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12° CORSO PER INFERMIERI DI SALA OPERATORIA 1° SESSIONE QUALITA' e INNOVAZIONE Moderatore: L. Cappelli (Bari) La qualità in sala operatoria: meccanismi operativi e di integrazione D. Trinca (Roma) Innovazione tecnologica, comunicazione e lavoro in equipe. Il punto di vista del chirurgo. F. Tricarico (Foggia) Comunicazione e riduzione dell'errore in sala operatoria. Ruolo dell'anestesista G. Carravetta (Bari) Innovazione tecnologica: cosa cambia per l’infermiere S. Bianchi (Rimini) L'esperto risponde
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Buongiorno a tutti, benvenuti. Scusate la voce, ma in questi giorni è stata dura.
Praticamente vivo qui dentro da lunedì mattina, quindi correnti d'aria in continuazione,
quindi raramente metto la giacca, tengo il maione con il cappotto perché è veramente freschino.
Comunque diciamo che il vantaggio di farlo al mese di novembre è quello che riusciamo ad abbattere i costi
delle camere e degli alberghi, che insomma è sempre positivo.
Il prossimo anno sarà anche peggio con il giubileo, le cose, faremo né più né meno come a Milano che erano schizzati prezzi a cifre folle, iperboliche.
e vi volevo ringraziare
non ho qui la diapositiva degli sponsor
ma se vedete sul programma
gli sponsor c'è uno sponsor
ma c'è anche un altro sponsor
che è la Paroscopic
ma in realtà la Paroscopic siete voi
che con la vostra quota di iscrizione
che è pari all'80%
di voi
si iscrive personalmente
e questo mi fa molto piacere
voi come colleghi chirurghi
tutti quanti date la possibilità
a questo congresso di sopravvivere
perché le aziende parlano
parlano però un conto
andare a SIC, a COI
e un conto andare al Palazzini
come dicevamo poco fa, tutti non è che
dicono vado al congresso di chirurgia
dell'apparato digerente ma vado al Palazzini
perché dopo 30 anni
che faccio questo congresso
ho iniziato nell'85 che ero un ragazzino
appena, non dico
neo laureato ma neo specializzato
e neo assistente all'università
alla Sapienza, ho incominciato il congresso
sulle suturatrici meccaniche che tutti dicevano ma io sono un grande chirurgo quindi il vestito, le anastomosi le faccio dal mio sarto personale e invece poi adesso si sono convertiti, tutti usano le suturatrici, tutti stanno usando i troker, monouso possibilmente, quindi fondamentalmente se avevo 30 anni allora avevo ragione, avevo visto magari 30 anni prima di loro.
Questo per me è un aspetto positivo, voi sapete che io prima di iniziare gli studi di medicina ho fatto il bianco di ingegneria anche con discreti risultati perché c'era una media del 27, quindi questa passione, questo imprinting mio personale verso la tecnologia mi ha portato a fare diverse cose, a modificare le suturatrici.
le compagnie ci hanno fatto i soldi
io invece ero giovane quindi
sprovveduto e non ho
capito che magari se facevo i brevetti
io invece che darli a loro
sarebbe andato meglio
comunque sono contento, soddisfatto
di come sono andate le cose
la dimostrazione che in tutti questi anni
vengono tante persone
e permettetemi di dirmi
forse è uno dei congressi più seguiti da tutti
solamente ieri ci sono stati
5.000 collegamenti su internet
La gente è collegata per vedere i 12 canali streaming, quindi sono soddisfazione perché sapere che oltre a voi che siete presenti in aula ci sono delle persone che ci seguono su internet e che rimangono magari 1, 2, 3 ore a vedere quello che sta avvenendo qui nelle aule di Roma fa sempre piacere.
C'era una collega che diceva che qualche anno fa ha vinto un telefonino, voi sapete che noi cerchiamo di migliorare il nostro congresso, facciamo una specie di quiz con i messaggini sui sms, continueremo anche questa mattina, oggi pomeriggio, per sapere cosa pensate e come possiamo migliorare.
Poi se volete potete sempre scrivere a palazzinichiocciolalaparoscopic.it e dare i cosiddetti consigli utili.
Quest'anno è il dodicesimo corso di aggiornamento per gli infermieri di sala operatoria.
Voi sapete che io ho sempre creduto su questa fusione chirurgo-infermiere e anche, stiamo incominciando a farlo capire anche agli anestesisti,
che forse anche loro fanno parte della sala operatoria, quindi queste tre categorie si devono unire per cercare di dare il meglio di se stessi, sia per migliorare la qualità di vita dentro la sala operatoria e sia per darla anche al malato.
Quindi vi ringrazio molto per essere venuti, ringrazio Maria che la stilo in continuazione per il programma che gli dico bisogna essere più veloci, più celeri e devo dire che lei ha sempre delle belle iniziative, delle belle idee e in più mi supporta anche se io sono un po' pesante perché vorrei la perfezione su tutto.
E quindi mi scuso con lei se qualche volta ho insistito per avere le domande per le CM, perché qualche relatore, voi o come altri relatori, magari le mandano in ritardo.
Poi devo supplire io, il progettista di questo congresso sono io, da come fare i collegamenti, scegliere le dirette, scegliere un pochino tutto, quindi diventa un peso un po', anche perché fondamentalmente dovrei fare il chirurgo e anche il papà, visto che ho un figlio di sei anni e mezzo e una figlia di cinque anni.
Quindi le mie vecchie passioni di macchine rosse, però avete visto che porto gli ingegneri della Ferrari, quindi non è finita del tutto, poi vedremo come andranno le cose. E cedo la parola a Maria e grazie a voi tutti.
Intanto benvenuti, grazie al professor Palazzini. La nostra non è una collaborazione di facciata ma è realmente una collaborazione a dimostrazione di un rapporto di stima professionale e anche di amicizia.
Siamo contenti che c'è stato qualcuno che per primo, già da molto tempo, aveva capito che non è più possibile parlarsi per scompartimenti, cioè chirurghi tra di loro, infermieri tra di loro, ma abbiamo bisogno invece di parlarci e affrontare le questioni insieme.
C'è ancora molto da fare perché ci sono ancora delle sacche di resistenza con alcune società scientifiche che pensano di detenere il sapere e non invece di condividerlo con i più stretti collaboratori che sono quelli con cui quotidianamente hanno a che fare.
AICO ci ha sempre creduto e la mission dell'associazione, anzi quanti non ci conoscono e hanno intenzione di saperne di più, fuori c'è una segreteria AICO a vostra disposizione dove potete chiedere informazioni, conoscere quali sono i nostri progetti.
Rubo soltanto qualche minuto per dire che ringrazio anche il professore perché il programma che quest'oggi condividerete con noi non ha assolutamente nessun tipo di condizionamento.
E' realmente partorito e fatto da infermieri che vogliono condividere il loro sapere, le loro conoscenze con altri professionisti.
Quindi, anzi, questa prima sessione ha la triade perfetta, infermiere, chirurgo, anestesista e quindi siamo in linea con quanto abbiamo appena detto.
Quindi ancora un grazie a voi, so che tanti altri colleghi avrebbero voluto essere qui però ovviamente le sale operatorie non possono andare deserte, molti di noi stanno collaborando a quelle che sono le riprese in diretta e quindi è come se la nostra mano lunga è lì a far sì che tutto proceda per il verso giusto.
Quindi io vi ringrazio, continuate a seguirci, non so fino a quando sarà per voi interessante, aspettiamo dei suggerimenti perché siamo sempre qui aperti a qualsiasi iniziativa, a qualsiasi necessità e buona giornata a tutti, grazie.
E do la parola alla moderatrice.
Buongiorno a tutti, iniziamo con la prima sessione che è una sessione dedicata alla qualità e innovazione
dando la parola al primo relatore che è la dottoressa Daniela Trinca, coordinatore di sala operatoria di San Giovanni Roma
con una relazione, la qualità in sala operatoria, meccanismi operativi ed integrazione
Buongiorno a tutti, ringrazio il comitato scientifico e la presidente AICO
Saluto tutti voi e i colleghi in collegamento che sono nelle altre aule.
Iniziamo la giornata parlando di qualità e non è un caso che forse in un momento di tale crisi anche nel sistema sanitario invece ricontinuiamo a sottolineare il fatto che anche all'interno delle sale operatorie si debba parlare di qualità.
una qualità definita da Donna Bedian
come gli operatori che la erogano
che effettuano gli interventi
che il progresso delle conoscenze scientifiche
indica come capaci di produrre gli effetti desiderati
sottolinea i valori morali
la massimizzazione dei benefici
a fronte dei rischi e che generi soddisfazione
soddisfazione sia negli operatori poi
che al cliente
parlare di qualità in un'azienda sanitaria
non è facile perché l'azienda sanitaria è riconosciuta all'interno di tutte le altre
aziende come una delle più complesse per diversi frattori. Innanzitutto produciamo
dei prodotti che non sono tangibili, quindi più difficilmente misurabili, poco standardizzabili,
hanno una domanda variabile perché pensate, io lavoro in un ospedale di Roma, quindi pensate
a noi con il giubileo, non abbiamo una domanda che rimarrà costante, sicuramente avremo
un picco rispetto all'afflusso per il giubileo. C'è la presenza di un grande fattore umano
che sono professionisti e che quindi hanno un alto grado di autonomia. L'aumento della
tecnologia, mentre nelle altre aziende diminuisce la complessità del processo produttivo, l'aumento
della tecnologia per noi rende più complesso poi il procedimento chirurgico e c'è una
scarsa distinzione tra ruoli professionali e ruoli direzionali. Quindi pensiamo alla
nostra complessità, siamo passati da sale operatorie di questo tipo, sono foto del mio
ospedale quindi anche con un certo affetto, a una sala operatoria di tutt'altro genere.
Quindi abbiamo bisogno di strumenti sia operativi che integrativi per generare qualità. Quali sono
questi strumenti? Prima di tutto sono le linee guida, i protocolli e le procedure. Linee guida,
quindi raccomandazioni di comportamento clinico prodotte mediante un processo sistematico con
lo scopo di aiutare operatori e pazienti a decidere le modalità assistenziali più adatte
in specifiche circostanze. Hanno diversi obiettivi, rendono più efficienti l'uso delle risorse, riducono
la variabilità del comportamento, fanno agire su un'efficacia documentata e possono anche essere
assunte come regole d'arte in caso di controversie. Recente è il decreto Balduzzi che cita proprio il
comportamento rispetto alle linee guida. Hanno però un valore relativo perché poi devono essere
e anche calate all'interno delle diverse aziende con strumenti come protocolli e procedure.
