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10° CORSO PER INFERMIERI DI SALA OPERATORIA 2° SESSIONE LA FORMAZIONE AVANZATA DELL’INFERMIERE DI SALA OPERATORIA: MODELLI DIDATTICI A CONFRONTO Presidente: P. Mariani (Roma) Moderatori: E. Thiene (Padova) Il modello didattico veneto R. Zanotti (Padova)
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Carissimi colleghi, bentrovati. Mi rendo conto, sono Eleonora Tiene, devo moderare la sezione seconda della giornata.
Mi rendo conto che avete avuto una mattinata estremamente impegnativa, però è anche vero che l'orario dedicato a questa seconda sessione non solo è impegnativo perché è l'orario centrale della giornata,
Ma abbiamo anche voluto raccogliere quelle che sono l'espressione di una professionalità e quindi le presentazioni fatte da docenti estremamente importanti sul territorio nazionale
che ci vengano un attimo a consigliare, dire, suggerire qual è la situazione oggi dell'infermiere, in particolare dell'infermiere di sala operatoria e quali possono essere, a cominciare dalla conoscenza di base, cioè formazione di base, l'evoluzione futura.
Io mi auspico che questi concetti escano assolutamente da queste tre presentazioni. Sono stata informata che il dottor Massai non sarà presente, ciò non toglie che nell'orario previsto della sessione noi manterremo la nostra presenza.
Mi auspico anche che i vostri colleghi con i vostri messaggini, perché lo state usando troppo il telefono per essere all'interno di un convegno, vengano sollecitati a rientrare.
Ciò detto, lascerei la parola al dottor Zanotti, che è il nostro primo relatore di questa sessione, presidente del corso di laurea magistrale e vicepresidente del corso di laurea triennale, nonché professore nella disciplina all'interno dei due corsi dell'Università di Padova.
Il modello didattico veneto della formazione, dottor Zanotti.
Io ringrazio dell'invito perché è un po' un'occasione che si rinnova questo incontro con l'associazione infermieri dell'ambito proprio chirurgico che mi fa anche ricordare sempre e lo ricordo con molto piacere che il mio ingresso nella professione infermieristica è stato come infermiere di sala operatoria, strumentista, successivamente poi transitato in un'altra realtà come infermiere di anestesia.
quindi credo di averle vissute abbastanza queste realtà e di ricordarle molto bene.
Oggi mi trovo ad esercitare un diverso ruolo e a giocare un diverso gioco che però evidentemente è molto correlato
ed è molto strategico perché riguarda il presente del futuro prossimo di questa professione.
Quindi che cosa stiamo immaginando, cosa riusciamo a fare, che cosa stiamo progettando, verso quali direzioni andiamo.
Il titolo che mi è stato chiesto di introdurre è un po' ambizioso, tant'è vero che anch'io mi sono chiesto se abbiamo noi in Veneto un modello didattico veneto.
Non lo sapevo in realtà, ma diciamo noi abbiamo due università, una è quella di Padova che appartiene al profilo delle grandi università come dimensione, una è quella di Verona che appartiene al profilo delle medie università come dimensione che purtroppo non dialogano molto e vanno avanti su linee assolutamente indipendenti.
Non è neanche così negativa la cosa perché permette anche un maggiore dibattito, diversità di idee, di iniziative e altre cose.
Quindi quello che io tendo a esprimere è un po' quello che stiamo facendo, cercando di fare all'interno dell'Ateneo di Padova, che copre però l'80% della regione del Veneto e che quindi davanti a questo è un po' egemone nel definire la sua offerta formativa.
Io partirei da due o tre elementi perché è chiaro che se noi parliamo di infermiere di sala operatoria o infermiere chirurgico il primo termine è infermiere e quindi noi non ci occupiamo della formazione tecnica ma ci occupiamo della formazione professionale.
Rimane un professionista e il suo destino e le sue traiettorie di sviluppo sono profondamente legate al ruolo che l'infermiere ha nel sistema dei servizi.
Quindi tanto più noi sviluppiamo questo ruolo e lo rendiamo significativo, tanto più potranno essere identificabili e diventare significative le sue specializzazioni.
Questo porterebbe poi a un elemento che è quello quali specializzazioni, quali percorsi di carriera perché sono strettamente connessi, se non ci sono specializzazioni non ci sono percorsi di carriera, c'è solo l'anzianità, non c'è la contrattuazione di quelli che sono i master o le altre cose.
Per cui abbiamo questo grande buco che riguarda la clinica. L'infermieristica non ha una sua clinica al di fuori di una clinica di tipo generale e generalistico, che è quella che appartiene all'abilitazione professionale. Sto dicendo sul piano formale, sul piano del riconoscimento con tutto quello che ne consegue.
Però due parole le spenderei perché dobbiamo effettivamente trovare anche il gusto e il piacere di confrontarci su alcune cose, siamo d'accordo tutti, è importante essere competenti, abbiamo sentito che nelle relazioni di prima è un dovere essere competenti, è un dovere nei riguardi della società,
però quali sono le richieste di competenza che vengono dall'ambiente, qual è il riconoscimento di competenza che viene dall'ambiente,
sono sempre elementi che girano attorno a loro.
Quindi come lo vediamo, come lo concepiamo questo infermiere?
