezioni non sono eradicabili con la terapia antibiotica perché i microorganismi formano un biofilm sul materiale protesico nei confronti del quale l'antibiotico non riesce ad avere efficacia.
E allora in questi casi la terapia è la rimozione del materiale protessico, vanamente i colleghi ortopedici mi chiedono di mantenere delle protesi infette, tutte le volte gli rispondo devi togliere la protesi, ma possiamo fare un po' di antibiotico, devi togliere la protesi.
E c'è poi un altro aspetto importante da non sottovalutare, i nostri pazienti ormai sono pazienti vecchi, anziani, pazienti che spesso sono in trattamento con immunosoppressori, dal banale cortisonico ma ce ne sono altri.
Vediamo la diffusione di biologici per esempio, oggi gli biologici sono altamente diffusi, sono i monoclonali contro il TNF e altri biologici, gli steroidi, gli immunosoppressori, i trapiantati, oggi i trapiantati sono una popolazione crescente, vi trovate in reparto il paziente dicendo io dieci anni fa ho fatto il trapianto di rene, però che sta facendo?
Sto facendo ancora un po' di cortisone, un po' di questo, un po' di quest'altro. Pazienti che hanno una immunodepressione netta, per non parlare dei pazienti sieropositivi che comunque rappresentano una popolazione presente in buone condizioni di salute immunodepressa che potete trovare in tutti i reparti.
Non pensiate che i sieropositivi stiano soltanto nei reparti di malattie infettive.
Le procedure diagnostiche che spesso vengono fatte in camera operatoria sono sempre più invasive, si tende a arrivare al cuore del problema, oggi la diagnosi la vogliamo fare, la si può fare, abbiamo gli elementi per fare la diagnosi, però questo costa fatica e costa procedura invasiva.
L'uso degli antimicrobici e questo è un elemento importante perché le infezioni del sito chirurgico hanno nell'uso degli antimicrobici sicuramente un elemento favorente ma possono in qualche modo anche essere danneggiate da un uso inappropriato di antimicrobici.
ce ne parleremo successivamente perché anche chi lavora in camera operatoria deve essere al corrente del fatto che un uso inappropriato di antimicrobici
vedremo come può danneggiare il paziente e provocare una sovrainfezione da germi multiresistenti.
Voi lavorate nei reparti, sentite quello che succede, avete l'opportunità di vedere pazienti colonizzati, infetti con germi multiresistenti,
Sapete che c'è un'epidemia di Klebsiella produttrice di carbapenemasi, sapete che ci sono reparti con acinetobacter multiresistenti, sapete che ci sono stafilococchi resistenti alla meticilina, beh signori gli antibiotici sono limitati, sono un po' di anni che l'industria non tira fuori più antibiotici perché non le conviene tirar fuori antibiotici, conviene più fare altri farmaci e allora usiamo quelli che abbiamo in maniera oculata.
E poi c'è il problema della sepsi, su quello lavorate tanto, so che chi lavora come laico in camera operatoria sa come mantenere certi standard anche nelle condizioni ottimali, anche nelle camera operatorie ultrasterili con flusso laminare e quant'altro, ci sono magari dei momenti di banalità in cui si perde la sepsi e questo è un elemento molto importante.
Quanto incidono queste infezioni post operatorie? Questo è uno dei tanti dati, probabilmente uno dei più grossi dati, è un lavoro che ho fatto proprio in collaborazione con un'associazione infermieristica importante, l'ANIPIO che collabora con l'AICO e che in qualche modo è gemellata con l'AICO.
Abbiamo fatto un'indagine di incidenza in 48 chirurgie italiane, 4.665 interventi, ci sono 6,8 infezioni per 100 interventi, la maggior parte infezioni del sito chirurgico, ma vi ricordo che fra le infezioni operatorie ci sono anche le infezioni delle basse vie respiratorie,
le polmonitine, il paziente che fa un intervento anche in ventilazione meccanica e non in ventilazione
meccanica e poi c'è una quota che vi prego di tenere in grande considerazione, che sono
le infezioni del torrente circolatorio, maggior parte delle quali è legata all'uso di cateteri
vascolari, cateteri vascolari che spesso sono inutili, possono essere tolti, viene lasciato
un catetere vascolare, magari un centrale per un tempo indeterminato dicendo beh tanto
teniamolo là, può darsi che possa servire, i risultati sono poi l'emergere di infezioni
del sito chirurgico. Quali sono gli elementi caratterizzanti, i fattori di rischio caratterizzanti
di queste infezioni? Nella mia indagine fondamentalmente ripercorro un po' quella che è la storia,
interventi di emergenza
interventi di urgenza
perché l'intervento d'urgenza
ha un rischio significativamente
maggiore di infezione
ha un rischio relativo di 1,7
di fare un'infezione del sito chirurgico
perché la sepsi non viene rispettata
in maniera adeguata
perché è prioritario l'elemento emergenza
e allora
qualche elemento
che caratterizza una perfetta sepsi
può venire meno
la presenza di protesi
Vedete come le protesi siano associate in maniera significativa alla infezione del sito chirurgico e chiaramente anche la gravità del paziente, lo scordinis raccoglie tre elementi, punteggio ASA, la classe dell'intervento e la durata dell'intervento che sono gli elementi caratterizzanti del rischio intraoperatorio.
Più il paziente è grave, più il tipo di intervento è a rischio di colonizzazione, quindi abbiamo puliti, contaminati e sporchi e più l'intervento è lungo e maggiore il rischio di fare un'infezione del sito chirurgico.
L'altro aspetto da non sottovalutare è la durata della degenza preoperatoria, anche qui si rivede l'elemento durata degenza preoperatoria che è uno dei fattori determinanti associati in maniera significativa, qui c'è un'analisi multivariata, quindi un'analisi che esclude dei possibili confondenti, vedete come la lunghezza della degenza preoperatoria si associa a un aumentato rischio di infezione del sito chirurgico.
Anche questo, il paziente deve stare il meno possibile in ospedale prima di essere operato per gli interventi di tipo elettivo, non si può dire al paziente vieni ti ricovero e poi ti operiamo, ma quando mi operate?
ma non va per una serie di ragioni perché si colonizzano, modificano la flora intestinale, la flora orale, la flora nasale, acquisiscono dei microorganismi intraospedalieri.
E infine il drenaggio, ecco questo elemento taumaturgico sul quale il chirurgo fa tanto affidamento, i drenaggi. In questa indagine abbiamo visto come l'elemento drenaggio sia associato in maniera significativa a un rischio di infezione del sito chirurgico.
Abbiamo visto anche che purtroppo molti drenaggi sono aperti, non sono chiusi. L'operatore presume che con quel drenaggio può in qualche modo favorire la guarigione della ferita e non si rende conto che è proprio quello l'elemento che può caratterizzare l'infezione della ferita stessa.
Un altro elemento importante rappresentato dal fatto che quando noi andiamo a leggere i lavori sulle infezioni del sito chirurgico dimentichiamo che circa il 50% delle infezioni del sito chirurgico, soprattutto quelle superficiali e superficiali profonde, si verificano a casa e questo è quello che grazie al lavoro dell'Anipio abbiamo potuto verificare, un lavoro estenuante perché sono stati richiamati tutti i pazienti, sono stati rivisti, è stato chiesto.
Insomma il 50% delle infezioni si verificano a domicilio perché il paziente viene mandato a casa in maniera molto, il paziente o la paziente viene mandato a casa dopo pochissimi giorni dall'intervento ancora con i punti e poi a casa sviluppa un'infezione.
Parliamo di infezioni superficiali profonde. È possibile ridurre queste infezioni? Ci si prova perché c'è una quota rilevante, Arbart valuta minimo il 10% ma fino al 70% delle infezioni nosocomiali sono prevenibili.
Quando parliamo di infezioni nosocomiali le infezioni del sito chirurgico sono fra le infezioni maggiormente prevenibili. Come è possibile prevenire le infezioni del sito chirurgico? Quali sono le opportunità per prevenire?
Forse noi pensiamo che i momenti fondamentali sono prima dell'intervento, durante l'intervento e dopo l'intervento, vedete come dopo l'intervento questa paura della ferita che sta lì che poi dopo l'intervento la colpa è di chi fa la medicazione, sì è possibile, però una ferita una volta che è chiusa è chiusa e le medicazioni vanno fatte in maniera appropriata, ma i momenti determinanti sono prima dell'intervento e durante l'intervento.
Prima dell'intervento vuol dire, avete visto l'adeggenza preoperatoria, prima dell'intervento significa anche curare eventuali fonti di infezione, se un paziente ha un sito di infezione urinaria e fa un intervento e ha una batteremia durante l'intervento,
si può fare un'infezione del sito chirurgico, vanno trattate le possibili fonte di infezione, le colonizzazioni, elemento importante, un paziente che è colonizzato è un paziente a maggior rischio di fare infezioni, colonizzazioni a vario livello, ne parleremo successivamente, la rimozione dei peli, la tricotomia, questi sono elementi prima, durante l'intervento invece la cosa cambia,
abbiamo il problema della profilassia antibiotica, della colonizzazione della cute soprattutto, quindi la sepsi della cute e poi ci sono altri elementi prettamente clinici, il mantenimento della normotermia, l'ossigeno addizionale in questi pazienti in alcune classi e il controllo della glicemia.
Dopo l'intervento tutto sommato la gestione della ferita quindi la medicazione e quant'altro è forse l'elemento più importante ma vedete quanto poco c'è dopo l'intervento.
Prima dell'intervento noi pensiamo che la riduzione della colonizzazione endogena sia un elemento importante. Nel 2002 sono usciti due lavori, uno sul New England e uno sul Clinical Infectious Disease che analizzavano proprio questo elemento, la decontaminazione dei portatori nasali di stafilococco con una pomata a base di un antibiotico, la mupirocina.
Beh, devo dire che questi due lavori, peraltro molto belli, pubblicati in riviste prestigiosi, lavori molto importanti, non hanno dimostrato un'efficacia della decolonizzazione nasale da sola nel ridurre il tasso di infezione del sito chirurgico.
cosa che invece è stata dimostrata due anni fa da Bode su New England che ha nettamente dimostrato come l'utilizzo della mupirocina come pomata endonasale
più la clorexidina in lavaggio del paziente preoperatorio riduce in maniera drastica, in maniera significativa le infezioni del sito chirurgico
soprattutto quelle superficiali, superficiali profonde e soprattutto quelle stafilococciche
L'elemento caratterizzante, noi pensiamo a un soggetto che è colonizzato nel naso ma magari è colonizzato a livello inguinale, magari è colonizzato a livello ascellare, allora è questo l'approccio che dobbiamo avere nel paziente, un approccio che non sia limitativo e questo è il messaggio.
Sulla preparazione del paziente, il bagno con antisettici, in realtà da solo il bagno con gli antisettici non si è dimostrato un elemento che da solo possa ridurre le infezioni del sito chirurgico.
questa è una meta-analisi che analizza tre studi, uno dell'83, uno dell'87 e uno del 2009, vedete come non c'è una differenza, gli studi sono pochi, probabilmente c'è ancora da lavorare, probabilmente c'è da lavorare proprio in contemporanea con altre misure.
L'altro elemento è quella della preparazione meccanica dell'intestino prima dell'intervento nella chirurgia elettiva colorettale. Estenuanti preparazioni meccaniche vengono fatti sui pazienti prima dell'intervento, sono utili?