Protocollo che è uno strumento scritto prescrittivo che traduce le conoscenze scientifiche in comportamenti professionali
e la procedura che ha una variabilità sicuramente inferiore.
Sono diversi gli elementi dei protocolli e spesso non riconosciamo in questo strumento
la sua validità sia di integrazione che di strumento operativo.
Perché a volte sono dei libri che vengono prodotti, perché forse sono legati anche a sistemi incentivanti all'interno delle aziende, ma non sono degli strumenti fruibili all'interno dell'unità operativa e quindi nel proprio lavoro.
Quindi le caratteristiche del protocollo per essere poi uno strumento veramente integrativo e operativo deve essere sicuramente applicabile, validato, chiaro, completo, contestuale nelle aziende dove viene prodotto e fondato sulle evidenze e poi deve essere conciso perché deve essere uno strumento fruibile quotidianamente.
Io ho portato alcuni esempi di protocolli che abbiamo fatto nella nostra azienda, nella nostra unità operativa. Quindi per esempio un protocollo del genere per l'assemblaggio di strumentario è sicuramente utile, conciso, fruibile.
Poi ha anche la funzione di evidenziare quelle che sono le attività del nursing perché forse nella nostra azienda tante volte si dice ma tutto questo tempo per ognuno ha i suoi tempi, si evidenzia il proprio contributo perché spesso quando interviene il chirurgo, spesso l'infermiera ha iniziato a lavorare da prima.
prima. Può essere una documentazione anche informativa, questa è una scheda che non è ancora
utilizzata all'interno del desargeri ma è stata proposta, per testimoniare la documentazione che
viene data al paziente che in un regime di desargeri e quindi non di ricovero si prepara
all'intervento chirurgico a casa, quindi da solo. Quindi per testimoniare tutte le informazioni che
che vengono date per garantire comunque la sicurezza all'interno dell'intervento chirurgico
si può dare una scheda che testimoni come si deve preparare. Può essere utile in situazioni
poco frequenti perché molto spesso alcune azioni che non vengono fatte quotidianamente nel momento
in cui poi magari capitasse un'urgenza o l'utilizzo di strumenti che non vengono utilizzati
quotidianamente c'è più difficoltà, quindi una scheda semplificativa per velocemente dare
testimonianza del tipo di lavoro. La gestione del materiale, perché a volte ogni chirurgo utilizza
per esempio presidi diversi, quindi devi essere sicuro nel momento della lista operatoria che
tutti i dispositivi siano presenti per l'intervento chirurgico e allora il protocollo può servire
Innanzitutto per uniformare e per ottimizzare le risorse, come si diceva, per avere gli stessi strumenti e quindi possono essere realizzati anche non avendo i custom pack nell'azienda, però possono essere realizzati, forse è un po' chiara e si vede male, comunque sono delle buste fatte dalla farmacia dei presidi,
con tutti i presidi monouso che vengono richiesti in quell'intervento e le schede sono state fatte in collaborazione con il primario, con le strumentiste e con gli infermieri della sala operatoria in modo tale che nel caso della lista operatoria si prende direttamente il set e viene poi aperto il materiale sterile con tutti i presidi già pronti,
con un'ottimizzazione delle risorse, con una sicurezza che tutti i presidi siano presenti all'interno perché se non fossero presenti tutti i presidi il pacco non viene proprio prodotto e questo ti dà una sicurezza nell'ambito della realizzazione dell'intervento.
Quindi il protocollo può essere veramente uno strumento integrativo? Certo ha diversi vantaggi, migliora l'assistenza, uniforma i comportamenti, adegua i comportamenti alle conoscenze disponibili, favorisce il coinvolgimento perché il protocollo viene prodotto da tutti i professionisti,
quindi dai chirurghi, anestesisti, dall'infermiere, insieme, e quindi ti consente anche di sederti a un tavolo, discutere delle varie problematiche e realizzare poi questo strumento per uniformare i comportamenti.
Ci serve però per realizzare questo appunto una logica interdisciplinare, cioè non può calare dall'alto o venire prodotto da un'unica figura professionale.
Serve una cultura professionale che deve essere orientata alla qualità dei risultati, all'efficienza, una disponibilità anche al cambiamento, perché uniformare anche i presidi stessi vuol dire che magari qualcuno può variare, utilizzare un bisturi lama 20 a un bisturi lama 15.
15. Uniformare i comportamenti è anche importante perché forse il paziente non si rende conto a volte di qual è il comportamento migliore, però si rende conto che in una situazione si utilizza per esempio per disinfettare una cosa trasparente, una cosa bianca oppure una cosa marrone.
E questo dà tutta una percezione di una insicurezza nel momento in cui si accede al sistema sanitario. Un altro strumento importantissimo è la formazione, una formazione che aggiorni le conoscenze disponibili, l'utilizzo di altre attrezzature.
E dovremmo riflettere sul sistema ICM se una corsa ai crediti obbligatori sia poi effettivamente un concetto di formazione o fare una formazione invece specifica anche per il proprio ambito lavorativo e avere quindi una valenza sicuramente diversa.
Un altro strumento importante è la documentazione. Su questo forse noi infermieri di sala operatoria rispetto agli infermieri che invece si trovano all'interno dell'adeggenza siamo un po' più indietro perché non abbiamo una grande consuetudine già in generale come professione alla documentazione.
Ma ci sono poi diversi aspetti, se pensiamo ad un atto operatorio, dove la nostra professionalità e figura e le nostre responsabilità sono meno evidenziate. Pensiamo per esempio al conteggio del materiale di medicatura all'interno di ogni atto operatorio,
Ma le diagnosi infermieristiche, come per esempio abbiamo valutato se la persona avesse un rischio di lesione collegato al posizionamento, al trasferimento o dal passamalati al letto operatorio in relazione alla sala operatoria in cui viene effettuato l'intervento.
Un rischio di lesioni correlate all'uso di apparecchiature elettromedicali, quindi per esempio dove ho posizionato l'elettrodo neutro, quali sono le azioni che io ho fatto.
Un altro strumento di integrazione forte è la comunicazione, che ti consente appunto di mettere in comune, condividere un messaggio tra due o più persone.
Rison la dà anche come uno degli aspetti fondamentali per la prevenzione anche del rischio clinico.
Si dice che non si può non comunicare, è uno dei primi assiomi, per cui sono state anche scoperte delle espressioni del volto che vengono definite primarie,
che sono riconosciute in tutte le culture del mondo, come la sorpresa, la paura, l'odio, il disgusto, la felicità, la tristezza,
quindi dovrebbe essere facile comunicare, e invece non è così, spesso non è così all'interno delle unità operative,
la comunicazione è molto difficile, forse non prendiamo abbastanza in considerazione diversi aspetti,
quindi verbale, paraverbale, non verbale, gli spazi dove viene effettuata la comunicazione, a volte sul corridoio.
Uno degli strumenti che possono essere utilizzati anche per facilitare la comunicazione è la riunione.
La riunione dove un gruppo di persone che lavorano insieme per realizzare un obiettivo deve essere proprio uno strumento di comunicazione.
A volte ci sono delle criticità all'interno della riunione perché spesso è difficile avere l'ascolto, spesso non si capisce qual è l'obiettivo della riunione, si sfocia in attacchi personali rispetto invece all'obiettivo e alla discussione dell'obiettivo nella riunione.
Problemi logistici e organizzativi, perché mentre a volte le riunioni hanno uno spazio all'interno dell'unità operativa,
mi viene in mente forse riunioni di altre professioni sanitarie, ma parlo della mia realtà,
spesso gli infermieri non hanno uno spazio codificato per una riunione all'interno dell'unità operativa
e vengono disturbati da telefonate, persone che entrano per chiedere le cose.
Un altro strumento può essere il meeting clinico, che devo dire nella mia esperienza l'ho provato dieci anni fa con un primario che credeva in questo strumento, con un primario e un coordinatore infermieristico che credeva in questo strumento di integrazione.
cioè riunirsi una volta a settimana, parlare dei casi che saranno affrontati nella settimana per evidenziare le problematiche di ciascuna professione, quindi il chirurgo, parlare di eventuali perdite che potrebbero avere durante l'intervento, di particolari apparecchiature elettromedicali necessarie per quell'intervento,
parlare per esempio di danni da posizionamento
di presidi che mancano all'interno dell'unità
per cui può essere spostato anche l'intervento
magari al fine della settimana se il presidio dovesse arrivare
altro strumento, l'audit clinico
spesso si vive in una realtà
dove l'errore colpevolizza il professionista
che ha effettuato quel comportamento
invece l'audit clinico ti consente di sederti
di analizzare senza colpevolizzare la persona nell'errore per cercare di capire quali sono stati diversi passaggi anche organizzativi che hanno poi portato all'errore e cercare di modificare il comportamento per evitare che quell'errore possa di nuovo riaccadere.
Tutti questi poi, all'atere, servono anche per aumentare la motivazione delle persone che lavorano. Motivazione che è ciò che spinge quel particolare individuo ad agire in un certo modo, che ha diversi aspetti.
La motivazione è spinta da diversi ambiti, innanzitutto dagli obiettivi personali, dalla sensazione di essere in grado di raggiungere un obiettivo di qualità, a volte pensando alla mia esperienza professionale, quanto ero soddisfatta nell'uscire e aver partecipato a un bel intervento chirurgico in relazione anche alle evidenze del momento, in relazione alle innovazioni del momento e come è diverso quando tu poi partecipi ad un altro tipo di intervento.
intervento chirurgico con un altro tipo di situazione, non so se è solo una situazione
personale. La curiosità, il piacere, la passione di fare quello che si fa, lo studiare, il confronto
con gli altri, come può essere anche l'occasione di questa giornata, il ricevere apprezzamenti e
anche soldi o altri obiettivi tangibili che comunque non vanno sottovalutati. Quindi per
Per rimotivare il gruppo bisogna cercare di innanzitutto capire le motivazioni dei diversi soggetti e sviluppare delle leve assopite.
Noi abbiamo iniziato questa giornata parlando di qualità, spesso nei congressi parliamo di qualità, di gestione
e poi all'interno delle nostre realtà operative parliamo di volume d'attività, di quanti interventi devo fare,
quanto è il tempo morto, mi devo sbrigare, poi nei corsi di rischio clinico la ripetitività può aumentare l'errore perché abbassa il livello di attenzione e quindi ci troviamo spesso proprio in mezzo a due colonne che ci uniscono, che ci sovrappongono.