Questo è importante perché va a definire poi il progetto formativo e l'offerta didattica.
Ed è evidente che ci troviamo in un paese che se ha 50 corsi di laurea sono 50 corsi di laurea caratterizzati da 50 spesso visioni diverse.
Quindi noi addirittura abbiamo messo in cantiere l'altro anno su sollecitazione della conferenza nazionale dei corsi di laurea abbiamo messo in cantiere un'iniziativa per scoprire che offerta formativa fanno le università perché ogni università gode di propria indipendenza.
Quindi quando noi diciamo il profilo dell'inferniere sottacciamo il fatto che la costruzione di quel profilo è un atto indipendente spesso frammentato in un'offerta molto variegata che fa un singolo Ateneo.
Il secondo elemento è quello dei criteri, cioè quando noi andiamo a definire questa offerta e vediamo come abbiamo ragionato noi a Padova, con quali criteri abbiamo cominciato a lavorare.
E il terzo è quali sono gli elementi caratterizzanti, quindi che tipo di infermiere vogliamo produrre, ci impegniamo a produrre, con quali prospettive questa infermiere va incontro poi a un post base.
E quindi è evidente che su questo si gioca i prossimi 10-15 anni almeno della professione, perché se calcoliamo i tempi.
Allora il primo elemento dicevo è quello della filosofia, cioè noi produciamo un profilo, un operatore caratterizzato da delle competenze,
da delle capacità che devono essere spese in quale contesto.
E su questo poi abbiamo fatto delle scelte anche abbastanza pesanti, ci hanno costretto a fare dei confronti anche abbastanza impegnativi.
La nostra prima idea è che è un professionista del nursing, non è banale dire questa cosa perché identifichiamo un ambito altro dalla medicina
e su questo cerchiamo di identificare un campo su cui si possano calare precise responsabilità e precise connotazioni di ruolo.
Quindi non è un operatore di medicina, è un operatore di nursing, però la medicina esiste e con la medicina si correla continuativamente.
Nel definire il nursing identifichiamo una relazione diretta con l'assistito, è su questo che lo connotiamo ed è per questo che noi ci teniamo molto a dire se ho un infermiere deve esistere una relazione con l'assistito, se non c'è una relazione con l'assistito io non ho bisogno dell'infermiere.
Giusto per capire anche le differenze tra gli ambienti tecnici fortemente tecnologizzati, ad esempio in un laboratorio, io sostengo che bisogna applicare il modello europeo che per fare i prelievi, per accogliere i campioni di sangue che vengono analizzati in quel laboratorio, nell'ambulatorio di ingresso, nessuno migliore del tecnico di laboratorio lo dovrebbe fare.
Come si fa in tutto il mondo, non è che ci devo mettere un infermiere per fare i prelievi di sangue.
Quindi questa è una logica, l'infermiere non si collega a delle operazioni, si collega a delle persone, a dei pazienti, a dei soggetti.
Su questo si giustifica un ambito poi di attività umana di aiuto, che non è un manesimo generico.
Vuol dire una capacità di un soggetto di fare operazioni che sono utili ad un altro soggetto.
E quindi si esplica in interventi che poi possono essere di supporto o possono essere di sostituzione o sostegno, su questo abbiamo circa 90 anni, 100 anni di storia moderna, contemporanea, non è che siamo antichissimi, siamo antichissimi come dimensione sociale ma come dimensione professionale partiamo intorno al 910, 920, quindi siamo all'interno di questa costruzione ancora molto giovane, ancora molto per certi aspetti in via di ulteriore definizione.
Questo è un ambito ben preciso, quindi se noi usciamo da quest'ambito perdiamo di vista il core del suo ruolo, della sua identità e non lo faccio a caso di stressare questa dimensione perché lo sto facendo a infermieri che operano in un ambiente molto chirurgico, molto medicalizzato, molto per sua natura medico evidentemente.
quindi la seconda dimensione però che lo caratterizza e che va a definirne aspetti importanti del ruolo
è che l'infermiere si relaziona con il medico e si relaziona con il servizio
quindi non è vero che tutta la sua attività è dedicata a un paziente
anzi è altrettanto vero che in modo sostanziale l'infermiere è collegata ad un medico
ed è collegata ad un medico su due dimensioni fondamentali
che è il monitoraggio, i processi collegati alla diagnosi e quelli che sono gli interventi di erogazione di cura.
Ecco, l'atto chirurgico è un momento di erogazione di cura, quindi l'atto di assistere all'intervento chirurgico
è un atto di supporto al medico nell'erogazione della cura, poiché l'atto chirurgico è una cura.
Quindi su questo, giusto per essere precisi nelle nostre terminologie, è un ambito di attività funzionale a processi di diagnosi e cura
con cui non dobbiamo ragionare in termini ideologici, cioè è giusto, è sbagliato, no, sono le dimensioni che caratterizzano l'agire di un professionista
che ha un ambito proprio tra lui e un paziente e ha un ambito che si collega ai processi più generali di cura della medicina e dell'attività del medico.
Questa è la sua caratteristica. Per certi aspetti questa caratteristica lo differenzia da tutte le altre figure nell'ambito professionale sanitario, che ne abbiamo circa 19 come figure di base in Italia, 18-19 per questo educatore professionale che per certi aspetti rimane ancora misto.