Beh, devo dire che l'analisi sistematica degli studi clinici che hanno analizzato, alcuni di questi sono studi clinici randomizzati, farla o non farla non mostra alcuna differenza nel tasso di infezioni del sito chirurgico.
Mi rendo conto che il chirurgo vuole avere l'intestino più pulito possibile, però questi sono gli studi clinici che dimostrano l'inefficacia.
Il problema dell'antisepsi delle mani, del chirurgo, c'è un vantaggio elettivo nell'utilizzo della clorexidina verso le soluzioni a base di iodio, fondamentalmente il povidone iodio, nell'antisepsi chirurgica.
Questo è dimostrato, gli studi clinici, l'analisi di Tanner pubblicata nel 2008 sul Cochrane, un'analisi sistematica dimostra come la clorexidina è superiore al povidone iodio nell'antisepsi delle mani del chirurgo e come due o tre minuti non cambia in maniera significativa.
Purtroppo c'è un solo studio, quello di Willock nel 1997 che ci dice che non c'è differenza fra lavarlo per due o tre minuti, c'è un certo vantaggio che però non raggiunge la significatività statistica lavandolo per tre minuti.
Anche qui quando si scrivono le linee guida è facile dire che il chirurgo deve lavarsi le mani per cinque minuti, cinque minuti lavarsi le mani è una roba che il chirurgo non lo farà mai.
Già capire come due minuti potrebbe essere sufficiente se fatto nella maniera adeguata è molto importante.
Sulla rimozione dei peli, sulla tricotomia, io non vorrei tornarci più però voglio solo farvi vedere quello che dice la letteratura, quello che dice l'analisi sistematica dei lavori clinici, l'analisi del Cochrane.
Guardate nel 2011 ritornano, ma ritornano perché il problema esiste, perché la gente continua a fare la rassatura con il rassoio dei peri la sera prima, addirittura lo fanno fare a casa dal paziente il giorno prima.
Prima serve, vedete come clipping col clipper, la famosa macchinetta che tutti quanti ormai si è entrata nell'uso, il clipping verso nessuna rimozione non c'è differenza, la rassatura verso nessuna rimozione non c'è differenza, la crema verso nessuna rimozione non c'è differenza.
Allora è veramente necessario rimuovere questi peli? Qualche volta è necessario, diciamolo, qualche volta è necessario, però in linea di massima questa fatica estenuante nella depilazione completa del paziente forse va rivista e forse va considerata.
Se poi vediamo in maniera proprio più dettagliata lo shaving, quindi la rasatura verso il clipping c'è un vantaggio netto e questa è l'analisi sistematica del 2011 del Cochrane, il clipping è nettamente e significativamente migliore nel ridurre l'infezione del sito chirurgico rispetto alla rasatura così come l'uso delle creme depilanti che però mi rendo conto sono un po' difficili da utilizzare perché possono dare delle reazioni allergiche
perché sono molto più usate nel Regno Unito, nella nostra pratica clinica non vedo molto utilizzo di creme.
Ma torniamo alla nostra camera operatoria, perché questi sono gli elementi determinanti in camera operatoria,
la procedura, vediamo due parole ve le devo dire, la durata dell'intervento, la bravura dell'operatore sanitario,
l'evitare le necrosi, l'evitare gli spazi morti, su tutti elementi che il chirurgo ha in sé, conosce perfettamente, sui quali io personalmente come infettivologo posso dire ben poco, sta nella tecnica chirurgica, il paziente, abbiamo visto ridurre la colonizzazione endogene, la tricotomia, la profilassia antibiotica, la disinfezione lacute e poi tutti questi elementi propriamente clinici, la sepsi degli operatori sanitari,
il lavaggio delle mani l'abbiamo visto prima e poi la gestione dell'ambiente, dei macchinari e degli strumenti.
Ecco io non parlerò di tutto questo perché il tempo è limitato e dirò due parole sulla profilassia antibiotica e sulla preparazione della cute.
Togliamocelo subito questo problema, ridurre il tempo operatorio è un elemento importante, minore il tempo operatorio è minore il rischio di infezione
E come la catena produttiva, uno più sta a contatto con un elemento potenzialmente tossico è maggiore il rischio che si faccia una malattia da quel tossico, è proprio un elemento della medicina del lavoro. La sepsile appropriata è importante, cute, strumenti e quant'altro e la tecnica chirurgica è fondamentale.
La profilassia antibiotica, due brevi parole, la profilassia antibiotica significa scegliere gli interventi nei quali va fatta la profilassia, non in tutti gli interventi va fatta la profilassia, ci sono alcuni interventi in cui non c'è alcuna necessità di fare la profilassia e farla, diciamo tanto facciamola, non succede niente, non è vero.
Il paziente può avere un problema allergico fino allo shock anafilattico. Gli antibiotici in profilassi devono essere però utilizzati in maniera sistematica in tutti i casi di interventi puliti contaminati e negli interventi puliti solo in alcuni interventi elettivi.
Vi ricordo per esempio gli interventi di cardiochirurgia che sono interventi per definizione puliti perché si va ad aprire un sito sterile, vi ricordo gli interventi in cui vengono messi dei materiali protessici, pensate a una protesi dell'anca, intervento pulito, però la profilassia è importante perché perdere una protesi dell'anca significa fargli allungare la degenza, secondo intervento, tutto il dramma di queste persone.
L'altro aspetto è quanto tempo, la logica ci dice che la profilassi deve essere fatta il più breve possibile, noi dobbiamo dare a quella persona un antibiotico che sia efficace sui possibili colonizzanti per quel tempo in cui la ferita è aperta,
in cui c'è la possibilità di colonizzazione, la profilassi non serve a prevenire chissà che cosa, serve a prevenire la colonizzazione del campo operatorio, finché il campo operatorio è aperto dobbiamo avere un antibiotico che sia nel sangue, nei tessuti a quel livello sufficiente per impedire che qualsiasi agente che entri possa in qualche modo moltiplicarsi.
Allora l'intervento dura un certo numero di ore e durante quelle ore dobbiamo garantire normalmente basta una sola dose data un'ora prima dell'intervento, non molto prima perché altrimenti si perde la sua efficacia e che va fatta una sola volta.
Se l'intervento si prolunga oltre un certo numero di ore se ne fa una seconda dose, se quel paziente ha una perdita di sangue e quindi perde una parte di antibiotico se ne fa un'altra dose durante l'intervento.
Mi rendo conto che è difficile convincere molti operatori che una dose sia sufficiente e allora si può arrivare a farne un'altra. Mi rendo conto che di fronte ad un intervento complesso il chirurgo voglia essere più sicuro e quindi diciamo dopo l'intervento facciamone un'altra, la seconda, poi basta.
Basta, non più di 24 ore, stop. Ci sono tutta una serie di studi che vi risparmio e che dimostrano come non solo non siano efficaci ma fare più dosi rappresenta un rischio di selezione di resistenze.
Le linee guida che qui vedete prodotte e che sono scaricabili gratuitamente sul sito nazionale del piano nazionale linee guida SNLG, andate su google e ve le andate a recuperare, sono scaricabili, sono state fatte, questo è il secondo aggiornamento del 2008,
dovevamo fare un aggiornamento nel 2011 che è saltato per una serie di ragioni economiche
del Ministero della Salute ma che verrà fatto prossimamente, comunque molto aggiornato
e vi prego di vederlo. L'altro aspetto importante e determinante è rappresentato
dall'antisepsi dell'acute, dalla disinfezione dell'acute nel campo operatorio
perché il paziente che fa un intervento deve avere una preparazione adeguata
perché come abbiamo visto è questo il momento critico, è questo il momento in cui quei microrganismi che stanno sulla cute e negli strati della cute, vedremo dopo che gli strati sono ben cinque, residenti all'interno della cute debbono essere in qualche modo eradicati per evitare che questi microrganismi possano entrare nella ferita.
Questo lavoro è stato pubblicato nel 2010 e in qualche modo ha dato una svolta a una certa prassi.
Questo lavoro pubblicato su New England è un randomizzato controllato, randomizzato controllato significa con un intervento e un gruppo di controllo.
Stiamo parlando di ben 409 pazienti che fanno l'antisepsi con cloroxidina alcolica verso 440 che fanno l'antisepsi, quindi l'antisepsi del campo operatorio con povidone iodio.
pazienti che fanno lo stesso tipo di interventi
pazienti che hanno le stesse caratteristiche
pazienti che sono confrontabili
non stiamo parlando di bambini contro i vecchi
non stiamo parlando di interventi di piccola portata
nei confronti di interventi importanti
stesso tipo di interventi, stesse caratteristiche
antisepsi differente
che succede?
succede che chi fa la clorexidina con alcol
rispetto a chi fa il povidone iodio
ha nettamente un numero minore di infezioni del sito chirurgico, significativamente minore, vedete come il rischio non arrivi all'1 quindi è minore e la significatività è evidente e sono soprattutto, sono dimezzate le infezioni superficiali incisionali,
significativamente le infezioni incisionali profonde anche queste sono ridotte
con la significatività al limite e chiaramente non riducono le infezioni di spazio e organo
quelle interne, quelle legate a un leakage, a un'apertura di una stomosi intestinale per esempio
perché? Perché la clorexidina ha la funzione di eradicare la flora residente
la flora quella che si trova negli strati profondi dell'acute
ha un effetto che come vedremo dopo è un effetto di approfondimento in questi strati e di radicazione completa
e questa è la curva di Kaplan-Meyer che dimostra in maniera ineludibile come la clorexidina alcolica
abbia un vantaggio rispetto al povitone iodio.
La clorexidina è una sostanza ben conosciuta, io quando nell'81 mi sono avvicinato alle infezioni nosocomiali
è stato il primo farmaco che in qualche modo mi ha interessato, c'erano i lavaggi con le mani con clorexidina che venivano fatti.
La clorexidina ha delle caratteristiche importanti, è una base forte, è insolubile in acqua ed è formulata con queste sostanze che lo rendono solubile in acqua.
le soluzioni di clorexidina non hanno colore, poi il colore viene nelle preparazioni che vengono messe in commercio
c'è un colore perché è necessario in camera operatoria poter delimitare col colore
però non ha il colore la clorexidina, è un pochino amara ma non è che la dovete bere
quando viene usata in maniera topica si lega in maniera forte, covalente alle proteine della cute, alle mucose
e ha un effetto antimicrobico, non viene assorbita a livello sistemico, l'assorbimento sistemico è praticamente nullo, è assorbita in quelle che sono le proteine della cellula batterica e alle concentrazioni batteriostatiche penetra e distrugge la membrana citoplasmatica facendo fuoriuscire tutti i componenti del citoplasma e provocando la morte.
a concentrazioni maggiori che sono le concentrazioni del 2% in soluzione alcolica perché questo tipo di lavoro è stato fatto con il 2% in soluzione alcolica, in precedenza si usavano concentrazioni minori, conoscete gli 0,5% e gli 1%, bene al 2% ha un effetto battericida, quindi un effetto maggiore e sempre con la stessa modalità.
azione
batteriostatica, battericida, fungicida
fungistatica, anche
antivirale, non agisce
contro le spore ma per un'altra serie di ragioni
e qui però le spore
nelle infezioni chirurgiche non ci stanno
agisce meglio contro i gram
positivi perché
le minime concentrazioni di benti
sono minori per i gram positivi
rispetto alla clorexidina
la mic è quel livello nei confronti
del quale bisogna agire, le mic
dei grammi negativi sono un po' più elevati però le concentrazioni sono comunque talmente elevate di clorexidina da poterle inibire e infine la metanalisi degli studi clinici dimostra come l'efficacia della clorexidina rispetto al providone iodio sia dimostrata con una significatività statistica e questi sono tutti gli studi pubblicati, lo studio di Darush è quello più significativo e quello fatto in maniera migliore, è quello pubblicato sul New England,
la clorexidina, questa è una fotografia in microscopia elettronica che mostra gli strati dell'acuta
vedete come l'80% della flora residente, quella transitoria che sta sopra, si trovino proprio in questi strati
ed è proprio a livello di questi strati che la clorexidina penetra e ha un effetto persistente
diverso dagli altri antimicrobici e come voi vedete la clorexidina in soluzione alcolica, alcol isopropilico
gram positivi, gram negativi, funghi, la velocità di azione è molto rapida, l'effetto residuo che è quello che permette che rimanga negli strati profondi è molto lungo e eccellente
e il fatto che possa essere contrastato da materiale proteico è molto basso, come voi sapete ci sono delle sostanze che con materiale proteico vengono inattivate.