Questo è uno spunto di riflessione che volevo condividere nell'arco della giornata. Altri spunti di riflessione sono che tra gli strumenti operativi e di qualità abbiamo parlato di protocolli, di comunicazione, di riunione, di meeting, di motivazione, sono tutti raggruppati dal fatto che servono un gruppo di persone che lavorano insieme, che comunicano, che creano cultura.
Non ho voluto specificatamente sottolineare aspetti che implicano un grande investimento economico, perché a volte noi ci trinceriamo dal fatto che sì, mancano le risorse, manca questo, ma quanto invece noi possiamo fare per generare cultura?
Perché volevo concludere con un pensiero di Dewey che era un grande filosofo e un pedagogista che diceva che la cultura è alla base della democrazia e quindi anche come professionista ritengo che la cultura sia la base della nostra professione. Grazie.
Grazie Daniela Trinca per aver messo in evidenza quelli che sono alcuni degli elementi che determinano la qualità in una sala operatoria, visto che negli ultimi anni vi è un vero e proprio processo di trasformazione che ha come obiettivo quello di recuperare il rapporto di fiducia tra il cittadino e il servizio sanitario nazionale e a base di questo rapporto c'è il diritto alla sicurezza e alla qualità,
C'è il diritto di entrare in relazione con un'azienda sanitaria, con un professionista della salute che sia in grado di determinare delle prestazioni sicure ed efficaci.
Quindi abbiamo sentito la parola dell'infermiere, adesso invece diamo la parola al chirurgo e nello specifico alla dottoressa Desiree Perfetto della Chirurgia Generale degli Ospedali Riuniti di Foggia che ci parla dell'innovazione tecnologica, comunicazione e lavoro in equip.
Bene, grazie. Buongiorno a tutti, a voi in sala e nelle altre sale, in questo che ritengo il miracolo della comunicazione che ogni anno si svolge qui a Roma, al Palazzini.
Io sono qui nel luogo del dottor Tricarico, il mio primario che è impegnato a Foggia in un incarico altamente istituzionale, è diventato nonno di Filippo, un bambino bellissimo e quindi è bene che sia lì a ricoprire la sua carica appena guadagnata.
La terminologia, la qualità di cui abbiamo parlato poco fa, è un obiettivo da raggiungere di grande difficoltà.
Mi ha fatto paura quella successione della tranquillità o meno della persona che si ricovera.
Qualcuno non sa nemmeno dire se è tranquillo o no. Non riusciamo a comunicare a queste persone
viene in ospedale, va in ospedale che ti risolveranno il problema. Noi questa cosa ancora non la riusciamo a impostare, a dare. Ci proviamo, ci combattiamo, cerchiamo la qualità e veramente ci proviamo con sofferenza personale, ma non sempre riusciamo ad ottenere i risultati voluti.
Eppure chi naviga per questi mari sa che le sale operatorie sono il cuore di molte aziende che si occupano nelle loro specialistiche anche di chirurgia.
La chirurgia è uno dei settori ospedalieri che riesce a impiegare le risorse migliori e maggiori.
La chirurgia poi con quello che sta succedendo come evoluzione tecnologica è destinata ad incrementarsi sempre di più, ma non solo nel mondo occidentale, un po' dappertutto, con incrementi con numeri piuttosto elevati.
E se quella è una piccola ambulanza di tanti tanti anni fa, in realtà con chi è che combattiamo tutti i giorni? Ci dobbiamo interfacciare con l'intervento chirurgico, l'ernia, come la chirurgia del fegato costituiscono un problema, costituiscono criticità che devono essere affrontate da chi?
chi? Prima di tutto da noi, da un gruppo che si deve interfacciare con le problematiche di questo
paziente, con le complessità dell'intervento chirurgico, con le problematiche che si possono
verificare ad ogni intervento chirurgico del tutto impreviste, inattese, non volute e soprattutto
soprattutto insieme la necessità e non il dover, la necessità e il voler lavorare in equip, dover operare in gruppo.
Guardate, questo è Apollo che si era arrabbiato con una gariatide, l'aveva praticamente, era morta,
riuscì a suo tempo a fare quello che possiamo definire il primo parto cesareo della storia,
riuscì a far nascere a Schlepio da una donna morta.
Ora le esigenze della chirurgia moderna sono diverse, le specializzazioni sono molto complesse, si sono ridotti i tempi di intervento, si è fatta avanti la chirurgia mininvasiva.
La tecnologia ci aiuta, ci aiuta la diagnostica a fare che? È evidente a migliorare i nostri processi di approccio, ad ottimizzare i processi che svolgono, che rientrano nell'ambito di questi interventi.
Guardate che tragicità. Prima si parlava del momento del possibile errore. Pensate che un paziente che viene passato da un lettino all'altro può avere una rottura di fegato.
I danni da elettrobisturi sono tutti danni imprevisti correlati a un intervento chirurgico, stanno troppo in alto nella classifica degli eventi non desiderati che si verificano su un paziente.
La causa qual è? È facile, è l'errore di comunicazione. Non c'è stata una buona comunicazione tra gli elementi. Vedete, lì ci sono Ippocrate e Galeno, già a tempo loro si sedevano e chiacchieravano tra di loro. Parlavano, vedevano come dovevano risolvere, probabilmente discutevano di qualche pazientino che avevano incontrato nelle loro camminate.
Il fallimento della comunicazione sta tutto lì, o non abbiamo dato un'informazione o l'abbiamo data male o è stata recepita male, da qualche parte c'è l'errore e questo ostacola la sicurezza e altera la qualità dell'assistenza.
C'è poco da fare, è facile e queste percentuali sono drammatiche. Dove stanno? Nel preoperatorio, nell'introoperatorio e nel postoperatorio. Mamma mia, mettiamoci in qualche maniera, facciamoci un mea culpa e vediamo cosa possiamo fare per modificare queste percentuali.
La cattiva comunicazione è causa di rischi nella pratica medica, non ci sono dubbi. La comunicazione è l'elemento strategico per poter cercare di abbattere questi errori e di mettere in realtà a vivo e far valere quel fiore che è la capacità di poter andare avanti in posti che sono di una complessità enorme.
Io certe volte dico a Nicola Sannicandro, che è il coordinatore della sala dove lavoro io, ma come fate? Lo vedi impegnato in migliaia di richieste, di autorizzazioni, perché sono posti di estrema complessità nella gestione e dove poi c'è da lavorare.
Che cosa succede in questi postacci? Che la tecnologia, grazie a Dio, nonostante tutto, come vogliamo, si fa avanti e ci dobbiamo adeguare. Ecco che quando sono saltate fuori le checklist, che sono queste cose? È tecnologia.
Perché lo vedevamo prima, non solo le facce, c'è tanta maniera di comunicare, quella tecnologia che si inserisce in nuovi tipi di comunicazione. Prima si comunicava solo il sociosanitario, andava in reparto, prendeva il paziente, adesso c'è tutto un meccanismo.
Perché? Per abbattere l'errore che ancora non si abbatte completamente, ancora c'è un margine che non viene completamente eliminato in questa allegra famigliola che è fatta di chirurghi, di infermieri, di anestesisti che non possono lavorare isolatamente l'uno dagli altri.
Non esiste più l'infermiere, il chirurgo, l'anestesista, esistono delle professionalità che si devono mettere insieme.
Lo vedremo ancora meglio, ma solo così si possono ottenere dei risultati. E ancora una cosa, forse le aziende ci stanno arrivando. Queste persone non sono persone che svolgono meccanicamente un lavoro rutinario, sono il capitale intellettuale delle aziende.
Forse ce ne dobbiamo convincere prima noi che non siamo capaci di sbattere i piedi o i pugni sulla scrivania di una direzione sanitaria e dirò per chi mi hai preso e mi fai lavorare in certe condizioni.
Io ti posso dare questo, io, così come sto parlando oggi, un giorno ho presentato una tecnica che si faceva in sala operatoria, ma da tempo. Il direttore sanitario mi venne a fare un mea culpa, non sapevo si facesse.
Poi mi disse, ritorna su te stesso, cancelliamo questa frase, non sapeva che una certa tecnologia si svolgesse, volente Dio, in una sala operatoria di quella ospedale di cui era uno dei dirigenti sanitari.
Non va bene. Forse può darsi pure che perché non ci facciamo conoscere molto. E allora facciamo gli attori, protagonisti, su un palcoscenico che è la sala operatoria. E chi siamo?
Le chiese all'operatorio sono piuttosto affollate, adesso si sono affollate pure quelle ospedaliere perché ci arrivano degli specializzanti che frequentano da noi e c'è il primo specializzando che magari sta a riprendere e c'è il collega che ha lasciato il reparto e è venuto a vedere l'intervento e c'è la strumentista.
Una seconda strumentista, magari se l'intervento è complesso o le fa da fase di addestramento, l'operatore, l'aiuto operatore, un secondo operatore, l'anestesista, l'aiuto anestesista, l'infermiere circolante, il socio sanitario e se ci viene mostrata qualche nuova tecnologia, a ridagli è pure lo specialist.
tutti quanti a fa che se non parlano tra di loro se non comunicano tra di loro abbiamo la totale
il totale marasma babbele non si capisce più niente devono comunicare tra loro anche perché
si stanno ormai insinuando da tempo piano piano infilando tra noi le nuove tecnologie questa è
la cattedrale di Salerno, durante la guerra, un fotografo capace di fotografare nel disastro
quello che un medico, un chirurgo, si era inventato per far fronte ai morti sotto un bombardamento e ai feriti.
Questa è una sala operatoria, diciamo, di altri tempi e organizzata, come questa.
Questo è un ex voto, il paziente si è salvato di sicuro perché è un ex voto dedicato a San Giuseppe Moscati.
sono convinto che il paziente sia andato bene, ma piano piano, a prescindere da quelle sale operatorie di un tempo, si sono fatte avanti adesso quelle che possiamo chiamare le sale operatorie intelligenti.
La conoscete questa? Io sono un po' datata, siete un po' troppo giovani. Sapete cos'è? Non è una stufa, questa è una cucina economica. Praticamente le massaie del passato avevano uno sportellino per il carbone che trasmetteva su il calore e così via.
Questa si è rimbambita, che sta a dire? Sto a dire che sono passati gli anni, la massaia si è dovuta abituare al forno a gas, al forno elettrico e piano piano al microonde, all'elettroinduzione, la tecnologia entrava e la massaia che faceva, io rimango con la mia cucina economica e badiamo bene.