Quindi è una figura caratterizzata da ambiti di indipendenza, autonomia dal punto di vista proprio di identità e di ruolo ma anche di ambiti di forte collegamento. Io non uso la parola collaborazione perché secondo me è inappropriata perché quando la si usa nel mondo anglo-sassone la collaborazione è giuridicamente definita con precisi ambiti di responsabilità e la troviamo solo sul nursing avanzato che non abbiamo in Italia.
Quindi qui nell'Italia si dovrebbe parlare di supporto, cioè è un'attività di supporto, se il chirurgo non opera non c'è attività che tu possa fare, è molto precisamente definita, con ciò non intendo dire che il supporto è stupido, è sciocco, non è importante perché se non hai supporto non puoi operare.
E' evidente che è un discorso di assoluta interdipendenza, quindi anche qui bisogna essere molto chiari, io ci tengo sempre a dirlo anche agli studenti fino al primo anno, guardate che non esiste l'autonomia nei sistemi sanitari, esiste l'interdipendenza, è da qui che nascono tutti i problemi, perché è dalle interdipendenze che emerge l'esigenza di definire le responsabilità e gli ambiti.
perché se esistesse un soggetto autonomo non ha bisogno di nessun altro, fa tutto lui.
Voi citatemi i casi dove esiste un soggetto che sia totalmente autonomo nel sistema sanitario.
Giusto per chiarirsi sulle terminologie, perché a volte poi fanno parte di una certa moda, di una certa tradizione.
Quindi su questi due elementi noi andiamo a caratterizzare l'assistenza infermieristica.
Voi capite che un quesito che ci potremmo chiedere subito è
ma l'infermiere strumentista classico fa assistenza infermieristica, è all'interno del suo ruolo, esercita un'attività che è appropriata per la sua connotazione professionale.
Quindi raccomando sempre, non facciamo mai risposte facili, basate su ideologie, perché c'è sempre complessità dentro nelle cose, le soluzioni sono sempre molteplici.
Quindi è evidente che da qui noi deriviamo l'ambito di applicazione.
Quando noi abbiamo ragionato su, vogliamo creare un infermiere che sia un infermiere adatto ai tempi moderni,
da che cosa sono caratterizzati i tempi moderni?
Dalla grande dinamicità che è introdotta dallo sviluppo tecnologico e dallo sviluppo scientifico.
E voi lo sapete molto bene perché prima si parlava di robotica.
E' evidente che se io preparo un infermiere a un ambiente chirurgico che è quello di 40 anni fa non saprebbe neanche capire che cosa c'è in quell'ambiente lì.
Però siamo anche consapevoli che il grandissimo sviluppo tecnologico sta guidando spesso lo sviluppo delle professioni.
Prendete i laboratori, prendete le radiologie, è giusto per capirci.
Quindi qui bisogna stare attenti perché c'è una dimensione tecnologica importante ma non è tutto però, questo bisogna tenerlo molto vivo.
Quindi ragionando su questo abbiamo cercato di capirci su alcuni elementi fondamentali su cui possiamo comunque dibattere se volete anche all'infinito.
Quindi chi è l'infermiere come punto di partenza? È un soggetto, un professionista, perché è così definito nel sistema delle norme, che è in grado di erogare cura.
Anche qui bisognerebbe capirsi se l'assistenza è cura, perché c'è un ambito in cui l'assistenza può diventare cura.
Però oggi come oggi nel sistema giuridico italiano, quando noi parliamo di interventi di cura, parliamo di interventi medici.
Tant'è vero che discutevo anche prima con la coordinatrice in cui si diceva che c'è un collo di bottiglia da cui non si riesce a uscire,
Non esiste la prestazione infermieristica identificata all'interno del sistema sanitario che renda possibile eliminare tutta una serie di storture. Prendete i pronti soccorsi con i codici bianchi, se noi potessimo avere che l'infermiere fa la firma e dimette il soggetto avremmo risolto un sacco di problemi, ma non lo può fare perché non c'è un atto che possa essere attuato determinando conseguenze che non comporti una firma medica.
ma giusto per capirci sui paletti e sulle situazioni che esistono.
Il secondo elemento è però un professionista che dovrebbe essere in grado di educare l'autocura
e quando io dico educare non intendo l'insegnamento e basta perché può essere un processo molto complesso
cioè è in grado di operare per una maggiore indipendenza dei soggetti
e voi capite che se sviluppiamo il discorso dell'autocura rendiamo possibili anche percorsi chirurgici molto rapidi
perché se noi potessimo dimettere soggetti
in grado di farsi loro tutta una serie di attività
nel momento che vanno a casa
riduciamo i tempi di degenza
eccetera eccetera eccetera
sono tutte cose correlate
noi non siamo ancora come in alcuni paesi
che c'è tutta la terapia iniettiva
indovenosa che se la può fare i pazienti a casa
da solo
perché c'è una tecnologia di supporto
non avendo queste tecnologie
noi siamo all'operatore che gliela deve fare
però possiamo rendere capaci
e creare una serie di sistemi
possiamo renderlo capace di valutare capacità e fabbisogni e infine organizzare processi e attività di cura e di assistenza.