Chiudo perché credo che sia il tempo, io credo che i messaggi che ci portiamo a casa sono fondamentalmente questi, le infezioni del sito chirurgico sono estremamente importanti e rilevanti e non dobbiamo sottovalutarle.
Oggi non dobbiamo pensare che la moderna chirurgia abbia ridotto il rischio di infezioni solo perché si fanno interventi magari in microchirurgia, in artroscopia, le infezioni ci sono, ce ne sono tante e rappresentano una vera sfida per chi fa il controllo delle infezioni.
Fino al 70% possono essere prevenute, la prevenzione durante l'intervento chirurgico comprende la profilassi, l'appropriata antisepsi dell'acute è un migliore approccio clinico al paziente, la clorexidina in soluzione alcolica nella concentrazione del 2% fondamentalmente è la scelta migliore dell'antisepsi chirurgica
Io vorrei dire che sarebbe opportuno che ciascuna chirurgia individui quelli che sono gli elementi per poter costruire un bundle di intervento, per poter identificare un intervento multimodale per ridurre l'infezione del sito chirurgico che comprenda tutta quella serie di elementi e probabilmente comprenda, anzi sicuramente comprenda anche l'utilizzo di un antisepsi adeguata dimostrata in maniera significativa come l'uso della clorexitina. Grazie.
Ringraziamo il professor Petrosillo per la brillante esposizione e per aver ricordato anche che le infezioni del sito chirurgico sono una sfida, una sfida per quelle che sono proprio le professioni che sono presenti in sala operatoria. Grazie ancora.
ancora. Andiamo avanti, do la parola a Elena Melis che è un coordinatore infermieristico
dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari che ci parla del menagement infermieristico
e rischio effettivo. Grazie, grazie per avermi concesso la parola, ringrazio gli organizzatori
di questo convegno, per me è un onore essere qui, in particolare ringrazio il professor
palazzini il nostro principale ospite e la dottoressa caputo che ci guida
mirabilmente alla conduzione di aiko certamente per me è anche un'emozione
oggi stare con voi io non sono molto avvezza a presentare relazioni e parlare
soprattutto dopo professor petrosillo è un'impresa per me dato che l'argomento è
è lo stesso, però se non altro metto in campo la mia esperienza e ve la propongo proprio
come spunto di riflessione ed eventualmente come spunto per una discussione.
Alla definizione di management ci arriveremo alla fine del discorso insieme, per adesso
comincio dando la definizione di rischio infettivo e per esso si intende la probabilità che
un individuo venendo a contatto con dei microorganismi possa sviluppare un'infezione, quindi malattia
infettiva come azione dovuta all'aggressione di microorganismi, microorganismi che non
sempre sono patogeni. Esistono i saprofitti che sono delle specie che hanno come habitat
l'ambiente esterno e i comensali che hanno come habitat la cute e le mucose. Per noi
Poi è importante sapere questo perché in determinate circostanze possono diventare patogeni ed essere causa di infezioni.
Sono quelli definiti come germi opportunisti.
Il punto d'ingresso di questi microorganismi nell'individuo, soprattutto quando ci riferiamo alla sala operatoria,
sono quelli in cui vi è una discontinuità della barriera cutanea e mucosa,
discontinuità dovuta appunto alle
aggressioni di tutte le procedure che
vengono svolte in sala operatoria
parliamo di cateterismi vari ma
chiaramente principalmente ci riferiamo
all'aggressione data dall'intervento
chirurgico stesso quindi alle infezioni
del sito chirurgico. Ecco i CDC
definiscono le infezioni del sito come
quelle che si manifestano entro 30
30 giorni dall'intervento o nel caso in cui ci siano interventi protesici si manifestano entro un anno.
Si classificano come infezioni incisionali che possono essere superficiali o profonde a seconda dello strato interessato
e infezioni d'organo quando appunto vanno ad interessare gli organi e spazi interni.
parliamo di peritoniti, di ascessi, di decenze eccetera.
Le cause delle infezioni derivano da sorgenti esogene rappresentate da una scarsa igiene ambientale,
da un microclima inadeguato, da attrezzature, se abbiamo dello strumentario che non è stato sterilizzato correttamente
E' dal personale che non rispetta alcune procedure.
Altre sorgenti sono quelle endogene rappresentate appunto dalla popolazione batterica del paziente.
Gli interventi vengono classificati in puliti, puliti contaminati, contaminati e sporchi.
perché naturalmente gli interventi sporchi e gli interventi considerati contaminati
sono gravati da una percentuale di infezione maggiore.
Fattori di rischio correlati al paziente, ci sono naturalmente le patologie sistemiche,
ci riferiamo soprattutto a obesità e diabete, presenza di focolai settici in atto,
immunodepressione, letta avanzata allo stato nutrizionale del paziente,
La presenza di stafilococo aureo nel vestibolo nasale, che è un'evenienza temibile soprattutto in cardiochirurgia, ma anche l'uso di corticosteroide, l'adeggenza preoperatoria e il tipo e la durata dell'intervento.
Allora il discorso delle infezioni rientra pienamente nel rischio clinico, solo che non fa molta notizia, vediamo poco, io non ho mai sentito in televisione, ho letto poco nei giornali, è morto il signor tal dei tali per un'infezione.
Eppure il numero delle vittime è alto, io non vi posso dare tanti dati, ma 37.000 decessi nell'Unione Europea in un anno per me è una cifra incredibile.
Allora io mi sono domandata come mai le infezioni non fanno tanta notizia. Io mi sono fatta un'idea che forse vicino all'infezione c'è ancora una sorta di alone magico.
Quando si parla di infezione tendiamo a non attribuire grosse responsabilità alle persone, questa è l'idea che mi sono fatta io. Sicuramente sulle infezioni possiamo solo fare prevenzione e la prevenzione naturalmente si fa soprattutto per quanto riguarda il preoperatorio, la profilassi operatoria e quella post operatoria.
Per quanto riguarda la profilassi preoperatoria, naturalmente è importante la curata igiene del paziente, la doccia preoperatoria che in alcuni casi, come abbiamo visto prima, se ci sono colonizzazioni, saranno da eseguirsi con antisietici specifici.
La tricotomia laddove dovesse essere fatta, perché sappiamo benissimo noi che lavoriamo in sala operatoria che la tricotomia non viene fatta solo per ridurre il rischio di infezione, la tricotomia viene fatta anche per visualizzare il sito chirurgico, per consentire alcune medicazioni.
Per cui in molti casi io dico che è necessario farlo, chiaramente laddove fosse necessario dobbiamo l'utilizzo di clipper o di creme e naturalmente a brevissima distanza dall'intervento, quindi non la sera prima, non a casa ma la mattina dell'intervento.
Quando dico a brevissima distanza dell'intervento naturalmente mai in sala operatoria. Io credo che sia importante anche l'inserimento corretto dei pazienti in lista operatoria dove gli interventi che sono considerati contaminati o sporchi, se vale il discorso che abbiamo fatto prima, andranno messi in coda a quelli puliti.
E' la profilassia antibiotica che laddove dovesse servire chiaramente andrebbe fatta un pochettino prima dell'intervento in maniera tale che il principio attivo sia in circolo proprio dall'inizio dell'aggressione chirurgica, vogliamo chiamarla così.
In fase operatoria è importantissimo naturalmente il lavaggio chirurgico, la desinfezione del campo operatorio che va fatto su pinze sterili quindi con tamponi altrettanto sterili, è consigliabile in alcuni casi un prelavaggio che verrà poi asportato prima della vera desinfezione sempre con delle garze sterili,
L'allestimento del campo sterile, che è importante farlo con delle barriere antimicrobiche che siano di conosciuta efficacia, il cotone sappiamo tutti benissimo che non è assolutamente efficace rispetto al mantenimento di una sepsi in capo operatorio.
Per quanto riguarda la fase post-operatoria sicuramente la medicazione della ferita chirurgica è l'aspetto più importante, quindi la ferita andrebbe medicata prima di disfare il campo operatorio.
Sarebbe più utile, forse, anzi io direi indispensabile a fine intervento, prima di medicare la ferita, sostituire nuovamente i guanti sterili.
Quindi la tecnica da utilizzare sarà la stessa che viene utilizzata per la disinfezione preoperatoria
e naturalmente sarebbe opportuno, laddove fosse possibile, utilizzare delle medicazioni già pronte che riducono il rischio,
rischio dovuto a contaminazioni durante il posizionamento dei cerotti.
Per quanto riguarda il lavaggio chirurgico ne dobbiamo parlare, anzi il lavaggio delle mani in generale,
ne vorrei parlare un tantino più da vicino tra tutte le procedure,
dure, vista anche la sfida che ha fatto l'OMS sulle cure più pulite, laddove ci sono cure
più pulite avremo sicuramente migliori risultati. Allora lo scopo del lavaggio naturalmente
è quello di eliminare completamente la flora transitoria, ridurre significativamente la
la flora residente affinché per tutta la durata dell'intervento tutta l'equipe chirurgica abbia
un ridotto rilascio di batteri cutanei dalle mani. Questo si può fare attraverso una scelta
appropriata dei prodotti, attraverso una preparazione preventiva delle mani. Quando parliamo di
preparazione preventiva intendiamo dire che non sono ammessi unghie artificiali, non è ammesso
lo smalto, le unghie devono essere corte e arrotondate, il rispetto della tecnica corretta
che significa anche il rispetto necessario per quella procedura secondo le indicazioni
date dal produttore, quindi io non accetto mai il discorso il lavaggio chirurgico deve
durare 7 minuti altrimenti non è valido, dipenderà dall'antisietico che stiamo utilizzando,
dalla tecnica che stiamo utilizzando e da quello che ci dice il produttore.
Non esiste un tempo standard ed è molto importante anche evitare la ricontaminazione delle mani nella fase di asciugatura
che solitamente succede quando utilizziamo il lavaggio tradizionale.
Da alcuni anni sta entrando in campo una soluzione diversa che propone una procedura
fatta con soluzioni a base alcolica
che non prevede l'utilizzo di acqua
anche qua io non vi posso presentare degli studi
però sappiamo che ci sono delle norme
che vanno soprattutto a testare i prodotti che si utilizzano
possiamo però dire che ci sono dei vantaggi e degli svantaggi
in ambe due le procedure
certamente la procedura tradizionale ha una durata di 5-6 minuti
Quindi necessita di utilizzo di acqua, le mani al termine del lavaggio hanno necessità di essere asciugate. Questa nuova procedura sembra che abbia solo dei vantaggi perché intanto la durata inferiore non prevede l'utilizzo di acqua però ricordiamo che nel caso prevede una preparazione accurata delle mani prima dell'ingresso nel blocco operatorio.