Se qualcuno di noi è avvezzo a dolci o pizze, ci parlate col forno, ce l'hai fatta, il mio forno a 150 mi fa venire bene la torta, no io lo devo mettere a 130 un'ora, perché si arriva a parlare,
a parlare anche con la tecnologia, con la lavatrice che non parte, la famosa frase
t'ho messo il detersivo, t'ho messo la spina e mo' perché non parti?
Si arriva a comunicare con la tecnologia. Ecco che quindi gli attori hanno un copione
da seguire pedissequamente parlando tra di loro. La tecnologia si inserisce e gli attori
cominciano a parlare con la tecnologia. Questo è quanto poteva avere un poverettino ai tempi del
medioevo, era quanto gli era stato dato dalle possibilità del momento a disposizione per
guarire una ferita, per cercare di rimuovere un corpo estraneo e un kit chirurgico, un set
chirurgico che niente forse è il precursore dei kit per ernia, kit colecisti e così via,
Di un medico di altri tempi. Dopo un po' di tempo il set per un intervento chirurgico più o meno è diventato questo, ferri d'acciaio, risterilizzabili, materiale ben maneggevole che ci taglia per bene, bisturi che incidono come si deve e così via.
Ma la tecnologia fa di più. Vedete come cambia un carrello con l'avvento della chirurgia mininvasiva. Compaiono nuovi strumenti, compaiono nuovi strani aggeggi che non possiamo tenere lì, ah no, io non la faccio.
Non siamo più nelle condizioni, anche perché ti arriva il paziente con la richiesta, c'è da fare l'intervento in chirurgia mini-invasiva, no qui non la facciamo, sei dietro, sei passato, sei oltre e non va bene, perché bisogna dare a seconda di quanto la tecnologia ci consente, oltre alle capacità e all'addestramento, che è anche una cosa importantissima.
E così se il povero Iapigio in ginocchio toglieva la famosa freccia dalla coscia di Enea, adesso per togliere un corpo estraneo abbiamo bisogno del lettino operatorio, dell'elettrobisturi, magari dell'intensificatore di brillanza, dell'anestesista che gli fa un po' di sedazione.
Lascia in un angelo una dea, forse Minerva, chissà, che proteggeva Enea dal dolore. Sono cambiate le situazioni e ci dobbiamo di necessità adeguare. Prima si parlava dei tipi vari di comunicazione, la comunicazione verbale, non verbale, tutto comunica in qualche maniera qualcosa.
comunica il colore comunicano i colori dei tendaggi comunica tutto il disinfettante di
cui parlava prima la dottoressa e il disinfettante scuro il disinfettante chiaro ma qui non sono
state disinfettata no abbiamo usato un disinfettante trasparente magari quello
lo scuro da una maggiore tranquillità, mi hanno tutto disinfettato, oppure capire se per esempio
noi siamo avvezzi nelle donne a non mai dipingere con disinfettanti scuri ma sempre con disinfettanti
chiari, oppure anche al collo l'utilizzo di disinfettanti che non creino un impatto e diano
un messaggio comunichino al paziente operato qua c'avevo la malattia e mi hanno messo le mani
addosso sono tutte maniere di comunicare e allora guardatela la conoscete tutti grazie di dio bella
piazza san pietro la cupola di san pietro questa era illuminata qualche anno fa un anno fa a un
un comando del cardinale Comastri, si è illuminata la cupola di San Pietro, la luce non rende, con
340 lampade led. E' tutta un'altra cosa. Effetti che non avevamo prima, chiari oscuri e angoli e
spigoli della cupola di San Pietro sono di colpo venuti fuori. Statue che prima forse nessuno notava,
Dice, ma lì c'è qualcosa che prima non avevo mai visto. Ebbene, la tecnologia LED è entrata in sala operatoria. Le scialitiche sono meravigliose, ma perché le scialitiche comunicano con noi?
Sembra strano, ma una scialitica non ci fa soltanto vedere. Prima di tutto ci dà una certa tranquillità perché sappiamo che sono luci che magari non riscaldano, non trasmettono raggi UV che possono essere pericolosi, ma ancora con la tecnologia LED è stato possibile avere degli aggiustamenti della temperatura colore.
E sicuramente si è visto con esami condotti su chirurghi che regolando la temperatura colore sul blu, di notte il chirurgo lavora con molta serenità, più sicurezza e tranquillità.
Di notte, d'inverno soprattutto. Sono delle comunicazioni che la tecnologia dà a noi. Comunicando a noi questi messaggi, noi di ritorno riusciamo a dare al paziente un servizio migliore.
La strumentista che vede meglio il campo e dove è il carrello servitore e cosa deve servire al chirurgo e come. È un mondo molto più tranquillo dove si lavora con maggiore serenità.
I camici, ricordate i camici con le cuciture che ti lasciavano i segni, adesso ci sono dei camici, poi si bagnavano, rimanevamo con questi camici pesanti addosso.
Anche la tecnologia, i tessuti tecno di Gore-Tex ci parlano, cuciture non ce ne sono più, ci sono delle termosaldature, ci sono dei tessuti che bloccano anche il passaggio di batteri, di virus, di disinfettanti.
Il colore è gradevole perché lo sappiamo che è sangue se il paziente è assanguinato, però altro è su un celestino verde, ecco quindi come il colore addirittura comunica con noi, altro è invece altri colori.
Quindi in qualche maniera anche i camici ci parlano, ci trasmettono comfort, ci trasmettono tranquillità in maniera silenziosa.
Un omaggio agli anestesisti, non che facciano tutto le workstations, però mentre una volta impostata la stazione di lavoro la macchina fa di base il suo, l'anestesista può pensare a tante altre sfaccettature del paziente sapendo che se c'è un problema la macchina va in allarme.
Al mattino quando si entra in sala si fa il test del defibrillatore, quasi quasi si parla con la macchina, beh stamattina come va? E quella ti comunica se il test è tutto a posto, sto tranquillo, se succede qualcosa il defibrillatore è pronto.
pronto. Ancora, la conta, questa molto discussa, perché io sono convinta e lo vedremo che l'uomo
non può venire e non deve venire meno, questo però può essere un strumento di sicurezza. Conto io,
conta la macchina, quante garze sono entrate e quante ne sono uscite, sono sempre degli step
a livello delle famose fette di Emmental per cercare di evitare e di abbattere l'indice di errore.
I nuovi tavoli operatori, lo scamnum di Hippocrate, che però si è reinventato un fatto serio,
perché facendo stretching riusciva a risolvere dei problemi di colonna,
I tavoli danno comfort e aiutano il chirurgo a lavorare, aiutano l'equip a vedere tutto, a tenere tutto meglio sotto controllo e il paziente a stare più comodo. Interventi di 4-5 ore su letti scomodi, quando si svegliano ci sono problemi.
in posizioni sadomaso con stiramenti o altro, invece i tavoli ci danno un grande aiuto.
Ancora c'è molto altro, questo è Cushing, era praticamente attorno al 1926 quando non potè osservare, fare un intervento chirurgico su una massa cerebrale
perché il paziente sarebbe morto sicuramente per sanguinamento.
Si inventò con un amico fisico uno strumento che potesse attraverso l'elettricità creare un'emostasi ed è così che nel 1926 vide alla luce il primo elettrobisturi, che è una sorta di camion forse, che però ha permesso a Cushing l'intervento previsto.
Dobbiamo arrivare agli anni 60 per arricchirci di altra tecnologia, l'elettrobisturi e passare poi ai bisturi ad ultrasuoni e ad argomplasma.
Sono tecnologie che avanzano. Io se devo operare un fegato non posso dire va beh lo faccio senza. Se abbiamo delle tecnologie e decidiamo di fare un certo tipo di chirurgia dobbiamo utilizzare le tecnologie che ci vengono messe a disposizione.
Anche perché la tecnologia mi dà tranquillità nel lavoro. Questi sistemi sono intelligenti, riescono addirittura a riconoscere il parenchima epatico, lo distruggono, lo lavano, lo aspirano e ci lasciano l'albero biliare e il vascolare.
E noi possiamo procedere alla resezione. E queste sono, sono con punte di titanio che permettono questi trattamenti. Qua siamo poi all'apoteosi. Questo è un tablet in sala operatoria con un particolare programma che riesce a effettuare uno scanner, in questo caso del fegato, a creare una sorta di diagnostica quasi se ci facesse un angiotacchi in diretta e il chirurgo può operare.
È stato nel 2013 il primo intervento effettuato sul fegato con l'asportazione di una neoplasia del fegato aiutati da queste metodiche.
Questa è l'altra tecnologia che comunica con noi e nello stesso tempo ci consente di avere tra di noi anche in sala operatoria una diversa complicità.
Al di là del fatto che la musica classica vada bene per tutti, ci sono addirittura studi su tipi di musica nella fase di induzione dell'anestesia.
Molti infermieri non sono d'accordo perché si fanno portare dalla musica e diventano distratti nei confronti dei comandi degli operatori e dei chirurghi con i quali stanno lavorando.
In linea di massima però la musica in sala operatoria è in grado, per quanto è stato valutato da studi condotti, di migliorare la performance sia del personale infermieristico che medico.
E adesso guardatevi allegramente questi soggetti. In una sala operatoria ci sono uno, due, tre, quattro persone, il povero paziente con tutta quella specie di saette addosso, ognuno per fatti suoi, errore.
È una sala operatoria dove si sta lavorando in robotica, tutti quanti questi stanno comunicando tra di loro, parlano lo stesso linguaggio e stanno operando il paziente.
E vi dirò di più, ecco perché dicevo il miracolo del Palazzini, non stanno parlando solo tra di loro là dentro, ma probabilmente sono in contatto con Mezzomondo e la comunicazione che addirittura attraverso la tecnologia dalla sala operatoria esce dalla sala stessa per andare nel mondo.
E allora? Abbiamo la tecnologia, abbiamo questi attori che parlano tra di loro e con la tecnologia, abbiamo un teamwork.
Questo è un'equipe chirurgica di tempi andati, questa invece è un'equipe a livello delle ferrovie che non ha comunicato bene.
Hanno fatto due perfetti binari, sono perfetti, si sono incontrati pure, uno per la via, uno per l'altra.
E' evidente che se non esiste un addestramento fatto come si deve e volto a raggiungere specifici obiettivi di tutto quello che è stato detto non ne facciamo assolutamente niente.