Ecco, su questo ultimo si vede molto la figura di un infermiere che transita da strumentista, io dico sempre che è un termine anche per certi aspetti da abbandonare perché non si può collegare un profilo professionale a un'attività tecnica.
Io lo vedrei di più come infermiere di chirurgia, non so, lo caratterizzai per un'utenza, per una casistica, per dei processi, insomma.
E allora su questo noi possiamo vedere una figura professionale post-base anche.
Quindi ci deve essere una complessità di processo in cui lui si deve poter gestire qualcosa di una certa utenza, di una certa casistica.
E su questo possiamo ragionare.
Con quali criteri?
Il primo elemento non è facile, è semplificare, perché la tendenza che si ha sempre è rendere complesse le cose semplici.
Noi abbiamo lavorato con la logica di dire lasciamo stare la chincaglieria, lasciamo stare le stereotipie,
siamo partiti dicendo l'infermiera, la visione olistica, ma sono tutte storie.
cioè andiamo a vedere l'essenza delle cose
e ragioniamo su un impegno anche sociale molto preciso
io ti produco come infermiere laureato
capace di fare che cosa
ma devi esserlo veramente però capace
non è che lo scriviamo e basta
quindi questo è un impegno molto preciso
e su questo ci giochiamo anche
sull'importanza poi del ruolo
razionalizzare il romanticismo
tu mi devi dire che se diventi capace
ecco l'esempio di prima
di educare una persona
Non si tratta di belle cose che tu sai raccontare, si tratta che il soggetto diventa capace, diventa diverso da come era prima. Quindi richiede abilità precise, tecniche precise, metodiche precise. Siamo in un campo in cui diciamo non farà tutto, non si occuperà di tutti. Diciamo di che cosa? Si occuperà con la capacità di intervenire.
Qual è la soglia minima? Abbiamo ragionato per soglie minime, perché altrimenti diventa tutto idealistico. Noi non produrremo mai l'infermiere perfetto. Definiamo qual è l'infermiere accettabile.
Come dicono gli americani quando fanno l'esame di abilitazione per infermiere.
Qual è il profilo che garantisce che tu non farai danno al paziente nell'assistenza?
Dopodiché potrai solo crescere da lì.
Quindi noi garantiamo un profilo che è il profilo minimo garantito però.
Ecco, questo è importante.
Studente da subito contributivo.
Nel nostro modo di pensare, nel nostro modello, a fine del primo anno lo studente è in grado di attuare tutti gli interventi che vengono richiesti da un infermiere in un ambito ospedaliero.
Quindi è evidente che noi partiamo con la sala operatoria già dal primo anno, per capirci.
E tra l'altro siamo diventati anche molto attrattivi perché riceviamo molti studenti finlandesi e svedesi dove invece non inseriscono in sala operatoria se non dopo laureati.
Quindi su questo punto abbiamo fatto una scelta molto importante. L'integrazione multiprofessionale. Io ho tra l'altro la fortuna di essere anche docente del corso di laurea di medicina e titolare per una consistente fetta del tirocinio di medicina e quindi riesco a integrarli insieme e posso avere gli studenti di medicina che imparano l'assistenza che fa l'infermiere e devono proprio relazionarsi con l'infermiere.
Quindi è importante costruire dei sistemi in cui si insegna come lavorare in gruppo, come sviluppare capacità di fare squadra e voi sapete in sala operatoria tutto si gioca anche se non è vero spesso che è un'equipe, è un gruppo di lavoro che può avere anche gerarchie molto rigide al suo interno.
Noi dobbiamo rendere capaci i soggetti di rapportarsi gli uni agli altri con la logica del team, con la logica del mutuo, non semplice rispetto, ma stima professionale.
Questo è un concetto importante.
E poi importante è il coinvolgimento della comunità professionale.
Noi non possiamo educare infermieri se non abbiamo una fortissima partecipazione degli infermieri.
Quindi quando noi li inseriamo in sala operatoria è perché abbiamo gli infermieri della sala operatoria che partecipano dal primo momento alla progettazione del loro percorso formativo e hanno responsabilità ben precise.
Noi non vogliamo avere studenti che si mettono il camice e stanno lì a guardare l'intervento chirurgico, ma vogliamo avere studenti che capiscono che ruolo ci si gioca lì dentro, che contributo si dà come infermieri.
Questa è una sfida non da poco, non si può vincerla se non ci sono gli operatori, i professionisti di quell'ambito.
E infine obiettivi perseguibili, basta con le grandi frasi a effetto, con le belle frasi, l'operatore che riesce a fare, no, diciamo effettivamente che cosa ci impegniamo a perseguire.
Abbiamo dovuto, ci è costata qualcosa come cinque anni di dibattiti direi quasi sanguinosi.
E' chiaro che il mondo medico più di tanto non gli interessa questo tipo di dibattito, il dibattito è molto interno alla categoria, per cui quando andiamo formalismi, retorica negli obiettivi, trovavamo delle descrizioni dove gli infermieri ci dicevano nei reparti, ma io non capisco che cosa vengano qui a imparare gli studenti, perché ho elenchi lunghissimi, questi obiettivi scritti in modo formalmente ineccepibile,
ma nella sostanza non si capisce che cosa vogliono dire, che senso abbiano.
Quindi semplificare al massimo, abbiamo detto che cosa sarà sicuramente in grado di fare.