Le mani al termine della procedura si asciugano brevemente all'aria per cui non c'è il rischio di quella famosa ricontaminazione che potrebbe avvenire durante l'asciugatura, però è da ricordare che l'alcol non è attivo sulle spore per cui questo è un grosso svantaggio anche se molte ditte si stanno dando da fare e lo stanno combinando soprattutto con la clorixidina.
appunto. Adesso dovrebbe partire un video che vi farà vedere le procedure corrette e poi insomma
ci risentiamo. Prego. I camici chirurgici fungono da barriera fisica tra il portatore e l'ambiente
circostante. Dovrebbero prevenire l'ingresso nella sala operatoria di patogeni batterici
provenienti da altre aree. Entrando e uscendo dalla sala operatoria è necessario un cambio
completo della divisa chirurgica in ogni caso. Gioielli e orologi non sono ammessi. La divisa
chirurgica va indossata in quest'ordine. Casacca, pantaloni, cuffia, mascherina, copriscante. La
mascherina impedisce la trasmissione di liquidi da naso e bocca del portatore. Dovrebbe garantire
il filtraggio dell'aria durante tutto l'intervento e coprire interamente eventuali barba o baffi.
Cuffie e cappellini chirurgici riducono la trasmissione dei microorganismi dai capelli
e devono ricoprirli completamente.
Altro prerequisito di depurazione delle mani prima dell'intervento chirurgico
è che la pelle sia pulita e intatta e le unghie siano pulite, corte e arrotondate.
Le unghie artificiali aumentano il rischio di infezione.
Se le mani sono in condizioni soddisfacenti,
la detersione prima del processo di disinfezione non è necessaria.
Se le mani vengono disinfettate troppo spesso, la pelle si secca e questo potrebbe comportare
dermatosi da lavaggio, che d'altro canto potrebbe aumentare il rischio di infezione.
In pratica, la disinfezione delle mani è spesso tralasciata a causa dell'urgenza e
purtroppo questa tendenza è in aumento.
Visto il ruolo che ricoprono le mani nella trasmissione delle infezioni, l'omissione
o l'inadeguata disinfezione diventano nient'altro che una colpa banale.
L'esecuzione corretta, in effetti, è un dovere professionale ed etico.
Durante la fase di disinfezione, le mani non dovrebbero entrare in contatto con altre aree cutanee che non siano state disinfettate, nemmeno se queste prudono.
La disinfezione chirurgica delle mani dovrebbe essere eseguita nel seguente modo.
Fase 1. Bagnare completamente entrambi gli avambracci, compresi i polsi.
Fase 2. Approfondita disinfezione di entrambe le mani.
Il tempo necessario a un'efficace disinfezione dipende dal sapone che viene usato.
Le indicazioni del produttore del sapone dovrebbero essere seguite scrupolosamente.
Durante la decontaminazione della sala operatoria non si dovrebbero indossare i camici chirurgici,
poiché il vestiario sterile potrebbe contaminarsi.
Quando si disinfetta la cute del paziente, l'area interessata dovrebbe essere sufficientemente
basta da permettere eventualmente di ampliare l'incisione se necessario o da effettuarla
in un altro posto. Si dovrebbe anche considerare l'area in cui si dovrà inserire il tubo
di drenaggio. Il vestiario dovrebbe essere a prova di batteri e si dovrebbe fare specificatamente
attenzione a non indossare materiali in cotone. Si raccomanda di indossare due paia di guanti
a seconda del fattore di rischio. Utilizzando teli sterili, i materiali impermeabili e a
a prova di patogeni, si riduce l'ingresso dei batteri nella sala operatoria. I teli sterili
sono saldamente applicati dopo aver intrapreso le misure antisettiche preoperatorie. Gli strumenti
devono essere mantenuti coperti con teli sterili fino all'inizio dell'intervento. Si dovrebbe
evitare l'uso di teli convenzionali in tessuti non antisettici, poiché i batteri possono annidarsi
in grandi quantità sotto di essi. Le recenti tecniche di chiusura delle ferite, ad esempio
con i cianoacrilati, d'altro canto, possono contribuire a ridurre il rischio di infezione.
Non si dovrebbero aprire, prima del dovuto, prodotti sterili, quali ad esempio i materiali
di sottura, così da impedirne la possibile contaminazione. Negli interventi di lunga
durata si raccomanda l'uso di coperte termiche, per mantenere inalterata la temperatura corporea.
Il rigido rispetto della sepsi è fondamentale nella protezione dall'infezione esogena della ferita.
Tutte le porte di accesso alla sala operatoria dovrebbero rimanere chiuse
e il numero delle persone presenti ridotto al minimo.
Evitare l'eccessivo parlare e i movimenti affrettati, causa di turbulenze dell'aria.
Lo staff dovrebbe essere informato sui comportamenti non adeguati, compreso il chirurgo principale.
I prodotti medicali devono essere preparati e trattati di conseguenza.
Un intervento chirurgico efficace, con un'efficace emostasi, con la rimozione del tessuto non vitale
e il rispetto delle rigide indicazioni per l'impianto di corpi estranei o protesi, riduce il rischio di infezione.
In caso di danno evidente ai guanti durante l'intervento, si dovrebbero indossare guanti chirurgici nuovi.
Come abitudine, si dovrebbe procedere a un cambio dei guanti dopo non più di 90 minuti d'uso, a seconda dell'intervento.
I materiali estranei, come i drenaggi, i materiali di sutura e gli impianti, aumentano il rischio di infezione.
Infatti, possono fungere da punti di accesso per i batteri.
Il rivestimento dei materiali di sutura con antibatterico ne impedisce la colonizzazione, riducendo il rischio di infezione post-operatoria.
La maggior parte delle infezioni della ferita chirurgica sorgono tra il terzo e l'ottavo giorno post intervento.
La guarigione primaria si verifica entro le prime 24 ore, nel qual caso la ferita non ha più bisogno di medicazioni per un periodo di 48 ore.
Si dovrebbe cambiare la fasciatura generalmente non prima di 24-48 ore.
Per applicare correttamente queste procedure naturalmente ci affidiamo sempre alle linee guida, alle raccomandazioni, a quanto ci possano mettere a disposizione i maggiori organismi nazionali ed internazionali, però c'è da domandarci se tutto questo basta.
Io in 32 anni di sala operatoria mi sono fatta un'idea che solitamente siamo abbastanza preparati dal punto di vista tecnico, però non abbiamo spesso la consapevolezza di essere noi i principali vettori di infezione con i nostri comportamenti.
Per cui siamo quelli che ci affatichiamo tanto, che spendiamo tanta fatica, giorni interi, a preparare, a sterilizzare, a fare, per poi vanificare tutto in un attimo.
lo facciamo quando non rispettiamo le distanze di sicurezza sul campo operatorio
quando non indossiamo correttamente le mascherine
quando dimentichiamo di lavarci le mani
oppure non lo facciamo frequentemente o non lo facciamo correttamente
mi ricordo che un nostro collega Gian Piccolo anni fa diceva in una relazione
di filate di tutti coloro che mettono, di tutti gli infermieri che in tasca hanno un sacco di guanti.
E io in quel momento ho detto, mamma mia, io sono una di quelle, cioè con in tasca un sacco di guanti.
Ecco, forse dobbiamo liberare un pochettino di più le tasche e se davvero funziona questo nuovo antisettico,
magari mettere un flaconcino di questo antisettico e laddove non abbiamo la possibilità di utilizzare
L'acqua e il sapone di utilizzare più spesso questo antisettico. Questo significa che noi dobbiamo avere una certa consapevolezza di quello che facciamo, consapevolezza che per noi deve essere quella check interiore, quindi non quella che ci dicono gli altri, ma significa che cosa devo fare, come lo devo fare, perché lo devo fare, come lo devo fare.
Questo è il maggior significato che io posso dare. Adesso io vi ho portato uno spaccato di realtà. Qui siamo in una fase di induzione. Io sono sicura che molti tra di voi, soprattutto i veterani, hanno già identificato i ruoli.
Bene, la signora che sta ventilando il paziente è una specializzanda di anestesia, alla sua sinistra c'è l'infermiere di anestesia, mentre l'anestesista titolare, quella signora che non sta indossando la divisa di sala operatoria,
non sta indossando la mascherina come non la stanno indossando gli altri due
ma in quanto anestesista titolare come vedete forse
pensa di potersi permettere anche di stare con i capelli all'aria
alla sinistra dell'anestesista si può vedere l'infermiere di sala operatoria
io intanto si riconosce per il fatto che sta utilizzando un capellino
un tantino più appropriato
quindi in grado di coprire
tutti i capelli
e poi perché si vede che forse la mascherina
a noi infermieri quando facciamo
i fuoricampo
la indossiamo perfettamente quando entriamo
in sala operatoria, quando aiutiamo
la strumentista a preparare il campo
poi regolarmente ci cade
e ci dimentichiamo che questa mascherina
ci è caduta
gli unici due vestiti di bianco
che indossano correttamente
la mascherina e il capellino
Naturalmente non possono che essere gli studenti di infermieristica. La strumentista invece sola soletta ancora oggi è quella che cerca di mantenere alto il livello qualitativo per quanto riguarda la sepsi, è quella sempre più legge.
Attenzione, io mi riferisco ai ruoli perché io ho notato che a seconda del ruolo che ricopriamo ci comportiamo in maniera diversa, in maniera differente.
Ecco, mentre qua invece siamo sul campo operatorio, vedete due infermieri fuori campo come non rispettano assolutamente la distanza di sicurezza,
come il chirurgo e l'aiuto, entrambi sono allergici, molti chirurgi da noi sono allergici
per cui non sopportano la mascherina sul naso
mentre c'è il terzo operatore che è bravissimo e tutte le volte viene e mi dice
guarda Elena io ho indossato perfettamente la mascherina ma come potete vedere però la lascia libera
tranquillamente sotto la bocca ma così lui si sente più tranquillo
Questa è un'altra situazione in cui un chirurgo giovane ha chiesto aiuto ad un collega più anziano.
È arrivato il collega più anziano, il quale non ha indossato la divisa di sala operatoria, il quale si sta sistemando la luce frontale
e come vedete non ha indossato neanche il camice chirurgico sterile.
Non sappiamo se ha effettuato il lavaggio chirurgico delle mani.
Questa che vedete qua invece è un terzo operatore che si sta tenendo pronto ad intervenire nel caso in cui ci fosse bisogno.
Chiaramente noi dobbiamo sempre di più affidarci alle evidenze scientifiche, a quelle disponibili naturalmente.
Quando parliamo di evidenze scientifiche disponibili dobbiamo ricordare che c'è una vasta area grigia in cui non vi sono evidenze.
E io qui voglio spendere due parole perché un altro motivo di discussione, almeno nella mia sala operatoria e tra i colleghi che ho vicino, è quella di pensare che laddove non ci sono evidenze disponibili significa che quell'azione non la dobbiamo fare.
Beh, dimentichiamoci questo, non è proprio così, laddove non ci sono evidenze scientifiche disponibili non significa nulla, significa che noi non abbiamo degli studi che ci dimostrano che questa azione è più efficace di quell'altra, ma lì laddove non ci fossero vale sempre il buonsenso, naturalmente il consenso delle persone, l'esperienza e tutto quello che noi abbiamo a disposizione.