Anche perché il teamwork è importante perché ogni elemento del team diventa un personaggio fondamentale, importante, di una univocità in mezzo al gruppo stesso.
Adesso la manifestazione totale è, al di là dell'equip operatoria, è a un pit stop. L'ultimo pit stop di Raikkonen è stato di 1,8, cioè praticamente manco due secondi di tempo.
Quello è un team addestrato, ma in maniera globale. Chi sta lì che deve solo svitare i bulloni della ruota, non pensiate, non sappia che cos'è la lettone posteriore.
altrimenti non può fare un meccanico lavoro
dice a me tocca svitare
che poi sto svitando il bullone di una bicicletta o di una macchina
non esiste
il team deve essere proprio assolutamente costituito
in maniera globale
purtroppo questo succede in molte industrie
dove per forza di cose nel foggiano
viene costruito un pezzo del Boeing
Io una volta chiesi ad un signore che lavora in quelle Alenia, disse ma tu lo sai com'è fatto un Boeing? Il resto lo sai com'è? Dice no io so solo quella parte, ma tu lo sai in che contesto va quella parte?
Anche perché se noi sappiamo in che contesto va quel pezzo, costruiamo e stiamo a lavorare vicino a quel pezzo con una diversa impostazione di vita e umana, soprattutto umana perché molti insuccessi storici sono legati alla carenza di comunicazione ma anche al fatto che c'è poca partecipazione da parte dell'uomo.
di recente quando c'è stato l'ultimo episodio del boeing si parlava della tecnologia airbus e
boeing l'airbus è fatto in modo che l'uomo non può intervenire qualsiasi cosa stia succedendo
anche che l'aereo sta crollando sta accadendo dice l'aereo sta accadendo ma l'altimetro mi
dice che sto in quota l'uomo non può fare niente al boeing sì sono due maniere di affrontare
tecnologie altamente avanzate. E questo perché? E per me questo è fondamentale. Esistono due
approcci, l'iTech e l'iTouch. La tecnologia è il tocco della mano. Noi possiamo avere il tavolo
operatorio migliore della faccia della terra, possiamo avere tutto quello che volete, ma non
supera mai un lettino comodissimo la mano di qualcuno che si avvicina al paziente che si sta
sta addormentando, gli passa le mani dando fastidio all'anestesista che stava cominciando a ventilare e dire dai che andrà tutto bene.
Non c'è paragone tra light tech e light touch, devono venire tutte e due insieme, ma si devono in qualche maniera collegare assolutamente.
E il mio primario, che di fronte a una cosa che non avevo fatto proprio in maniera normale, dice adesso ti do un mozzico in testa.
Altro è, Desiree, guarda, avrei preferito che tu facessi, perché siamo abituati anche ad una comunicazione fatta di sguardi, di gestualità, che diventano la totalità nella nostra giornata e nel nostro lavoro.
E questo, per quanto della tecnologia non si possa fare a meno, non può essere negato. Questa è una bella fotografia. Vi prego di guardare in fondo a destra la manifestazione completamente umana di quanto tecnologico c'è in questa sala operatoria.
avranno fatto un trapianto, non lo so manco che cosa hanno fatto e dove devono adesso, cosa stanno facendo, stanno aspettando probabilmente che il paziente si svegli. Rimangono le risorse umane il vero fattore di successo negli ospedali. Vi ringrazio.
Grazie dottoressa, la comunicazione efficace è sicuramente uno degli elementi che determina la sicurezza e la qualità delle prestazioni
comunicazione efficace però che non può essere circoscritta solo ed esclusivamente ad una sala operatoria
dobbiamo prendere in considerazione tutto il percorso clinico del paziente
quindi comunicazione efficace che coinvolge anche le unità operative, le direzioni sanitarie e i servizi infermieristici
Adesso passiamo e diamo la parola all'anestesista, invitiamo quindi il dottor Giuseppe Caravetta, anestesista dell'azienda ospedaliera policlinico di Bari, con una relazione sulla comunicazione e riduzione dell'errore in sala operatoria.
come si diceva alla radio diversi anni fa vicini e lontani
ringrazio gli organizzatori di questo congresso
per avermi chiamato a parlare di questo argomento
che devo dire almeno per me fino a qualche tempo fa
era più un argomento di tipo filosofico che medico
perché nonostante che noi comunichiamo tutti i giorni
sempre e anche involontariamente
ovviamente, ma in realtà pochi di noi si fermano a pensare che cosa vuol dire comunicare,
come si può sbagliare nella comunicazione e soprattutto che cosa succede se io sbaglio
a fare una comunicazione. La comunicazione in realtà è uno scambio, come abbiamo detto
prima, una condivisione di un messaggio, quindi di un contenuto, fra due sistemi. Il messaggio
è trasmesso attraverso dei canali che sono in comune fra i due sistemi, i sistemi però
possono essere diversi. E quindi la comunicazione può avere varie vie, può essere, come ho
detto prima, verbale, può essere non verbale, quindi per l'espressione, il tono della voce,
può essere simbolica, per cui anche una macchina può comunicare se ha degli allarmi, dei simboli
sopra. Il problema è che nel momento stesso in cui noi vogliamo comunicare qualcosa, accendiamo
Abbiamo anche un bug, un baco, che è la cascata della comunicazione. Nell'andare avanti lungo la via della comunicazione si perde progressivamente l'informazione.
Ora è chiaro che se il messaggio è al 100% all'inizio e una normale cascata si arriva al 20% di memorizzazione, pensiamo che cosa succede se l'emissione non è più il 100% ma c'è qualche problema.
E' quindi un processo complesso e quando ci sono errori, praticamente sono errori del sistema oltre che personali e quindi rientra le competenze del risk management.
Chi sono i soggetti della comunicazione in sala operatoria? Sono ovviamente tutti i soggetti che abbiamo sentito prima nominati dalla dottoressa, infermieri, medici, chirurghi, anestesisti, anche gli infermieri che vengono da fuori, che ci portano i pazienti e ci dicono, ci danno le cartelle in cui ci sono altre informazioni.
Ovviamente tutte le comunicazioni non sono a senso unico, ma sono nei due sensi.
Quali sono i contenuti?
I contenuti sono molto variabili, come abbiamo visto, vanno dalla valutazione preoperatoria e la preparazione del paziente, ai tempi di digiuno, all'identificazione sia dei pazienti che del sito che dei campioni, all'efficienza dell'attrezzatura, che anche quella fa parte della comunicazione in sala operatoria, perché non sempre i test di ingresso, diciamo i test di accensione delle macchine, le fa direttamente l'anestesista, spesso le fanno gli infermieri e poi ci devono dire se il test è andato bene o no.
al posizionamento che va fatto in team per evitare poi i danni alla somministrazione dei farmaci,
anche alla criticità del paziente e dell'intervento.
Che tipi di errore? Posto che la Joint Commission ha definito che alla base del 60% degli eventi sentinella
e quindi anche degli eventi avversi ci sono degli errori,
Questo lavoro analizza 90 ore di comunicazione su 48 procedure diverse e classifica gli errori in 4 tipologie. Errori di occasione, cioè l'informazione c'è, però è arrivata troppo tardi per essere efficace.
Un esempio classico, all'intervento iniziato qualcuno dopo un'oretta dice ma avete fatto l'antibiotico al paziente? Quello è un errore di occasione perché l'antibiotico se lo devi fare, lo devi fare entro mezz'ora dall'inizio dell'intervento, che tu me lo chiedi dopo un'ora è assolutamente inutile.
Errori di contenuto, quando i contenuti della comunicazione non sono precisi.
Oppure, peggio ancora, quando sono taciute delle informazioni importanti.
Esempio, a intervento sempre iniziato, l'assistente dell'anestesista chiede al chirurgo
ma c'è un posto di rianimazione per questo paziente?
Il chirurgo risponde, non lo so, non mi interessa, vado avanti.
Quello è un doppio errore. Uno è un errore di contenuto, perché un contenuto importante,
C'è un posto di rianimazione, è stato completamente sottaciuto, nessuno se n'è preoccupato. E non contiene anche un errore di scopo, cioè quello dopo, perché la comunicazione che è stata data non ha raggiunto nessuno scopo, è rimasta lì come la cattedrale nel deserto, dice vabbè non c'è e lo stesso non serve a niente.
E poi ci sono gli errori di audience, che qua sono i più scassi, ma secondo me hanno una frequenza più alta. L'errore di audience è quando qualcuno dice qualcosa a un altro che non c'entra niente con la richiesta fatta.
Per esempio, io anestesista e il mio infermiere stiamo a parlare mezz'ora su come posizionare il paziente sul letto mentre il chirurgo sta fuori a prendere il caffè. Quello è un errore di audience perché ci deve stare il chirurgo per dire come va posizionato il paziente, non solo l'infermiere e l'anestesista.
Ma in definitiva che cosa succede? Per fortuna o per disgrazia, se vogliamo, nel più del 60% dei casi questi errori non portano a niente, cioè non si ha un effetto visibile di questi errori sul paziente.
Solo nel circa il 40% dei casi c'è un effetto visibile. Come vedete, di danni sul paziente è soltanto l'1,6%.
Attenzione però che in quel lavoro per danno sul paziente si intende anche un semplice ritardo in una procedura
o che il paziente è entrato in sala più tardi di quando doveva entrare il paziente oppure che c'è stato un ritardo nell'inizio di intervento.
Quindi danno al paziente è inteso in maniera molto allargata. Tuttavia questa mancanza di visibilità forse non è tanto buona perché innanzitutto in generale ha un senso di falsa sicurezza e poi è spesso alla base di errori che invece portano dei danni seri al paziente,
Come gli errori di identificazione, oppure gli errori di somministrazione da farmaci. Gli errori di somministrazione da farmaci, su cui si appunta quest'altro lavoro, sono forse una delle cose che paradossalmente più frequentemente succede in sala operatoria, anche se poi gli effetti non sono sempre così catastrofici.
catastrofici. Questo lavoro analizza più di 30.000 anestesie con dei report completi in più
del 50% dei casi, quindi più di 15.000 e vede come ci sono state un errore di somministrazione
ogni 274 procedure. Se vogliamo l'incidenza non è alta, però poi vedremo che quando si commette
un errore, non sempre l'incidenza è la cosa che conta. Che tipi di errore? Sono stati fatti
errori di sostituzione per la maggior parte dei casi, cioè è stato somministrato banalmente
un farmaco per un altro. È solo molto alla lontana errori di dose, è questo perché in questo lavoro
c'era un ospedale pediatrico, quindi essendo, lavorando sui bambini, spesso i farmaci vanno diluiti
e c'erano stati degli errori di diluizione dei farmaci, cambiando quindi la concentrazione del farmaco nella siringa.