Se tu mi dici che sarà infermiere, beh, deve essere in grado di fare su piano tecnico,
un prelievo lo deve saper fare, un elettrocardiogramma lo deve saper fare,
utilizzare in modo sterile un strumento chirurgico lo deve saper fare.
E quindi definiamo elementi su cui facciamo il controllo rigoroso
e su cui andiamo a vedere effettivamente se lo sa fare e su questo poi possiamo crescere ancora di più.
Quindi abbiamo trovato la lenta assunzione di indipendenza operativa, abbiamo trovato che nel percorso formativo
si cominciava a pensare che tanto un neolaureato deve dedicare un altro anno per essere operativo o affidabile.
ma questo è il gioco delle tre carte
se tu sei un neolaureato
devi essere operativo
in grado di garantire capacità
a quale livello
ma lì la devi garantire
la stessa cosa l'abbiamo portato
sulla laurea magistrale
e la portiamo all'interno dei master
quindi il laureato deve essere competente
in che cosa
e abbiamo definito i profili in che cosa
ecco noi ci aspettiamo
che se c'è da fare una puntura esplorativa
o un piccolo intervento chirurgico in ambulatorio o in un reparto di leggenza, un neolaureato sappia prepararlo e sappia assistere.
Certamente non ci aspettiamo che sappia strumentare in sala operatoria, perché su questo è prevista una formazione sul campo, tutorata, successiva.
Quindi è per capirsi. Il tirocinio è la dimensione critica dove effettivamente si spende l'80% delle chance di apprendere capacità come performance e quindi su questo abbiamo investito molto, abbiamo creato un modello che è sostanzialmente diverso dalla tradizione e poi farò vedere in che modo stiamo ulteriormente evolvendo.
Quindi una formazione professionale che è coerente con lo stato della conoscenza scientifica perché noi sappiamo, a partire da Benner, ma lei a sua volta utilizzava studi di psicologi del lavoro di 30 anni prima,
prima, eccetera, eccetera, che se noi non offriamo occasioni reali, se noi non gli permettiamo di toccare con le mani, di guardare direttamente, di vedere se facendo una cosa produce quell'effetto, di vedere se la cosa che è avvenuta è quella che lui si aspettava, nella realtà è un apprendimento che vale poco, che dura poco, che non determina reale competenza.
Quindi partiamo dall'esperienza concreta, per capirci io posso avere lo studente di primo anno che viene addestrato a fare il primo giorno di tirocinio e non mi interessa niente che gli insegnino l'apparato circolatorio perché sono per me non correlati, quello che è la performance di una pratica richiede delle regole e delle descrizioni precise e va tutorato dall'esperto, questa è formazione sul campo.
Dopodiché possiamo riflettere finché si vuole e rifletteremo ancora meglio se tu l'esperienza l'hai fatta reale, anziché parlarne in teoria in aula e dopo vedere che cosa succede.
Se io ti parlo di intervento chirurgico e non sei mai entrato in una sala operatoria, sei svantaggiato rispetto al soggetto che l'abbiamo inserito dentro, gli abbiamo reso possibile osservare cosa succede e giocarsi in qualcosa e dopo tornare fuori e riparlare di sala operatoria.
Quindi grande importanza all'esperienza reale monitorata, strutturata, non lasciata a caso, non buttata lì così, non studente utilizzato.
Quindi l'osservazione riflessiva, la concettualizzazione, la sperimentazione ci porta alla competenza.
Ecco che da lì abbiamo creato quindi quello che poteva essere un'idea complessiva, un modello vero e proprio, anche per il governo di tutta la formazione applicata.
E quindi abbiamo cominciato a dire con una sperimentazione longitudinale che è durata tre anni monitorando i risultati e comparandoli con quelli degli altri corsi, delle altre sedi che non seguivano questa sperimentazione se effettivamente ne valeva la pena.
Devo dire che abbiamo avuto risultati che hanno superato le nostre aspettative, ma il risultato principale è stato il consenso della comunità professionale.
Noi siamo arrivati ad avere gli infermieri che seguivano gli studenti prima come peso
e dicevano basta non datemene di più, non ne ho tempo da occuparmene,
agli stessi soggetti che arrivavano e ce ne chiedevano di più.
Perché si trovavano soggetti con cui potevano interagire,
che davano una mano, che partecipavano, con cui potevano relazionarsi.
Ecco, uno studio, più di tanto adesso non mi dilungo, è durato tre anni e siamo andati a vedere.
Gli esiti di questi studi sono stati recepiti ed è diventato il modello formale di riferimento, quindi Padova segue questo modello, proprio sulla base degli risultati ottenuti.
Abbiamo differenziato i ruoli e il tutto si sviluppa su tre linee principali, non sono esattamente tre anni ma sono tre linee.
si parte dal primo livello
istruzioni precise, applicazioni, prodotti
quindi dobbiamo avere un qualcosa
che è definito sul piano tecnico
che è definito nella sua procedura
se io devo insegnare come ci si lava le mani
prima dell'intervento chirurgico
è una procedura definita
e quindi su questo io posso sottoporlo subito
all'apprendimento della procedura
naturalmente con supporto dell'esperto
e con tutor coordinatore
come dicevo non sono lasciate al caso queste cose
passa a un secondo livello
dove cominciamo a esporgli i casi, è evidente che adesso io non parlerei più di strumentazione
ma parlerei di perisurgery, parlerei di soggetto con rischio rispetto a un soggetto che non ha rischio,
la differenza tra un intervento in cardiochirurgia con un bambino rispetto alla cardiochirurgia dell'adulto,
perché mi spiega tanti elementi su cui la casistica mi fa la differenza,
la capacità di produrre delle ipotesi, di fare delle scelte, di fare delle applicazioni,
vedere degli effetti e poi un terzo livello, casi, problemi.