Allora cosa significherà il management del rischio infettivo? Significherà che abbiamo necessità di rafforzare i sistemi di sorveglianza e di controllo con un approccio multidisciplinare.
Qua mi voglio riferire un attimino anche ai comitati per il controllo delle infezioni ospedaliere. Tutti quanti sappiamo che cos'è, ma forse non tutti sanno che il CIO sta per compiere 30 anni e che in molte realtà ospedaliere italiane funziona solo sulla carta.
La formazione corretta del personale e quando parlo del personale non mi riferisco solo agli infermieri. Una corretta politica nell'uso degli antibiotici e per quanto ci riguarda più da vicino dei disinfettanti.
anche qui ho l'impressione che ancora prima che le ditte abbiano inventato degli efficaci detergenti e disinfettanti assieme
noi ci stiamo dimenticando che una corretta disinfezione va effettuata su delle superfici pulite
cioè previa pulizia di quello che dobbiamo andare a disinfettare
naturalmente è necessario avere le risorse adeguate all'attività da svolgere
E quando parliamo di risorse, sempre di più dobbiamo svolgere lo sguardo verso la risorsa strutturale.
Noi che lavoriamo in sala operatoria sappiamo che 30 anni fa, io quando sono arrivata in sala operatoria, avevamo un armadio di strumentario imbustato.
Oggi abbiamo camere piene di strumentare imbustato eppure quando si vanno a ristrutturare le sale operatorie, salvo qualche sale operatoria che nasce come nuova, vengono applicati sempre quei requisiti che sono del 97, dove spesso non parlano di locali ma di spazi.
Allora ricordiamoci che lo spazio non è un locale, lo spazio può essere anche aereo come si dice.
Per cui anche lì dobbiamo cercare di metterci tutto l'impegno ed entrare in merito anche alla scelta delle risorse strutturali.
rimane importantissimo, anzi indispensabile ed è per questo che siamo qui oggi
il confronto tra le diverse esperienze nelle sale operatori di tutte le regioni e paesi
e quindi dobbiamo promuovere naturalmente il cambiamento
quindi cosa significa? Significa che è tradotto in pillole
se vogliamo ottenere dei risultati, risultati di qualità e che siano naturalmente misurati e misurabili
altrimenti non c'è qualità se non otteniamo uno standard da poter confrontare ed eventualmente migliorare. Dobbiamo avere chiari in testa gli obiettivi e naturalmente metterci tutto il nostro impegno.
Siamo arrivati alle conclusioni. Io probabilmente non vi ho detto nulla di nuovo e non c'è neanche nulla di nuovo nelle mie conclusioni perché sono sempre le stesse da anni.
Ma dato che io ci credo in questa professione, ci credo tantissimo, allora io dico che il nostro paziente chirurgico naturalmente ha diritto, però merita il massimo della nostra attenzione perché quando si affida alle nostre cure lo fa in condizioni completamente indifese.
Grazie a tutti per l'attenzione.
Ringraziamo Elena Melis per aver sottolineato un concetto, c'è la necessità di uniformare i comportamenti e soprattutto di condividere quelle che sono le buone pratiche, di condividerle però in maniera multidisciplinare.
Grazie.
mio ospedale, dunque mi è stato affidato questo compito, parlare del testo unico del
decreto legislativo 81 del 2008, sinceramente quando mi è stato dato questo compito sono
andato a vedere un po' la legge, 460 pagine, 700 pagine, però per me è stato costruttivo
perché un po' mi sono fatto una cultura sulla sicurezza, sulla prevenzione, su tutto, perché noi poi queste cose in ospedale ce le dicono o magari a noi ci hanno fatto una giornata di formazione,
proprio ai preposti, a tutti i coordinatori ci hanno nominato preposti per questa legge, in una giornata, in quattro ore di formazione ci volevano spiegare tutta la legge,
Ci hanno dato 200.000 informazioni in quel momento ma sinceramente a me di quella giornata non è rimasta assolutamente niente.
Questo decreto legislativo non è altro che l'attuazione dell'articolo 1 della legge 123 del 2007, parla in materia di tutela della sicurezza sul lavoro.
Un sommario è composto da 366 articoli, 13 titoli e 51 legati, titolo 1 ha le disposizioni generali, dal titolo 2 al titolo 11 ha tutte le disposizioni speciali per tutte le varie tipologie di lavoro, dal 12 dispositivo in materia penale e procedurale al 13 ci sono tutte le norme transitorie e finali.
La filosofia di questo decreto, negli anni 50 i primi decreti sulla sicurezza avevano la filosofia solo della protezione, cioè bisognava proteggere l'ambiente del lavoro o il lavoratore, si eliminavano e si riducevano i rischi sul posto di lavoro.
Negli anni 90 sotto una direttiva europea è venuta fuori la famosissima 626 con la filosofia della prevenzione, cioè il riconoscimento preventivo dei rischi e predisposizione delle misure per agire sempre sull'azione pericolosa, sempre a prevenire il rischio sull'ambiente del lavoro.
Invece nel 2008 nasce questo testo unico con la filosofia della programmazione e organizzazione della sicurezza, questo per conferire un'effettività ed efficacia all'azione di prevenzione.
predispone quei sistemi di controllo dell'efficacia e dell'efficienza nelle misure adottate
ripartizione intersoggettiva dell'obbligo di sicurezza e salute fra i ruoli delle linee gerarchico funzionali
cioè come vi dicevo prima l'azienda a noi ci ha nominato preposti a tutti i coordinatori
e ci ha formato e ci ha detto voi siete responsabili per quanto riguarda la sicurezza
che cosa fa ancora questo decreto legislativo?
abroga tutte quelle normative precedenti, è entrato in vigore il 15 maggio 2008
ma tuttavia le disposizioni relative ai rischi da stress e lavoro correlato
slittono al 1 agosto 2010, le disposizioni invece relative ai rischi di radiazioni
ottiche artificiali slittono al 26 aprile 2010 e le disposizioni relative ai rischi
dei campi elettromagnetici sono appena entrate in vigore.
Il capo 1 di questo decreto legislativo dà disposizione generale, il capo 2 parla
del sistema istituzionale, il capo 3 di gestione della prevenzione dei luoghi, poi ci sono
tutte queste sezioni che andremo a vedere più avanti. Noi prenderemo, naturalmente
non prenderemo tutta la legge in considerazione, andremo a prendere dei capi, capo 1, capo
2, capo 3 e parleremo per esempio del campo di applicazioni. Il campo di applicazione
di questa legge si applica a tutti i campi lavorativi, a tutti i tipi di contratti, anche
anche a quei lavoratori volontari va applicato questo decreto legislativo e a tutti i tipi di lavoratori.
Gli obblighi dell'attore di lavoro quali sono?
Si possono riassumere in due parole così, nomina delle figure preposte alla sicurezza e agli addetti dell'emergenza,
quello che ha fatto la nostra azienda, la formazione dei responsabili addetti a servizi di prevenzione e protezione,
la nostra azienda l'ha fatta ma l'ha fatta molto velocemente, la valutazione dei rischi, molto importante questa qua,
e l'informazione e l'addestramento di tutti i lavoratori.
Che cosa deve fare ancora il datore di lavoro?
Individuare e valutare i rischi per la salute e la sicurezza,
eliminare o ridurre i rischi alla fonte, sostituire i prodotti più pericolosi,
fornire la segnaletica di sicurezza e i segnali di sicurezza e di avvertimento.
Alcune volte noi vediamo nelle sale operatori dei gerolipsi attaccati ai muri oppure nei reparti
quelli l'azienda li mette perché è giusto che siano lì e forniscono delle notizie utili al personale di servizio.
Rispettare i principi ergonomici della concezione dei posti di lavoro nella scelta delle attrezzature,
predisporre la regolare manutenzione degli ambienti e attrezzature di imbiandi,
prevedere le misure di emergenza, ingenti, evacuazioni e progalmare almeno una riunione all'anno con i servizi di prevenzione e protezione.
La valutazione dei rischi come viene fatta e che cos'è?
La valutazione dei rischi va fatta anche nella scelta delle attrezzature,
cioè quando l'azienda compra, oggi nel mercato globale ci troviamo spesso a sentire parlare di materiale cinese
e purtroppo in ospedale si trova anche questo materiale.
Perciò l'azienda deve valutare bene i rischi, deve conoscere i rischi che possono portare al personale
ma al paziente stesso questi tipi di attrezzature quando le compra, perciò è responsabile dell'acquisto di queste cose.
Deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, i ricompresi quelli riguardanti i gruppi di lavoratori esposti ai rischi particolari, tra cui anche quei lavoratori collegati allo stress lavoro correlato.
La valutazione dei rischi deve essere immediatamente rialaborata quando? Cioè quando in occasione di modifiche del processo produttivo o dell'organizzazione del lavoro.
Per esempio a me è successo che in giro di un mese abbiamo acquistato un nuovo apparecchio per la laparoscopia, un 3D, l'abbiamo montato, abbiamo fatto le verifiche per i rischi, abbiamo fatto tutte le verifiche elettriche, dopo una settimana abbiamo cambiato il laparo insufflatore, abbiamo dovuto rifare tutte le valutazioni di rischio perché avevamo montato un nuovo laparo insufflatore.
In questo caso l'azienda è intervenuta tempestivamente dopo comunicazione all'ufficio tecnico prima di mettere in funzione il labbro insufflatore per rifare la valutazione dei rischi sia sull'apparecchio che sull'ambiente.
O a seguito di infortuni significativi, se su un ambiente di lavoro, una sala operatoria, un infermiere o un collaboratore si infortuna, l'azienda deve cercare di capire perché in quel momento si è infortunato e cercare di eliminare quel rischio per quell'infortunio.
Che cosa deve fare il datore di lavoro ancora? Individuare e valutare tutti i rischi, organizzare la prevenzione, richiedere da parte del lavoratore l'osservanza delle norme e fornire i dispositivi di protezione individuali, i famosi DPI.
Si intende per dispositivo di protezione individuale qualsiasi attrezzatore destinato ad essere indossato e tenuto dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciare la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
Non costituiscono i DPI gli indumenti di lavoro ordinari, le uniformi non specificamente destinate a proteggere la sicurezza del lavoro, per esempio ho scoperto leggendo questa legge che la pistola ai poliziotti non è DPI, non è uno strumento per protezione individuale, invece il giubbetto antiproiettile, ma la pistola non lo è, è uno strumento di offesa.
Il datore di lavoro ai fini della scelta dei DPI deve effettuare l'analisi e la valutazione dei rischi all'interno dell'ambiente di lavoro, in nostro caso la sala operatori, individuare le caratteristiche dei dispositivi che ci vogliono per quel tipo di ambiente di lavoro, valuta sulla base dell'informazione delle norme d'uso fornite dal fabbricante, cioè è importante sapere per che cosa il fabbricante ci fornisce quell'occhiale oppure quel camice.
quel camice
aggiorna la scelta ogni qualvolta
intervenga una variazione significativa
nell'elemento di valutazione
il datore di lavoro anche sulla base
delle norme d'uso fornite da fabbricanti
individua le condizioni di un DPI
dove deve essere usato
specie per quanto riguarda la durata
e l'uso, cioè un DPI
non dura tutta la vita, cioè un paio di occhiali
oppure una mascherina con i filtri
non hanno una durata di tutta la vita
cioè hanno una scadenza
e devono essere eliminate quando non hanno più la loro funzione.
Valuta anche l'entità del rischio, la frequenza dell'esposizione al rischio,
cambia la tipologia del DPI, le caratteristiche del posto di lavoro e le prestazioni del DPI stesso.