La maggior parte degli errori era uno scambio di fiale e per la maggior parte delle volte il fiale aveva un aspetto simile.
E poi c'erano anche errori di identificazione delle siringhe.
Cosa conclude quindi il lavoro?
Conclude che innanzitutto, nonostante l'incidenza bassa, ma la frequenza non è bassa,
la frequenza è stata stimata in un errore e mezzo o un evento sentinella alla settimana,
che non è pochissimo, e però consiglia delle strategie che sono appunto l'adozione di sistema codici colore, l'etichettatura internazionale standardizzata, gli usi di scanner addirittura per poter leggere senza dover più passare per la vista e la lettura, o le siringhe per riempire.
Sono tutte applicazioni di procedure standardizzate. La procedure standardizzata, come ha dimostrato questo oramai famoso articolo del New England, è in grado di abbattere le due cose principali che noi cerchiamo quando dobbiamo curare un paziente, la mortalità e la morbilità, cioè i danni collaterali, diciamo così.
Proprio per promuovere le procedure standardizzate sono stati poi creati i manuali per la sicurezza, con gli obiettivi legati alla sicurezza in sala operatoria, con le fasi e i protocolli di checklist per garantire la sicurezza in sala operatoria,
che vanno dall'ingresso all'accettazione del paziente al pre-operatorio immediato e all'uscita del paziente.
E quindi anche sono state formulate le checklist che tutti noi oramai abbiamo in sala operatoria e dobbiamo compilare.
Nell'ambito di queste checklist e comunicazioni, qual è il ruolo dell'anestesista?
Il ruolo dell'anestesista è sia un ruolo di equip e sia un ruolo chiaramente personale, cioè solo suo.
Il ruolo dell'anestesista in equip comincia subito perché è uno dei membri del team che deve identificare il paziente
e deve anche riconfermare l'identificazione e il sito al momento del time out, cioè dopo l'induzione, prima dell'inizio dell'intervento.
C'è poi una fase in cui l'anestesista è responsabile da solo e della prevenzione dei danni d'anestesia ovviamente. Prevenzione che in realtà comincia già fuori dalla sala operatoria. La maggior parte dei danni gravi di anestesia sono legati alle ipossie, da mancata intubazione.
Quindi è fondamentale per l'anestesista aver già registrato alcuni parametri che servono per valutare le difficoltà di intubazione e che sono la malampati, la distanza tiro-mentoniera e la mobilità cervicale.
Questi vanno registrati prima, vanno ovviamente trascritti correttamente in cartella e vanno verificati al momento del posizionamento del paziente sul tavolo operatorio.
L'altro danno importante che può fare è ovviamente l'aspirazione, per cui è fondamentale controllare i tempi di digiuno e la possibilità che il paziente possa, nonostante i tempi di digiuno corretti, avere comunque un rischio di aspirazione.
Stiamo parlando per esempio di quei pazienti che hanno un'ernia iatale o che hanno un tumore del piloro, a livello del piloro quindi con una stenosi e un ritardo nello svuotamento gastrico o altri pazienti di questo tipo, gli occlusi per esempio, che arrivano in sala operatoria e magari hanno digiunato più di 48 ore perché sono stati in reparto ma nessuno gli ha messo un sondino e svuotato lo stomaco di quello che c'era rimasto.
O anche per esempio in urgenza i politraumi che a noi arrivano parecchie ore dopo il pasto, ma il politraume, il trauma è successo nell'immediato post-prandiale. Quei pazienti sono quasi sicuramente a stomaco pieno perché il trauma stesso ha fermato la progressione del bolo intestinale.
Quindi, l'ultima cosa è l'accurata descrizione di ogni difficoltà di intubazione, perché se il paziente ritorna in sala operatoria non ci si deve trovare di nuovo di fronte alla stessa difficoltà.
E chiaramente descrizione è trascrizione in cartella.
Ancora, la previsione del rischio emorragico. Questo in realtà è un lavoro di equip che non spetta solo all'anestesista e andrebbe fatto già prima addirittura dell'ingresso in sala operatoria.
operatoria. Bisognerebbe, come abbiamo sentito prima, riunire l'equip completa e definire,
almeno per i casi più gravi, più grossi, diciamo, qual è il rischio emorragico. Dopodiché va,
come devo dire, accertato prima dell'inizio dell'intervento che ci deve essere la disponibilità
di sangue in banca. E passiamo quindi poi alla prevenzione delle somministrazioni di farmaci e
e delle reazioni allergiche.
Ora, identificare l'anamnesi ed eseguire l'anamnesi farmacologica e allergica è fondamentale,
e questo ancora prima di entrare in sala operatoria.
Come vedete, molte delle reazioni dell'anestesista non sono legate alla sala operatoria,
ma cominciano già prima, a livello della visita anestesiologica,
perché è lì che bisogna inquadrare il paziente.
Il paziente che entra in sala operatoria, l'anestesista deve averlo già inquadrato completamente.
Non deve in quel momento, a meno che non si tratti di un'emergenza ovviamente, cercare di inquadrare il paziente, altrimenti può succedere che qualcosa di questo sfugga all'attenzione.
Eseguita quindi l'anamnesi farmacologica e allergica, ovviamente se necessario deve prescrivere la preparazione e deve controllare che venga fatta e che sia stata fatta.
Dopodiché è responsabilità nostra etichettare chiaramente i farmaci e ricontrollarli tutte le volte che vanno somministrati per essere sicuri di non aver scambiato la siringa.
A chiunque di noi è capitato, per esempio, di caricare un farmaco per un altro in una siringa. L'esempio classico che si porta è lo scambio fra atropina e adrenalina.
Per quanto i due farmaci dovrebbero essere stivati in posti completamente diversi, per quanto dovrebbe esserci un'estrema attenzione perché l'adrenalina è una catecolamina molto importante,
eppure, anche se raramente, può capitare perché le fiale sono quasi uguali. A inizia atropina, A inizia adrenalina, A finisce atropina, A finisce adrenalina.
Purtroppo il cervello umano ha la pessima abitudine di non leggere completamente le parole ma di andare per blocchi. Allora se il blocco iniziale e il blocco finale della parola sono simili e il soggetto non è attenzionato su quello che sta facendo, è facile che scambi due cose diverse, diciamo le scambi fra di loro.
E inoltre va messo sull'etichetta possibilmente anche delle informazioni standard che siano importanti, esempio la concentrazione del farmaco nella siringa, proprio per evitare non gli errori di sostituzione ma gli errori di somministrazione, cioè fare una quantità di farmaco per un'altra.
Questo soprattutto se non sono io che mi preparo il carrellino, ma se è qualcun altro che mi prepara il carrellino. Per cui, per esempio, io ho l'abitudine di sciogliere una fiala di atropina a 10, qualcun altro può avere l'abitudine di sciogliere due a 10, visto che il dosaggio massimo somministrabile sono due fiale di atropina per paziente.
E' chiaro che se io non lo so, vado secondo le mie regole, invece di fargli la mezza fiala, io non ho fatto una fiala sana.
Ancora, per quanto riguarda i farmaci, deve comunicare se deve dare la prescrizione, cioè se per esempio c'è l'infermiere vicino al paziente e ha bisogno di dare la prescrizione al paziente, deve dare una prescrizione chiara.
e possibilmente deve controllare che chi l'ha avuta l'abbia capita.
Per cui la prescrizione di fai un po' di analgesico in realtà non deve esistere,
perché non è né chiara né precisa.
È chiaro che in quel caso la prescrizione sarà fai 50 microgrammi di fentanest
e poi ti chiederà che cosa ho detto, oppure hai capito, oppure quanto fentanest devi fare,
in modo da capire se chi ha ricevuto la prescrizione ha realmente compreso
quello che lui voleva fare.
Se è possibile appunto adotta dei codici colore, i codici colore sono dei codici appunto colorati
che mettono gli stessi colori ai farmaci che vengono usati nelle fazze che sono della stessa famiglia,
Per esempio, tutti gli ansiolitici sono di colore blu, oppure i curari sono di un colore rosso, con la banda nera se la succino il colina.
In questo modo, anche se uno non legge la singa, però il colore lo indirizza sulla tipologia del farmaco.
prepara, abbiamo detto, possibilmente l'etichetta personalmente
ed effettua nel caso di errore sempre un report
quindi il report nel caso di una rata somministrazione di farmaco
dovrebbe sempre essere fatto dall'anestesista, non solo
ma dovrebbe sempre poi essere seguito da una discussione
per capire perché è successo l'errore
C'erano altre cose sui farmaci, tipo l'organizzazione degli armadietti, che non curiamo quasi mai direttamente noi,
però per esempio anche lì è buona norma tenere separati i farmaci che abbiano una formulazione simile,
cioè che abbiano le fiale simili, che abbiano dei nomi simili, per evitare gli scambi.
Infine, l'ultima parte è l'informazione sulle criticità.
L'anestesista dovrebbe sempre informare il team sulle criticità legate sia alla disponibilità di sangue
ma anche alle condizioni cliniche del paziente
ossia quando ci si trova di fronte a un paziente particolarmente critico con una serie di comorbidità
che possono influenzare sia l'andamento dell'intervento e sia il post-operatorio
occorrerebbe sempre discuterne in team e informare il chirurgo
Così come andrebbe sempre informato il chirurgo dei problemi di instabilità del paziente intraoperatorio se non si riesce a correggerli immediatamente.
È chiaro che se il paziente cala un po' di pressione e io somministrando un po' di liquido in più lo correggo, non vado a dar fastidio al chirurgo.
Ma se il paziente cala di pressione e io non riesco somministrando il liquido in più, diciamo facendo che devo dire mezzo litro di Emager a correggerlo,
e devo somministrare per esempio anche l'efedrina, allora là andrebbe richiamata l'attenzione del chirurgo,
in parte per avvisarlo che c'è un problema di stabilità del paziente e in parte perché a volte
possono essere dei sanguinamenti che non sono stati evidenziati o che sono stati sottostimati
a livello del campo operatorio. In ogni caso la comunicazione in questo modo serve per aumentare
la sicurezza del paziente perché così vediamo se c'è qualcosa che sia al di fuori del campo dell'anestesista
che può però l'anestesista vedere per primo.
Infine ovviamente la compilazione della cartella, quindi la documentazione.