Ecco, il terzo livello è il più complesso da raggiungere, lo lasciamo proprio alla fine,
perché è preparatorio alle specializzazioni successive.
È molto difficile trovare ambienti adatti dove realizzare il terzo livello,
perché è proprio quello dove si realizza l'assistenza terapeutica,
Cioè l'infermiere mette in atto interventi di terapia propria e quindi occorre anche tutto un sistema, ma su questo stiamo lavorando adesso e vi dirò qualcosina come nuove cose.
In tutti e tre i livelli sono previste applicazioni specifiche, quindi c'è un'esercitazione precisa su casi reali con applicazioni e verifica dei risultati.
E' chiaro che qui abbiamo costruzioni di insiemi, è come dire sai fare tutti gli interventi tecnici, adesso gli interventi li colleghi a situazioni, a casi e nel terzo livello aggiungi qualcosa di tuo.
Qua si entrerebbe nella progettazione, quindi quello che può essere l'affidamento di responsabilità all'infermiere nella gestione di risultati su casi.
Questo è come si presenta effettivamente il percorso e come vedete si correlerebbe con quello che dicevo prima a questi livelli, una perisurgery, un'anestesia, io vedo molto il collegamento tra perisurgery e anestesia con la possibilità per l'infermiere di giocarsela su questi ruoli, non legato ad un ruolo tecnico, non c'è futuro nei ruoli tecnici.
e difatti anche la Germania adesso viene avanti in maniera molto importante
nella definizione dei ruoli tecnici per sostituire l'infermiere
mi confrontavo con colleghi che sono presidi di facoltà di nursing americana
due giorni fa sullo sviluppo del nursing anesthetist
che voi sapete che è la figura che ha guadagno più elevata nel mondo
e effettivamente mi confermava una tendenza che è partita dal Canada
sta passando negli Stati Uniti
che è degli anestesisti che si riprendono
la loro prassi
quindi c'è un momento di messa in discussione
di quelli che erano i profili
se volete che erano
entrati di più nella dimensione medica
con la tendenza
della medicina di riprenderseli
visto il successo e lo sviluppo che hanno avuto
e nello stesso tempo
un mancato approfondimento
e sviluppo di quella che era
la differenza dell'infermiera rispetto al medico
e quindi uno dei risultati
è stato l'aumento della confusione
non l'aumento della chiarezza
noi su questo stiamo abbastanza attenti
noi diciamo
su questo
grande correttezza
noi non vogliamo avere
rispetto a come si ragionava anche da noi
10-15 anni fa
le operazioni sono di serie
a gestire il paziente di serie B
non conta niente, sul piano delle
competenze tu devi saper fare
le une e devi saper fare le altre
Per noi è inaccettabile che si possa laureare un soggetto che non sa fare operazioni tecniche richieste alle infermiere, è inaccettabile, non può essere che uno dice facciamo questa operazione e l'altro dice ma sei un infermiere, questo è l'aspetto del cittadino, ma nello stesso tempo non è su questo che si gioca tutto il suo futuro e la dinamica della sua crescita.
Quindi dobbiamo immaginare una scala. Adesso stiamo ridiscutendo il ruolo dei master e su questo abbiamo delle proposte di innovazione, vedremo se portare la base da tre anni a quattro.
la mia posizione su questo
è vero
noi possiamo dire l'allunghiamo
però porterei, anticiperei
l'abilitazione al secondo anno
prevedendo
un terzo anno già di indirizzo
e la possibilità di dargli una specializzazione
sul quarto, quindi produrre
profili sostanzialmente superiori
perché non c'è
dubbio
si vedo che discutete molto
ma
immagino
forse non è interessante
ciò che dico magari
se è interessante ciò che dico
non capisco perché parlate
perché se parlate non potete ascoltare
quindi è logico
la contraddizione
ma anche se sappiamo tra di noi
che quando c'è argomento su cui riflettere
tutti si mettono a parlare
però ecco queste sono strategie
che stiamo discutendo a livello nazionale
a livello nazionale ci si sta rendendo conto
che è insostenibile la laurea sul triennio, vengono avanti le richieste di portarla a quattro
e la posizione che abbiamo noi a Padova, mia in particolare, io non aumento la base
se non gli do qualcosa di più, quindi per me qualcosa di più è caratterizzare il profilo
su un ambito già di tipo un po' specialistico e abilitarlo magari prima
perché questo ci rende possibile un tirocinio molto più approfondito,
Non abbiamo più i vincoli di un soggetto che non ha nessuna abilitazione. Questo sarebbe il modello finlandese. Loro li abilitano sul secondo anno in modo da poterli impiegare come tirocinio al terzo con meno vincoli, meno paletti.