In ottemperanza, quando previsto dall'articolo 20, i lavoratori si sottopongono al programma di formazione e addestramento.
C'è obbligatorio che il lavoratore si sottoponga a questo programma di formazione per quanto riguarda l'articolo 81 del 2008.
I lavoratori che utilizzano i DPI messi a loro disposizione conformemente all'informazione ricevuta dall'adattamento
eventualmente organizzati e esplorati, cioè i lavoratori utilizzano questi DPI in base alle normative
e in base a quello che c'è nel libretto di informazioni.
I lavoratori poi ancora provvedono alla cura del DPI, cioè non è che prendono questi dispositivi e poi li abbandonano o non li curano.
Non vi apportano modifiche, alcuni di noi certe volte se prendiamo gli occhialini ce li facciamo come vogliamo, però non dovrebbero essere apportate modifiche a questi DPI perché se succede un incidente con un DPI modificato la responsabilità non è del DPI o dell'azienda ma del lavoratore che ha modificato questo DPI.
Al termine dell'utilizzo il lavoratore segue le procedure aziendali in materia di riconsegna dei DPI, i lavoratori segnalano immediatamente quando un DPI non funziona, i dispositivi per protezione individuale devono essere adeguati ai rischi da prevenire, cioè se io lavoro in sala operatoria devo avere dei dispositivi di prevenzione per quel tipo di lavoro,
Deve tenere conto delle esigenze ergonomiche, se lo devo indossare deve essere adattabile al corpo.
Dopo l'Istituto di Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro, quando è stato emanato questo decreto legge, ha avuto la necessità di rivedere le linee guide sulla sicurezza e sugli standard di lavoro.
che cosa dicono? In ambito di applicazione le precedenti linee guida sono finalizzate
ad orientare l'applicazione della normativa vigente nell'esercizio dell'attività sanitaria
nei reparti operatori, le stesse contengono caratteristiche ottimali e comunemente raggiungibili
per la progettazione e la realizzazione e la gestione di nuovi reparti operatori, però
nei reparti operatori assistenti al momento della pubblicazione delle precedenti linee
è opportuno garantire e verificare i parametri significativi di queste linee guida.
A noi l'azienda cosa ha fatto all'emanazione di queste linee guida?
Il nostro blocco operatorio è ormai di 40 anni, anche se oggi ho sentito che a Foggia Vendola inaugura il nuovo blocco operatorio.
Non lo so come, però ci ha mandato una lettera.
La direzione Medico Presidio ha fatto una bella cosa, noi abbiamo detto che si è parato il sedere, ci ha mandato una lettera che ha detto che voi in giallo operatori dovete avere il percorso sporco, il percorso pulito, la sterilizzazione così, il rasoio elettrico come diceva Elena per la tricotomia e tutto.
Vi posso dire che per la Sojeletka c'è una gara ferma da 4 anni e non ci comprano ancora Sojeletka, percorsi sporchi e percorsi puliti ce li siamo creati noi, ce li siamo inventati ma strutturalmente non esistono.
Allora noi abbiamo risposto, io personalmente ho risposto all'azienda, ho detto scusate voi vi mandate questa lettera però io in che modo posso mettermi in regola con queste, eh no vi dovete arrangiare e allora noi ci arrangiamo a modo nostro.
però anche noi a suo tempo ci siamo parati di sedere rispondendo per le rime e scaricando la responsabilità all'azienda per qualsiasi incidente.
Per i reparti operatori esistenti l'obiettivo di queste linee guida è quello di fornire uno strumento finalizzato a garantire e verificare i parametri significativi di un corretto funzionamento del complesso
igienico, impiantistico e strutturale, quello che dovrebbe essere naturale in tutte le sale operatorie o in tutti i posti di lavoro.
Adottare dove è necessario procedure e mezzi alternativi e compensativi per dimostrare efficacia ed è quello che ci siamo inventati noi, i percorsi alternativi ce li siamo inventati noi.
I requisiti riportati nelle presenti linee guida sono da considerarsi come ottimali e raggiungibili.
Quelli ottimali e raggiungibili sono caratteristiche strutturali, tecnologiche e generali, caratteristiche strutturali specifiche, caratteristiche tecnologiche specifiche e caratteristiche dei dispositivi medici e dei dispositivi elettromedicali.
La definizione di requisito igienico ambientale utilizzata fa riferimento alle condizioni igienico ambientali che si possono rischiare nell'ambito della struttura del blocco operatorio e che possono costituire un rischio per gli operatori, da un punto di vista generale tali rischi possono riferirsi principalmente ai seguenti ambiti, rischio da agenti fisici, da agenti chimici e da agenti biologici.
Per gli agenti fisici ci prenderemo in considerazione il microclima, l'illuminazione, le radiazioni ionizzanti, le radiazioni non ionizzanti ma sono state prese in considerazione anche dalle relazioni precedenti.
Degli agenti chimici il rischio che viene preso più in considerazione nel blocco operatorio è quello degli agenti anestetici.
Gli agenti biologici, anche questo è un rischio molto importante che viene preso molto in considerazione,
è il rischio per i preparatori sanitari di contrarre patologie infettive rappresentate da un problema di notevole importanza
in rapporto sia ai dati epidemiologici relativi all'incidenza di epatite B e C
sia alle possibilità di acquisire infezioni da HIV, da microbatteri e da altri batteri.
Il rischio biologico rappresenta uno dei rischi più rilevanti per chi opera in ambiente ospedaliero.
Per quanto attiene specificamente alle modalità espositive intrinseche del personale dedicato al blocco operatorio
si individuano in particolare il contatto con materiale biologico, il possibile inquinamento dell'ambiente aereo
perciò è importante il sistema di climatizzazione, la manipolazione di strumentazioni, oggetti, materiali
e potenzialmente contaminati. I possibili rischi li possiamo riassumere così, sangue, liquidi biologici,
taglienti, gas anestetici, microclima, infortuni da traumi, cadute, motivazioni di carico, elettroshock,
radiazioni ionizzanti, incendio e infezioni del sito chirurgico.
Questa è un po' di letteratura che c'è sul rischio e sulla sicurezza.
Operare in sicurezza, igiene, sicurezza e controllo ambientale.
Che cosa si fa? Il controllo degli impianti di condizionamento, la gestione delle apparecchiature e dei device e abbiamo visto bene prima la dottoressa che ci ha fatto vedere anche la checklist dell'Apollo 13, dispositivi di protezione individuale, sorveglianza ambientale e sanitaria, formazione e sensibilizzazione.
Importante è la formazione del personale di sala operatoria. Aspetti organizzativi e gestionali e checklist e procedure. Questi sono alcuni dei DPI più semplici che utilizziamo in sala operatoria.
Volevo puntualizzare che la mascherina che noi utilizziamo in sala operatoria non è DPI, serve solo a proteggere il paziente, come ha detto anche prima Elena, dalle goccioline.
Invece le mascherine che sono DPI sono queste qua sotto con i filtri.
Il ciclo lavorativo in sala operatoria, sempre per la sicurezza, c'è una fase 1 che è la sterilizzazione degli strumenti,
La fase 2 è l'intervento chirurgico, la fase 3 pulizia e disinfezione per la preparazione della sale e la fase 4 è la manutenzione di impianti di attrezzature.
Questo serve sempre a prevenire i rischi del paziente ma anche i rischi dell'operatore stesso.
Nella fase 1, nella sterilizzazione degli strumenti, poi ci sono delle sottofasi che sarebbero la decontaminazione, il lavaggio, l'asciugatura e il confezionamento.
Questo prevede dei rischi, la decontaminazione che rischi prevede? Se noi non usiamo i DPI possiamo avere l'esposizione di agenti patogeni come l'HIV, agenti fisici, vapore, se non sono asciugati bene la mancata sterilizzazione, se non confezioniamo bene gli strumenti avremo un'usura dei ferri degli strumenti.
I controlli quali sono che dobbiamo utilizzare su queste sottofasi, i DPI, la procedura di sanificazione e l'asterizzazione dei ferri e la validazione delle prove di verifica e delle autoclavi.
Nella fase 2 abbiamo anche qui un intervento chirurgico delle sottofasi, ammissione, preparazione e anestesia del paziente, la preparazione dell'equip, l'intervento chirurgico e il risveglio dell'admissione del paziente.
I rischi in queste sottofasi quali sono? L'esposizione ai gas anestetici, il rischio biologico, aghi, taglienti, contatto con questo materiale, rischio elettrico, rischio elettrico è altissimo con tutta la tecnologia che ci troviamo, rischio elettrico è molto alto e la movimentazione dei carichi stessi.
Il controllo, naturalmente i dpi da utilizzare sempre in qualsiasi tipo di intervento, condizionamento e aspirazione dell'aria per quanto riguarda i gas anestetici, il corretto impiego dei dispositivi e degli impianti e la formazione degli operatori.
Per esempio a noi l'ingegneria clinica nel nostro ospedale ha abolito tutte le ciabatte, noi non possiamo utilizzare nessun tipo di ciabatte, sono state abolite da qualche anno completamente.
La terza fase è quella della pulizia e disinfezione e preparazione della sala, anche qui delle sottofasi, la sanificazione tra un intervento e l'altro,
sanificazione al termine della seduta, pareti, pavimenti, attrezzatore cialitica, sanificazione prima della seduta, i rischi quali sono?
L'esposizione da agenti chimici, esposizione da agenti biologici e la carica microbica residua, il controllo di DPI, procedure di sanificazione e la formazione degli operatori
proprio sulla sanificazione.
La fase 4, attrezzature, macchine e impianti, anche questa prevede una sottofase.
Ventilatori polmonari, elettrobistri, monitoraggio parametri vitali, laproscopici, impianti elettrici,
impianti e trattamenti di ricambio dell'aria.
I rischi danni al paziente, naturalmente se un elettrobistro non funziona bene
oppure non abbiamo messo bene la placca ci possono essere dei danni al paziente.
Incendio, rischio di incendio dell'operatore è altissimo, rischio elettrico come dicevo prima
ed esposizione di agenti chimici, il controllo, intervento e manutenzione ordinaria e straordinaria,
checklist e verifica dell'impianto e attrezzatura, la checklist la troviamo dappertutto,
perciò è importante a inizio seduto fare la checklist, ce l'ha fatto vedere la dottoressa brillantemente
come la fanno gli ingegneri della NASA e non vedo perché non dovremmo farla noi nelle nostre sole operatorie.
Il monitoraggio ambientale è biologico, da noi il monitoraggio biologico lo facciamo, lo fa il laboratorio, ogni mese vengono a fare degli esami dell'aria e anche di tutti i super elettrici che sono in sala operatoria.
Mi avvio alle conclusioni, mi rifaccio a un discorso che ha fatto prima sia la dottoressa ma anche i colleghi che lo scambio di informazioni aumenta la sicurezza.
naturalmente se in un team operatorio ci sono dei conflitti
o la leadership non è in grado di mettere da parte questi conflitti
non ci sarà comunicazione e i rischi saranno aumentati
la probabilità di errore sarà altissima
e naturalmente la checklist è importante per evitare tutti questi rischi
grazie
ringraziamo Nicola Sanicandro
e invito Giorgia Zamboni
coordinatore infermeristico dell'endoscopia digestiva del Policlinico di Verona, a parlarci di endoscopia operativa e percorso chirurgico, ruolo e strategia organizzativa.