È importante che ci sia una propria cartella registrata correttamente,
vengono registrati in intervalli regolari i parametri vitali, è chiaro che nelle linee guida la registrazione deve essere minimo di 5 minuti,
ma nulla ci impedisce di abbassare i tempi, devono essere registrati i liquidi e quindi i bilanci fondamentalmente idroelettrolitici,
la 20 intraoperatori e i periodi di instabilità intraoperatoria, perché poi ovviamente il tutto va riportato al postoperatorio, cioè una volta fatto il report in quello che è successo intraoperatoriamente,
l'anestesista deve ovviamente fare una prescrizione per il post-operatorio circa i monitoraggi e circa anche eventualmente le criticità del paziente, per cui rendere edotti sia gli infermieri di reparto sia i chirurghi che le complicanze di quel paziente, diciamo, se le può aspettare prevalentemente per esempio in ambito cardiovascolare,
perché magari è un ischemico e ha avuto del periodo di ipotensione intraoperatoria, oppure in ambito respiratorio, perché magari è un bronchitico cronico e ha avuto problemi di scambio intraoperatorio.
Ora però nonostante tutta questa standardizzazione delle procedure, analisi degli errori di comunicazione, in realtà per poter veramente migliorare la sicurezza in sala operatoria una cosa fondamentale da implementare è l'incidente reporting.
Che cosa può farci l'incidente reporting? Cioè un report di ogni evento avverso o di ogni evento sentinella che ci succede in sala operatoria.
Questo lavoro prende proprio in considerazione l'impatto dell'incidente reporting sul lavoro di sala operatoria. Analizza come vedete più di 2500 eventi fra avversi e eventi sentinella avvenuti in quasi 70.000 procedure.
Come vedete il reporting è prevalentemente fatto dagli infermieri sia di sala che di reparto e molto a distanza arrivano i medici ed altre figure. Ma che cosa ci permette di fare il reporting?
In prima istanza ci permette di classificare il tipo dell'incidente. In questo lavoro vedete come circa il 50% degli incidenti sono legati o a errori di comunicazione oppure a problemi con le attrezzature di sala operatoria.
poi ci permette di classificare la ripetibilità nel tempo e le conseguenze per il paziente
la ripetibilità nel tempo che va da inevitabile, cioè eventi che si verificano molto frequentemente
fino a bassissima, che si verificano al massimo una volta all'anno
e le conseguenze per il paziente che come vedete sono tarate in base al danno che si è procurato al paziente
e al ritardo nella dimissione del paziente
La cosa interessante è che matchando queste due caratteristiche, cioè la ripetibilità e le conseguenze per il paziente, si ottiene quella che si chiama una matrice di rischio.
Cioè ci permette di classificare gli eventi avversi e gli eventi sentinella secondo appunto questo schema e posizionarli in una casella di rischio estremo, alto, medio o basso a seconda della ripetibilità e del danno che è stato fatto.
Vedete, in questo lavoro la maggior parte sono eventi di rischio medio, perché o sono molto frequenti, ma non hanno fatto alcun danno, oppure sono poco frequenti, ma hanno fatto danno.
La matrice di rischio a sua volta ci permette di dosare la risposta della serie, è inutile sparare col cannone se l'obiettivo è una mosca, per cui a seconda di come viene categorizzato l'incidente avremo l'attivazione della direzione sanitaria, della direzione generale fino all'ispettorato della sanità
oppure semplicemente un'ulteriore indagine per capire quali sono stati i dati, i danni e quali sono state le cause dell'incidente oppure semplicemente delle raccomandazioni in modo da ridurne la frequenza.
Altra cosa che ci permette di capire se c'è stato un errore umano, cioè se è stata, come devo dire, non colpa, se è successo perché una sola persona ha omesso o non ha fatto qualcosa, oppure se è un errore di organizzazione, cioè c'è un errore proprio nel processo di azioni che ha portato poi all'errore.
Come vedete la maggior parte in questo lavoro è legata all'errore umano, però quello che risalta è che in entrambi i casi una parte importante è la non aderenza alle procedure, sia che sia voluta, nel senso che l'errore umano è anche quando volutamente qualcuno non fa una procedura o perché non la conosce,
o perché non gli è chiara o perché pensa che sia inutile
oppure quando la procedura stessa non esiste
perché magari fino a quel momento nell'ospedale
non si era mai verificato quel tipo di errore
oppure se esiste non è stata divulgata
non è stata comunicata appunto al personale
oppure è incompleta o non è chiara
e quindi non è applicabile di fatto.
In ogni caso, anche qui, le procedure, come abbiamo sentito prima, svolgono un ruolo importante perché riducono la possibilità di errore.
Tuttavia, cosa conclude questo lavoro? Conclude che è importante che ci sia un sistema di incident reporting efficace.
E perché sia efficace? Ci devono essere rispettati questi cinque punti. Cioè deve essere aperto e non punitivo e quindi che consenta a chi fa il report dell'incidente di dire senza nessuna obbligazione la propria versione, indipendentemente.
Che ci sia sempre un'analisi, qualsiasi sia il tipo di report e che sia poi seguita da un feedback, cioè da un'azione che porti a cercare di modificare i comportamenti in modo da ridurre l'errore.
Chiaro che l'errore non verrà mai azzerato, non esiste l'errore zero in nessun sistema.
In ultima analisi, le definizioni che vengono usate devono essere standardizzate, perché in questo modo l'esperienza mia può essere comparata con l'esperienza di qualsiasi altro soggetto, proprio perché comunichiamo le stesse cose con le stesse parole.
Qual è la debolezza comunque? Anche per questo probabilmente l'errore zero non arriverà mai.
è che nonostante tutto, come vedete, al massimo il 50% degli eventi avversi potrà essere fatto emergere da questi sistemi.
Quindi, in conclusione, per ridurre comunque gli errori in sala operatoria, migliorando la comunicazione,
occorre mettere in atto questo feedback. Questo è un feedback, teoricamente un feedback positivo.
Quindi in natura, in genere, i feedback positivi portano alla morte del soggetto.
In questo caso invece no. Un feedback positivo porta a una riduzione, quindi ad un aumento della sopravvivenza.
Parte tutto dal reporting. Senza il reporting non c'è l'emersione dell'errore.
E se non c'è l'emersione dell'errore non ci può essere un'analisi dell'errore.
E se non c'è un'analisi non ci sarà neanche una risposta e non ci sarà nessuna riduzione dell'errore che continuerà a essere reiterato.
Quindi solo in questo modo, solo attivando questo feedback positivo potremo ridurre gli errori, ridurre la mortalità e ridurre la morbilità in sala operatoria, passando come abbiamo visto anche prima dalle sale operatorie del primo tipo a quelle dell'ultima generazione.
Io avrei finito, vi ringrazio e spero di non avermi annoiato oltre il necessario.
Dobbiamo dire che in Italia la cultura della condivisione dell'errore non è poi estremamente efficace perché si ha proprio difficoltà a comunicarlo, chi commette l'errore tende a nasconderlo il più possibile per quelle che possono essere le ripercussioni proprio di natura sociale, professionale e anche economica,
Non dobbiamo dimenticare oramai questo aspetto fondamentale. Difficilmente si fanno le riflessioni perché quelle percentuali che abbiamo visto che non sono estreme ma comunque ci spaventano perché penso che siano relative solo all'errore che di fatto ha determinato danno o morte al paziente.
Poi ci sono gli errori sommersi, quelli che non hanno determinato un danno e quindi noi di fatto non li conosciamo e spesso questi errori non vengono proprio segnalati.
Bene, andiamo avanti con il programma, adesso diamo la parola a Sabrina Bianchi, coordinatrice del blocco operatorio azienda sanitaria Rimini, che ci parla di innovazione tecnologica, cosa cambia per l'infermiere?
Buongiorno a tutti, sono già stata presentata, sono Sabina Bianchi, il coordinatore del blocco operatorio di Rimini.
Rimini, sapete, intanto scusate e ringrazio l'organizzazione per l'invito, la dottoressa Caputi, Casoramo e anche il dottor Massimo Viola che doveva essere presente e ci ha fatto fare questa relazione e ha rinunciato la sua.
Dicevo facciamo parte dell'azienda di Rimini, sapete che da qualche tempo, da un paio d'anni circa, ha fatto questo grande progetto dell'azienda Romagna, ha unito i quattro grandi presidi ospedalieri, Rimini, Ravenna, Furlice e Sena, per un totale di 25.000 dipendenti, 14 presidi ospedalieri, eccetera, eccetera.
Quindi tornando al discorso comunicativo, immaginate che cosa significhi. Ho fatto due chiacchiere prima col collega di Tricase dove diceva noi tutte le mattine alle sette e mezza quando possiamo andiamo a salutare o comunque chiacchieriamo e ci confrontiamo col direttore generale.
pensate noi con 25 mila dipendenti
il direttore generale sta a Ravenna
noi stiamo circa
a 50 km di distanza
piccola premessa
allora intanto io farò solo
qualche piccola considerazione
qualche riflessione perché poi la relazione
vera la cederò
agli attori principali
l'attore principale della sala operatoria
che è Filippo Vaccarini che è uno strumentista
un infermiere della nostra sala operatoria
perché noi coordinatori
in genere chiacchieriamo molto
poi ci piangiamo addosso invece
i veri operatori sono quelli che secondo me
dovrebbero veramente
rappresentare
anche in questi casi
dicevo la nostra
è una sala operatoria che fa mediamente
12.000 interventi all'anno
ha incluse
le diverse discipline chirurgiche
una chirurgia generale che si occupa
soprattutto di una chirurgia ad alta
complessità quindi epatica
gastrica eccetera
Una chirurgia ginecologica, una chirurgia vascolare, chirurgia pediatrica, ortopedica e le discipline specialistiche come l'orologia, l'otorino, eccetera.
Allora il nostro titolo, ripeto, qualche considerazione veloce, non vi tediero molto, anche perché il filo, visto che l'oggetto è già stato trattato anche dalla dottoressa, dal chirurgo e anche dall'anestesista,
perché comunque ha un filo comune, no? Tecnologia e innovazione. Allora, fonte di rischio e opportunità di gestione. Beh, chiaramente se lo chiediamo a una platea di giovani è sicuramente una fonte, un'opportunità di gestione, perché chiaramente il giovane ha il mezzo, ha avuto il mezzo a disposizione già da piccolo, gli viene dato nel biberon.