Quindi potrebbe, se voi pensate, la sala operatoria cominciare a dire non avere l'infermiere studente che guarda e basta ma poterlo inserire e poterlo alla fine laureare o dargli questa specializzazione che gli certifica 400 ore di attività come pilota, hai volato 500 ore, sarà diverso da uno che ha volato un'ora.
Quindi entrare su questo tipo di ragionamenti.
Naturalmente noi abbiamo visto l'indispensabilità di avere la partecipazione degli infermieri operanti attribuendogli dei ruoli che non sono ruoli solo formali, sono anche di responsabilità, a cui riconosciamo ore di straordinario, crediti sul campo, perché poi sono loro che ce la gestiscono la qualità della formazione tirocinio.
Se noi non abbiamo infermieri che si impegnano su questa cosa è tutto illusorio, quindi quando io ti inserisco in una terapia intensiva, in un'area dell'emergenza, in una sala operatoria, io dipendo dalla qualità di questi infermieri, io dico come corso di laurea, io personalmente, e quindi su questo noi abbiamo visto la necessità di farli crescere ma di mantenerli fortemente collegati.
Cioè noi ti relazioniamo ogni tre mesi sui risultati che stiamo ottenendo, ti facciamo avere il feedback dagli studenti, vieni da noi a presentarci non solo le tue esigenze ma anche cosa tu proporresti di diverso e di innovativo.
Quindi una comunità, l'idea della comunità professionale.
Ecco alcune riflessioni naturalmente a questo punto che possono essere collegate proprio alla specificità dell'ambiente chirurgico.
la sala operatoria è un ambito che può essere visto come tecnico
se viene collegato solo ad attività
ma anche di processo se è collegato al paziente
io credo che l'infermiere non debba perdere il suo legame col paziente
in nessun caso e a nessun costo
se voi osservate i ruoli tecnici sono tutti in crisi
il tecnico di laboratorio viene messo in crisi dallo sviluppo tecnologico
che avrà sempre meno bisogno dell'operatore umano
cioè voglio dire noi vediamo in sale operatoria in un ambiente ad esempio universitario di ospedale
dove abbiamo gli specializzanti sempre di più
io ho avuto gli studenti al secondo anno di medicina
quando li abbiamo inseriti in sala operatoria
li hanno fatti vestire subito e assistere al chirurgo
quindi è un problema questo qui dove tu non hai una specificità tale che ti renda non sostituibile
sostituibile tu sei per definizione nel momento che il tuo ruolo è tecnico è sostituibile quindi
dove sta la vera il nucleo di identità culturale sta proprio in un rapporto col paziente di qualche
tipo per cui vi invito veramente e credo che molti di questi di voi siano molto più avanzati di me
su questo piano no un'idea di percorso dove tu gestisci un percorso tu puoi anche strumentare
un giorno ma c'è un giorno in cui tu ti occupi del paziente in cui fai altre cose perché se il
il tuo ruolo è collegato al tavolo operatorio vestito.
Prima o dopo si trova il robot anche per te, per capirci.
Naturalmente è per drammatizzare, ma è per capirci.
È la tecnologia che va a determinare i suoi bisogni,
non sono i professionisti che la controllano.
E quindi su questo quale vedete il tecnico,
si vuole essere infermieri tecnici o si vuole essere infermieri professionisti
con ambiti di autonomia.
È evidente che il processo dell'intervento chirurgico è un processo medico, su questo c'è poco da spendere, tu ti puoi collegare con diversi livelli di utilità, indispensabile, utile, ma non sei indipendente da questo processo, non puoi avere un'indipendenza.
E quindi è evidente che su questo se si vuole avere uno sviluppo che vada verso un domani di specializzazione riconosciuta, di un ruolo con una sua carriera, di prospettive anche di libera professione e altre cose, bisogna andare su un nucleo di attività che abbia degli ambiti di maggiore indipendenza, che la possa connotare.
Ecco, quindi su questo si va poi a caratterizzare il ruolo possibile. Vedete, su questo siamo sempre lì. Se vi cambiano la tecnologia della sala operatoria vi cambiano le attività e la competenza richiesta. Quindi bisogna essere consapevoli che sì, puoi seguirla, puoi essere sempre più pertinente con questa, ma sei determinato, non sei determinante.
E ripeto, è un discorso di consapevolezza questo, non è che poi ci si può anche trovare. Io la vedrei molto così. E guardate che oggi un peri-surgery forse si può allargare a tutta l'area dell'intensività.
Io non vedrei male un infermiere specialista che mi passa da un'area di anestesia, di terapia intensiva a un'area di sala operatoria per casistiche, per tipologie casistiche, tipologie chirurgiche, non che mi passa dall'oculistica all'otorino o alla cardio, ma per tipologie di casistica, perché può avere una competenza che cresce con la sua esperienza, con una maggiore capacità anche di valutare le complessità dei casi.
Che sviluppi stiamo cercando di introdurre? Sembrerà a tanti un'idea vecchia, chi ha una certa età ricorda le unità didattiche, in realtà è sostanzialmente diversa, stiamo cercando di collegare realmente il corso di laurea all'assistenza che viene erogata.
In che modo? Avendo il governo dell'assistenza che viene fatta in un'unità.
Stiamo introducendo le cosiddette unità didattica integrata, con dei progetti finalizzati con le unità locali sanitarie o con ospedali universitari.