Grazie Loredana, buongiorno a tutti, non voglio essere ripetitiva però anche io mi sento di ringraziare il professor Palazzini per avermi invitata a questo evento anche per quest'anno e vorrei ringraziare anche la mia presidente, la presidente dell'associazione di cui con orgoglio faccio parte, la dottoressa Caputo.
Sono anche emozionata perché vi apro le porte di quella che è la mia nuova casa da un anno a questa parte.
Infatti non mi occupo più e solamente di sale operatorie ma anche di endoscopia digestiva.
Proprio per questo voglio cercare di farvi capire quali sono le similitudini che ci sono tra la sale operatorie e l'ambiente dell'endoscopia digestiva.
Siccome questo è un percorso nuovo, iniziamo con fare qualche breve accenno a quella che è la storia dell'endoscopia
L'endoscopia nasce nel 1881, quindi molti anni fa
I primi strumenti, i primi endoscopi che si usavano erano strumenti molto rudimentali
Sono strumenti rigidi, come vedete nel 1881 il primo endoscopio di Mikulis
per poi passare nel 1991 a degli endoscopi sempre rigidi ma leggermente incurvati,
arriviamo fino al 1941, Taylor inventa il primo endoscopio rigido però con punta flessibile.
Come appena visto possiamo capire che i primi strumenti erano completamente rigidi
e la cointroduzione era possibile solo incurvando in maniera molto particolare e traumatica,
aggiungere il dorso e la testa del paziente nel tentativo di mettere in asse l'esofago con la
faringe e la bocca. Però arriviamo al 1961 perché finalmente il 1961 rappresenta il compleanno
dell'endoscopia digestiva, anche perché quest'anno è importante sì perché nasce il film Colazione
da Tiffany, perché Kennedy viene nominato presidente degli Stati Uniti e perché il primo
uomo va nello spazio, ma perché per noi nasce il primo endoscopio flessibile, il primo
gastroscopio, quella che è l'evoluzione degli strumenti più moderni che usiamo ai giorni
nostri. Il 1961 rappresenta l'inizio vero e proprio dell'endoscopia digestiva, con
l'introduzione degli strumenti flessibili a fibre ottiche. Questo è un esempio di endoscopio
che usiamo oggi, questi strumenti sono flessibili e permettono movimenti up and down and left
Lo strumento viene poi collegato ad una colonna, immaginatevi la colonna laparoscopica all'interno della sala operatoria,
il cui cuore è rappresentato dal monitor, dal sistema di elaborazione delle immagini e dalla fonte luminosa.
Ecco un'immagine di una colonna che si usa all'interno delle nostre sale endoscopiche.
Come ho detto prima vi voglio aprire la porta di casa mia, la porta del Policlinico Veronese,
Perché per noi, questo è il policlinico dove lavoro, io dipendo dall'unità clinica di gastroenterologia, ringrazio i miei due professori, il professor Vantini e il dottor Gabrielli, e la mia è un'endoscopia digestiva che si occupa di gastroscopie, colonoscopie, ecoendoscopia, abbiamo una sala radiologica che poi vedremo nel dettaglio perché è proprio qui che possiamo fare un paragone tra sala operatoria e sala radiologica endoscopica.
Abbiamo una sala risveglio, una sala di disinfezione e di stuccaggio strumenti.
Allora riusciamo a vedere delle immagini, il corridoio con le nostre sale endoscopiche,
in basso una parte della sala del lavaggio, una sala dedicata alle gastro e colon,
una sala radiologica dedicata a quella che è l'attività proprio per noi radiologica
e una sala dedicata all'attività di ecoendoscopia.
Per capire gli esami che facciamo, nel 2010 abbiamo fatto 4828 esami, nel 2011 siamo un po' calati, abbiamo fatto 4699 esami però ci è aumentata come vedremo poi nel dettaglio l'attività radiologica e quella che è la parte di endoscopia operativa.
Voglio ricordare che noi dobbiamo rispondere ai fabbisogni dei pazienti ricoverati, di tutto l'ospedale e il policlinico
e dobbiamo rispondere anche a quelle che sono le esigenze degli utenti esterni.
Infatti il 30% dei nostri clienti è rappresentato proprio dagli utenti esterni.
Un'altra data che noi dobbiamo ricordare è il 14 ottobre nel 2010 e anche qui lo dico con orgoglio perché nasce da noi il Pancreas Center.
Siamo il terzo riferimento mondiale per la cura della patologia neoplastica del pancreas, proprio per questo da quando è nato questo istituto del pancreas e soprattutto l'anno scorso per noi le attività di endoscopia interventistica sono aumentate in maniera esponenziale.
Infatti dal 1 gennaio al 15 maggio, quindi ho cercato di essere abbastanza realistica, attendibile,
noi abbiamo già fatto 60 ecoendoscopie e dal 1 gennaio di quest'anno al 15 maggio 2012,
per cui fino a qualche giorno fa abbiamo contato ben già 153 interventi di RCP.
Però vediamo che cos'è questa RCP che io continuo a nominare.
Quando parliamo di RCP parliamo di sfinterotomie pancreatiche biliari, può essere una rimozione di calcoli endoscopica, di calcoli pancreatici o biliari, quando parliamo di RCP ci può essere un posizionamento di una protesi, un posizionamento endoscopico di protesi pancreatiche, parliamo di drenaggi endoscopici di pseudocisti pancreatiche,
metalliche oppure di sostituzione di protesi in plastica o anche la disostruzione di protesi
metalliche che impiantiamo. Ovviamente quando impiantiamo una protesi metallica questa non
la si può togliere, il paziente comunque in una fase terminale non può più essere
sottoposto ad un intervento di chirurgia demolitiva. Molto importante come lo è in sale operatori
è il ruolo dell'infermiere anche all'interno delle sale endoscopiche, soprattutto in quella
quella che è l'assistenza al paziente sottoposto a procedura per patologia biliopancreatica.
L'assistenza infermieristica è importante anche qui prima della procedura, durante la procedura endoscopica e anche dopo la procedura nella fase della dimissione.
Vediamo prima dell'esame, parte una parte di assistenza infermieristica indiretta, infatti l'infermiere cosa deve fare per prima cosa?
cosa? Deve verificare la presenza del consenso informato come per tutte le indagini, deve
verificare la presenza di esami ematochimici recenti, soprattutto hanno interesse alla
coagulazione e referto di esami radiologici, deve reperire un accesso venoso se non presente
e deve fare un controllo generale del paziente, vedere se ha protesi, monili e quant'altro.
Abbiamo visto che gli esami più importanti per noi sono l'ecoendoscopia e l'RCP.
Vediamo l'ecoendoscopia che cos'è.
È un esame, ci immaginiamo una colonna laparoscopica collegata ad un ecografo.
È una metodica che permette lo studio della parete dell'organo interessato e i suoi rapporti con strutture vicine.
In questo caso per noi può essere il pancreas.
e offre la possibilità di fare sia diagnosi cito-istologica e porta dei vantaggi terapeutici.
Esempio, possiamo fare dei drenaggi di cisti e dei drenaggi del dotto pancreatico.
Questo è un moderno ecoendoscopio e di solito durante una procedura,
oltre all'endoscopista e l'anestesista se richiesto, ci devono sempre essere due infermieri.
Un compito dell'infermiera in un primo tempo è quello di eseguire e garantire l'alta disinfezione dell'endoscopio
infatti a differenza della sala operatoria dove noi abbiamo le autoclavi
in endoscopia digestiva abbiamo le lava endoscopi che lavorano con acido peracetico
e garantiscono un'alta disinfezione dello strumento
anche perché lo strumento flessibile è molto delicato
ha un turnover elevato di esami per cui non potrebbe supportare e resistere sempre le alte temperature dell'autoclave
l'infermiere cosa deve fare durante l'ecoendoscopia prima della fase operativa?
Deve verificare e mantenere il perfetto funzionamento delle apparecchiature medicali, predisporre tutto il materiale necessario per la corretta e ordinata esecuzione delle possibili procedure che possono seguire durante indagini tipo la puntura di una cisti o dei prelievi di materiale e durante la procedura come ho già detto oltre all'endoscopista devono essere presenti sempre due infermieri.
L'anestesista dipende a seconda del caso e della collaborazione con il paziente.
Prima di iniziare proprio l'ecoendoscopia, l'infermiere deve accogliere il paziente
e verificare sempre la presenza del consenso informato, 4 occhi meglio di 2.
Deve monitorizzare i parametri vitali, aiutare il paziente ad assumere la posizione corretta sul fianco sinistro,
somministrare l'anestesia orofaringe, generalmente di PUF, 3 PUF di lidocaina
e posizionare il boccaglio per preservare comunque i denti del paziente
per evitare che lo strumento venga comunque morso e danneggiato dal paziente
e deve preparare e somministrare la terapia sedativa secondo l'indicazione dell'anestesista
durante l'endoscopia l'assistenza infermieristica è identica a quella di tutti gli esami endoscopici
che sono per noi operativi, quindi anche durante una colonoscopia con resezione di
polipi. L'infermiere deve occuparsi del corretto posizionamento del palloncino che va posizionato
sulla punta dell'endoscopio, il palloncino è comunque in lattice sterile e deve collaborare
con l'endoscopista durante l'introduzione dello strumento nella cavità orale del paziente.
Deve mantenere la corretta posizione della testa del paziente e predisporre tutto il
materiale necessario e assistere l'endoscopista durante la procedura che anche qui come in sala
operatoria le semplici cose possono diventare molto complicate e complesse da gestire. Dopo
un'ecoendoscopia se il paziente è stabile un infermiere, uno dei due infermieri si occupa
della dimissione del paziente, l'altro infermiere provvede prima al lavaggio manuale dell'endoscopio
e poi al lavaggio meccanico in alta disinfezione dello strumento e di tutti gli altri dispositivi
che sono stati riutilizzati e che possono essere riprocessati.
Uno dei due infermieri si occupa del riordino e ripristino della sala endoscopica
e uno dei due, quando libero, si occupa dell'archiviazione dei referti
e della gestione della modulistica per tutto quello che è il processo
e il percorso della rintracciabilità dei dispositivi utilizzati.
Dopo aver visto in breve questa ecoendoscopia
parliamo della parte più che somiglia a noi della sala operatoria,
la parte dell'RCP.
Quando parliamo di RCP parliamo di sfinterotomie, di rimozione di protesi, di posizionamento di protesi, di estrazione di calcoli nella via biliare e quant'altro.
Cerchiamo di vedere meglio in che cosa consiste questa RCP e quali sono i ruoli dell'infermiere in una sala endoscopica operativa.
Allora anche in questo caso nel caso dell'ARCP viene utilizzato uno strumento flessibile, un endoscopio che si chiama duodenoscopio con una visione laterale, è molto più delicato di un classico gastroscopio o un colonoscopio e presenta diversi canali operativi per poter fare diverse procedure che vedremo tipo il posizionamento di protesi, di palloncini.
Anche qui l'infermiere deve garantire che lo strumento che va a posizionare sulla colonna endoscopica sia stato riprocessato nel modo corretto, deve verificare e mantenere il perfetto funzionamento delle apparecchiature medicali e predisporre tutto il materiale che è tanto necessario per la corretta e ordinata esecuzione delle possibili procedure.
Vista la complessità qui dell'indagine, per noi è l'esame più complesso, durante la procedura oltre all'endoscopista e in genere un medico che aiuta l'endoscopista, devono sempre essere presenti due infermieri.