In queste unità, che possono anche essere sale operatorie, possono anche essere ambienti di servizio, introduciamo un sistema che non è stereotipato, non è preso da ciò che esiste semplicemente nella letteratura,
ma viene governato direttamente dal mondo universitario proprio, che lo studia, lo perfeziona, gli dà il feedback e quindi è in grado di dire quanto quella parte che voi vedete, un po' più violetto, quanto interventi di nursing che si sommano agli interventi di cura medica determinano risultati e sulla base di questo definire diversi profili di utilità, di efficacia degli interventi.
Noi offriamo lo studio, il metodo, gli strumenti, loro li mettono a punto e sulla base di questa si va a determinare i cambiamenti necessari.
Quindi voglio dire che tutte le scelte di assistenza che abbiamo fatto lì dentro provengono direttamente dal mondo universitario, dal corso di laurea.
Non ci sono medici, non ci sono primari, non ci sono altri perché sono quelli di provenienza ed è totalmente governato dagli studenti con un organico minimo infermieristico, diciamo sono studenti che si ruotano 24 ore tutti i giorni dell'anno, abbiamo dovuto introdurre tutta una serie di modifiche,
però abbiamo studenti di terzo, di secondo, di primo anno, i studenti del terzo hanno responsabilità, sono anche insegnanti e gli infermieri hanno un ruolo esclusivamente di supervisori e di garanti della qualità dell'assistenza e di tutela del paziente.
Costruiamo su questo dei database di monitoraggio che ci permette appunto di misurare gli esiti,
di dare feedback e di introdurre un sistema virtuoso di ricerca continua applicata alla clinica,
nel mondo del nursing, nel mondo della professione.
Ecco, questo stiamo cercando di farlo sull'onda di quello che già si fa in ambienti all'estero,
ma che non abbiamo mai trovato in Italia.
Ecco, per avviarmi proprio una conclusione,
noi abbiamo un impegno di educare a essere professionisti
essere professionisti significa dare un contributo
guardate che risponde alla domanda molto semplice
quanto conta l'infermiere in questa società
per la salute che ha, per la salute che potrà avere
qual è l'impatto, qual è il peso relativo che possiede
quindi su questo è opportuno non perderlo di vista questa dimensione
tu conti nella misura in cui sei socialmente utile
quindi bisogna aumentare l'apporto che l'infermiere dà
ai processi, ai risultati, non semplicemente alle attività, ma proprio ai risultati,
altrimenti questi rimangono sempre invisibili.
Quindi noi abbiamo imparato questo e questo cerchiamo di non dimenticarlo.
Il primo elemento è non aver paura che lo studente impari troppo.
Anche quando abbiamo anche nei master, lo studente ci dice, ma potrei fare questo,
tu puoi fare tutto quello che non è contro la norma,
che non è contro il sapere che tu possiedi perché provocheresti danno,
ma che è sviluppo di te come competenza
quindi non bisogna avere paura di imparare troppo
bisogna avere paura dell'ignoranza
non di aver imparato tante cose
non rassegnarsi però all'incompetenza
noi dobbiamo avere dei soggetti
che imparano e non è banale
imparano ad imparare
perché oggi tu sei outdated
sei mesi dopo
il giro dell'aggiornamento scientifico
è di sei mesi
quindi nel momento in cui tu esci dal percorso formativo
se non hai
Hai un atteggiamento di cura della tua competenza,
tra sei mesi e un anno sei già vecchio dal punto di vista culturale.
Noi dobbiamo creare dei professionisti che si mantengono aggiornati,
però anche non accettare l'incompetenza, non accettare l'ancellarità.
Io ho avuto un feedback da questi studenti di medicina con il loro tirocino strutturato,
alla fine mi dicono, ma siamo colpiti perché noi notiamo spesso infermieri
che hanno un atteggiamento subordinato anche quando il medico è molto disponibile nei loro confronti.
Da dove viene l'atteggiamento subordinato?
Viene da tutto un discorso di una cultura, un retaggio, una tradizione,
un modo di fare, di organizzare i sistemi all'interno dei servizi.
Questo è un elemento da togliere.
Cioè dobbiamo avere infermieri che non si sentono gratificati perché hanno fatto bene un'attività,
si sentono gratificati
perché hanno reso possibile un risultato
un prodotto, quindi dobbiamo avere
dei soggetti che sono consapevoli
di essere dei professionisti
che non può essere una parola vuota, stereotipata
ma è piena di contenuto
quindi le competenze
grazie, non voglio tediarvi di più
grazie professor Zanotti
sicuramente mi aspetto che ci siano
parecchie domande
nella seconda parte
della mattinata
Io mi sono abbastanza rispecchiata in quello che lei ha detto perché parto da una professione che ha avuto l'educazione già 40 anni fa, quindi ho notato con immenso piacere perché non sempre pur vivendo il mentor dall'altra parte o l'esperienza dell'infermiere esperte,
si coglie come anche la scolarità, l'università sta cambiando il modello infermieristico che ci sta proponendo,
sperando che questo riesca ad avere un'immagine sociale completamente rivalutata rispetto a quella che è invece l'attuale immagine.
Mi auspico da parte vostra parecchie domande perché spunti di riflessione ce ne sono stati.
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