Qui alcuni dispositivi che sono sempre necessari quando noi iniziamo una RCP, vediamo il primo uno sfinterotomo, usiamo dove possiamo tutto materiale monouso, delle guide che servono all'endoscopista a farsi la giusta strada, dei cestelli di dormi e dei palloncini per la rimozione di calcoli,
a volte penso al palloncino, mi sembra di vedere un palloncino che noi utilizzavamo in sala operatoria per i fogarti
e tutti questi strumenti vengono introdotti nell'endoscopio, quindi passano dalla bocca del paziente
per poi arrivare nella cavità interessata, in questo caso nella papilla.
Altre guide, ancora palloncini e delle protesi, le protesi che vi dicevo prima, le protesi metalliche e le protesi di plastica.
Le metalliche come già detto una volta messe non possono invece più essere rimosse a differenza di quelle di plastica, una protesi metallica solo la protesi ha un prezzo di circa 700 euro contro una protesi di plastica che più o meno da gare varie regionali può avere un prezzo di 200-250 euro solo la protesi, poi a queste vanno aggiunte tutte le guide, sfinterotomi e quant'altro.
Qui sono alcune immagini di come è una protesi una volta che è stata impiantata, vedete che sono protesi che hanno una notevole capacità di movimento, riusciamo a vedere anche un'immagine radiologica dove si vede il giusto posizionamento della protesi.
e infine l'ultima foto è una foto che abbiamo fatto con lo strumento, con il duodenoscopio
vediamo una protesi impiantata nel modo corretto che sta già iniziando a scaricare della bile
delle altre immagini, quello strumento che vedete in primo piano è il nostro duodenoscopio laterale
non riesco a farvi vedere dalla punta laterale escono poi tutti gli accessori
che l'endoscopista fa passare dalla bocca del paziente
Durante la RCP due infermieri hanno dei ruoli diversi, uno è considerato l'infermiere leader, immaginiamoci nella sala operatoria l'infermiere strumentista, l'altro senza uno a togliere è il secondo infermiere, ossia immaginiamoci l'infermiere circolante di sala operatoria.
L'infermiere leader in questo caso durante una RCP operativa lavora in stretta sinergia con il medico endoscopista, proprio come lo strumentista con il primo operatore.
Esegue lui, sotto indicazione dell'endoscopista, l'iniezione del mezzo di contrasto e manovra sempre la guida.
Anche qui sembra una banalità dire che esegue l'iniezione di mezzo di contrasto,
però se il mezzo di contrasto viene somministrato in un modo troppo veloce o troppo lento, con troppa forza e intensità,
rischiamo di causare delle pancreatiti al paziente.
Oppure se manovra la guida, questa guida viene manovrata nel modo sbagliato, non c'è quel rapporto di collaborazione endoscopista-infermieri-leader,
si rischia di andare incontro a una perforazione, quindi poi il paziente dalla sala endoscopica si trova all'improvviso dentro una su un letto operatorio per essere sottoposto a una laparotomia d'urgenza.
partecipa a seconda dell'indicazione alla rimozione di protesi biliari o pancreatiche
utilizzando accessori dedicati
che possono essere come abbiamo visto l'immagine di prima, basket, palloncini da estrazione
partecipa alle dilattazioni pneumatiche o meccaniche del tratto biliopancreatico in caso di stenosi
e partecipa al posizionamento di protesi e drenaggio sondini a seconda dell'indicazione
Il secondo infermiere collabora più che con il medico endoscopista con il medico anestesista, visto che la RCP comunque viene sempre in sedazione profonda, preparando e somministrando la terapia endovenosa.
In sala quindi di RCP lavorano sempre due equip, l'equip endoscopica e l'equip anestesiologica.
Utilizzando un linguaggio molto semplice lui sta sempre alla testa del paziente per tenere il capo ruotato nel modo giusto e per aiutare a tenere lo strumento nella posizione giusta.
e quando servono accessori, immaginatevi di vedere l'infermiere circolante in sala che offre il materiale su richiesta all'infermiere strumentista.
Al termine dell'esame, quando il paziente è stabile, attiva tutte le procedure per il trasporto del paziente nell'unità di degenza.
Anche se la procedura avviene in modo corretto, il paziente deve sempre seguire un periodo di osservazione non inferiore alle 48 ore
E gestisce tutta la modulistica relativa alla rintracciabilità dei dispositivi utilizzati.
Quando noi rilasciamo sul referto, lo mettiamo in cartella del paziente, sul referto c'è sempre indicato il tipo di strumento che è usato.
Ogni endoscopio ha un numero di matricola che è unico, chiamiamolo una dichiarazione dell'avvenuto processo di alta disinfezione con il nome dell'operatore che l'ha eseguito
e tutta la rintracciabilità dei dispositivi, sia monouso che pluriuso, che sono stati utilizzati.
A volte succede, da noi questo non è frequente, che in caso di calcolosi della colecisti
anche l'equipe endoscopica venga chiamata a collaborare in sala operatoria per eseguire una RCP.
Ci sono dei vantaggi. I vantaggi dell'RCP eseguita in sala operatoria sono che si utilizza una tecnica di rendezvous,
quindi le due equip lavorano insieme. Una guida viene posizionata in una prima fase all'interno del dottocistico dal chirurgo,
quindi succede che la guida esce dalla papilla, l'endoscopista introduce lo strumento laterale passando dalla bocca
e con un'ansa particolare cattura questa guida e con la guida all'interno del canale operativo poi dello strumento
si ha una tecnica di incannulamento della via biliare che è pari al 100%.
Il rovescio della medaglia è che come tutte le cose oltre a dei vantaggi ci sono anche degli svantaggi, che spesso la qualità della colangio intraoperatoria è scarsa, vi sono casi di calcolosi importanti intraepatica, casi di calcolosi della via biliare principale, calcolosi che non sono estraibili endoscopicamente,
Sicuramente una difficile organizzazione pratica perché comunque anche l'equipe endoscopica deve andare in sala operatoria, posizionarsi, portarsi la sua colonna, i suoi strumenti e tutti gli accessori e poi l'equipe endoscopica deve stare in attesa della chiamata in sala operatoria perché quando arriva la chiamata bisogna sempre comunque correre ed essere disponibili perché la sala operatoria ha priorità su tutto.
Questa è un'immagine di quella che è, ho cercato di non far vedere il viso del paziente, è un'immagine di una RCP avvenuta in sala operatoria, come è posizionato il paziente, l'endoscopista con i due denoscopi in mano e l'infermiere che collabora, l'infermiere leader, indicato prima, che collabora attivamente con l'endoscopista.
Ho fatto vedere dei filmati, chiedo alla regia di aiutarmi a far vedere il primo filmato, spero che il nome del paziente sia stato oscurato, nel primo filmato dovremmo vedere il posizionamento di una protesi biliare di plastica,
questo era un paziente che era eterico
questa è una visione che è stata ripresa dal duodenoscopio
questa è la protesi che esce montata su guida
che esce dallo strumento laterale
e questa è la nostra protesi di plastica che viene impiantata
questo genere di protesi è comunque estraibile
vediamo che inizia già a drenare e a scaricare
e dopo aver visto, vedete che fuoriesce già del materiale
quindi la protesi è stata impiantata correttamente e il paziente nel giro di poche ore dovrebbe già avere dei benefici dall'intervento avendo un abbassamento della bilirubina.
Una volta posizionata la protesi e vedendo che scarica correttamente, si tolgono gli accessori che possono essere guide, sfinterotomi, spingiprotesi dall'endoscopio e la procedura termina.
e faccio vedere una parte di un secondo filmato
chiedo sempre
un secondo filmato aiuto alla regia
dove si impianta una protesi
metallica, paziente neoplastico
con neoplasia localmente avanzata
alla testa del pancreas
itterico
sempre utilizzo del duodenoscopio
con visione laterale
e attraverso l'utilizzo della guida
viene montata questa protesi espandibile
adesso dovremmo vedere
credo, l'espansione della protesi, questo è lo sfinterotomo attraverso il quale l'endoscopista si fa una via,
ecco la protesi, non so se riuscite, si vede?
Questa è una protesi metallica e adesso vedrete che esce tutto del materiale,
no, non si vede niente però, vediamo dei colori, capiamo che da lì drena correttamente, esce della bile.
Infine un'altra procedura, sempre denominata nella famosa RCP, l'estrazione di calcoli biliari,
Vedete tutto il materiale che esce, era una paziente settica, tra un po' vedremo uscire oltre a bile materiale vario dei calcoli, sembrano molto grossi perché abbiamo una visione ingrandita.
ecco questi sono pezzi di calcoli che vanno abbiamo visto casi di calcolosi
anche anche comunque più più importanti esce ancora ancora roba e si può dallo
strumento e dagli accessori utilizzati lavare per cui si può fare anche una
curata pulizia utilizzando dell'acqua sterile
grazie dei tre filmati un attimo solo perché adesso ovviamente l'infermiere di
di endoscopia. È un po' diverso il ruolo dell'infermiere di endoscopia da quello di
sala operatoria perché ovviamente si adatta e si deve inserire in un contesto diverso,
però anch'esso necessita di un adeguato bagaglio di conoscenze culturali prima che di destrezza
manuale. Deve avere un'approfondita conoscenza dei quadri radiologici normali e patologici
per un'immediata comprensione degli aspetti che si vedono all'immagine radiologica. La
La formazione dell'infermiere, l'infermiere di endoscopia come l'infermiere di sala operatoria
necessita di una particolare formazione, è difficile standardizzare se un mese, due mesi, tre mesi o sei mesi
perché ovviamente i tempi di apprendimento cambiano da persona a persona
e sono molte le variabili che incidono nella formazione.
Le variabili possono essere determinate dalla capacità personale dell'operatore,
Dalla capacità del tutor medico ed infermieristico al quale l'infermiere è affiancato, dalle risorse della struttura organizzativa e perché no, da come abbiamo visto nelle relazioni precedenti, molta importanza viene data al lavoro di gruppo.
chiudo concludendo mettendo due immagini
alle quali sono molto affezionata
nella prima vediamo un'indagine endoscopica
una sala endoscopica
nell'altra la sala operatoria
ho avuto la fortuna
chiamo fortuna di poter lavorare
in tutte e due le sale
e mi sento di dire che sia nella sala endoscopica
che nella sala operatoria
è molto importante il lavoro di gruppo
infatti dobbiamo sempre ricordare
quali sono i principi di responsabilità
della medicina d'equip, perché noi sempre
lavoriamo in equip, dobbiamo ricordare
la divisione degli obblighi tra i componenti
l'autoresponsabilità
tenente alla propria comprensione
e il principio dell'affidamento
con questo vi ringrazio
non sono mai riuscita a fare
una foto collettiva a tutto il gruppo
perché tra reperibilità, agenti in ferie
e recuperi ore, però io devo molto
a tutto il gruppo, come devo molto
alla mia formazione negli anni precedenti
un ringraziamento va anche
anche al personale con il quale lavoro tuttora.
Grazie Giorgia Zamboni. Adesso abbiamo qualche minuto per aprire il dibattito,
a prefittiamo della presenza dei relatori per fare eventuali domande.
La parola a voi, nessuna curiosità? Bene, se non ci sono domande io sento la necessità di riassumere
questa mattina formativa con tre parole chiave che sono sfida, miglioramento della comunicazione,
e condivisione. C'è ancora la necessità quindi di diffondere quella che è la cultura
della sicurezza e quella di applicare quelli che sono gli standard e le raccomandazioni
per la sicurezza che deve rimanere a tutti gli effetti uno dei pilastri della sanità
italiana. Grazie a tutti noi. Grazie per l'attenzione.
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