Vedete, vi capita di andare a cena la sera, si vedono le famiglie intere, babbo, mamma, figlio e figlia, ognuno col proprio gioco e quindi l'impatto della tecnologia nel giovane è sicuramente facilitato.
Insomma, siamo nell'era della robotizzazione, non solo strumentale ma anche abbiamo cominciato senza bisogno di andare in Oriente o d'altra parte oltre l'oceano, comunque abbiamo già avviato, abbiamo già impostato, ci sono già in giro per le corsie i robot chirurghi che rispondono, questo in Francia,
rispondono alle domande più frequenti dei pazienti,
mentre loro sono a congresso o in sala operatoria.
Beh, può essere un'ottimizzazione dei tempi,
quindi il chirurgo chiaramente è in sala,
intanto qualcuno risponde al paziente in reparto.
Non solo la robotizzazione del chirurgo,
ma anche la robotizzazione infermieristica.
Ci sono già dei robot infermieristici,
soprattutto nel trattamento e gestione dei pazienti fragili
che non hanno autonomia.
quindi sicuramente ha portato sviluppo e ottimizzazione
tuttavia io credo che più aumenta la fragilità del paziente
e sicuramente più aumenta il bisogno di contatto come diceva la dottoressa
quindi sicuramente soprattutto nel nostro ambiente in ambito chirurgico
dove sappiamo che l'ansia per l'operatore la fa da padrone
il contatto non dovrebbe essere perso di vista
Chiaramente siamo riusciti a traghettare anche le nostre emozioni via satellite, l'opportunità comunque è quella che dall'altra parte qualcuno sicuramente c'è che ci ascolta e qualcuno risponde.
Ora sappiamo che in Italia il debito pubblico mi sembra che equivalga a 2.200 miliardi,
Beh, insomma, sicuramente la sanità non ne viene, in qualche maniera viene toccata, quindi siamo in una situazione per cui le risorse sono in diminuzione, le esigenze sono in continuo aumento, ci si aspetta che con meno mezzi si produca di più, perché questo è, e quindi cresce sicuramente un diffuso senso di inadeguatezza, lo sentiamo tutti, lo sente l'infermiere di corsia, di sala operatoria, lo sente il chirurgo, lo sente il paziente.
Ora abbiamo parlato di comunicazione, il chirurgo con l'anestesista in sala operatoria, l'infermiere, l'OSSE, abbiamo parlato però di sala operatoria, non abbiamo parlato di percorso chirurgico per intero che è comprensivo di degenza, pre-ricovero, di ambulatorio e questi ancora lavorano su un percorso frammentato.
e crediamo, faccio un passo indietro scusate, ci sono dei sistemi, magari ne parlerò dopo,
ci sono dei sistemi che ci aiutano sicuramente a capire quanto la tecnologia ci può essere d'aiuto.
Non lo ripeto perché sono a Romagnola, ci sono molti S, se c'è Massimo Viola che mi ascolta
mi prende in giro per due giorni, quindi diventano show, ma questo è un sistema di valutazione
multidimensionale e multiprofessionale che ci permette la valutazione di un'eventuale implementazione
e impatto sul personale, dell'eventuale introduzione di tecnologie, eccetera.
Noi da che cosa siamo partiti? Siamo partiti che possibilmente dobbiamo iniziare a rivoluzionare il pensiero,
quindi pensare in maniera innovativa, uscire dagli schemi e quindi abbiamo, partendo ancora prima,
La dottoressa diceva, e anche l'anestesista, sappiamo che il Ministero ci dà dei dati inerenti agli errori, gli eventi avversi costituiscono l'80% delle cause di errori, la comunicazione rappresenta l'80% delle cause di errori, quindi abbiamo costruito il nostro percorso su questo dato.
Sappiamo che nella realtà di tutti noi, non so voi sicuramente riuscite a fare meglio, ma ancora oggi una semplice ricerca di informazioni diventa una caccia al tesoro, il rumore di fondo è l'informazione più accreditata,
dobbiamo andare a verificare o cercare chi ha firmato per delegare responsabilità e questo soprattutto tutti arrivano, deve essere pronto l'uno di oggi, quindi si ferma tutto e si deve in qualche maniera lasciare stare quello che si stava già facendo.
Quindi riteniamo che senza una forte tradizione a monte con persone che hanno lavorato per tanto tempo in una certa maniera dovendo fare cambiamenti difficili avremo poche speranze senza un programma di comunicazione, qui torniamo, e coinvolgimento del personale al processo di cambiamento.
E qui è importante, se vogliamo cambiare una mentalità, il tipo di comunicazione per cui non possiamo fidarci al social, che ha costituito migliaia di reti, eccetera, ma dobbiamo avere una comunicazione sociale perché poi la comunicazione verbale è quella che dà più efficacia, è quella che dà una relazione più diretta.
e qui ancora l'importante della comunicazione
adesso arriviamo a quello che noi abbiamo pensato di fare
abbiamo immaginato il nostro filo guida
il nostro fil rouge appunto la comunicazione interna
abbiamo cercato di consolidare l'esistente
abbiamo valorizzato il capitale sociale
ciò che abbiamo
abbiamo dedicato dei gruppi di lavoro
e soprattutto anche se ormai è una cosa
che ormai non ce lo possiamo più sentir dire
perché tutti quanti lo diciamo in maniera
sta diventando ormai retorica
L'integrazione medico-infermieristica. Che cosa abbiamo fatto? Questa è una fotografia del nostro meeting di cui ne parlava stamattina la collega, un meeting multidisciplinare dove sono presenti tutti i professionisti, anche l'infermiere di pre-ricovro, l'infermiere di reparto.
Abbiamo pensato di progettare un sistema attraverso il quale l'infermiere di reparto esca dalla propria scatola, come vi dicevo prima,
e attraverso un progetto appunto intitolato corsie avanzate, attraverso una formazione tecnica, l'abbiamo fatto andare in sala operatoria.
In sala operatoria non certo ad imparare a strumentare o a imparare a fare l'infermiere di sala, ma per capire che cosa succede dall'altra parte.
Viceversa l'infermiera di saloperatorio l'abbiamo fatto uscire e l'abbiamo fatto entrare attraverso una formazione relazionale in reparto a cominciare a condividere il percorso, quindi a parlare con gli infermieri di licenza, a cominciare a strutturare il colloquio preoperatorio, l'abbiamo chiamato parola che cura e quindi l'infermiera di reparto ancora verso l'ambulatorio chirurgico infermieristico.
L'abbiamo chiamata corsia avanzata, avanzata quanto? Abbiamo detto l'ambulatorio chirurgico infermieristico dove l'infermiere gestisce il paziente nella post dimissione, anche questo credetemi non è stato semplice perché è l'ambulatorio chirurgico infermieristico come l'infermiere non può firmare, non può fare il referto, ma insomma nell'ambulatorio chirurgico infermieristico post operatorio a casa il paziente quando torna di che cosa ha bisogno?
ha bisogno di tante informazioni che si chiamano e fanno parte di tutta quella fetta importantissima dell'infermieristica educazione sanitaria, in genere prima veniva gestito dal chirurgo che stava dall'altra parte della scrivania davanti al computer, tutto bene, tutto a posto,
l'infermiere gestiva la ferita e diceva
si ti puoi fare la doccia, puoi mangiare
puoi bere eccetera
beh lì abbiamo ottimizzato le risorse
il chirurgo sta dove deve stare
l'infermiere gestisce
il paziente
nella fase post dimissoria
so che qui lancio delle provocazioni
ma non lo voglio fare
lascio lo spazio a chi
la parola che cura ancora l'infermiere di saloperatore
sapete quanto sia importante
il colloquio preoperatorio ormai
ormai ci sono dati che hanno confermato che una buona riduzione d'ansia nel preoperatorio riduce anche l'adegenza nel postoperatorio, quindi assumendo non solo il chirurgo da solo ma tante mani, quali sono state le difficoltà, ma forse queste, le gerarchie, le abitudini, le paure, queste lo sappiamo, abbiamo però somministrato dei questionari nel nostro gruppo di lavoro
E il gruppo ha risposto bene, abbiamo chiesto se loro intendevano e se secondo loro era efficace partecipare a dei gruppi di lavoro dedicati, partecipare a dei lavori di gruppo multidisciplinare e la risposta è stata assolutamente positiva.
Oltre a questo ci sono anche metodologie che stiamo importando dall'industria, le famose metodologie, una metodologia snella che cerca di snellire i processi di produzione, sapete l'abbiamo importato dalla Toyota, e cercando di evitare gli sprechi.
Sono tutte metodologie che ci possono aiutare, attenzione però l'industria produce profitto, la sanità dovrebbe produrre salute, però sappiamo anche che ce n'è da scartare di cose, soprattutto nelle sale operatorie.
C'è sempre qualcuno che aspetta qualcun altro, quindi forse qualche deprociualizzazione nel percorso deve essere fatto, quindi sono convinta che la produzione snella non abbia nulla a che vedere con la sua tecnologia, ma è il modo di convincere a una sana complicità collaborativa.
Per me sana complicità collaborativa vuol dire anche che oggi sono partiti da Rimini alle 3.45 7-8 colleghi per venire a dare un pochino di supporto e sostegno al collega che poi relazionerà.
Ecco, questa per me quindi vuol dire avere raggiunto in parte l'obiettivo. Ci sono persone presenti in aula della nostra sala operatoria che fanno parte, che non hanno quasi mai evidenza, la Giovanna ad esempio, ma che senza di loro non si riuscirebbe veramente a fare il passaggio successivo.
sono anche fortunata di lavorare
perché questa è pura casualità
io non faccio parte della sala portale da molto tempo
sono da qualche mese
provengo da aree chirurgiche, diligenze, diambulatorie ecc
sono fortunata perché non è quindi merito mio
hanno già fatto tutto loro
di poter lavorare in un gruppo di lavoro veramente capace
veramente competente
soprattutto ha una spinta molto forte
Molte di loro sono giovani e questo con la tecnologia vuol dire, a parte me e Lella che abbiamo un ditone come dice lei sempre per poter attivare, però la maggior parte di loro sono giovani quindi non hanno sicuramente difficoltà con il mezzo e con le tecnologie.
Tuttavia credo che è necessaria una spinta umana che ristabilisca l'equilibrio e questo comunque va a ricalcare i concetti precedenti, quindi anche qui c'è una ripresa di quello che diceva precedentemente la dottoressa, più tecnologia, più bisogno di contatto umano.
Questo concludo, ruolo dell'infermiere, tecnologia e innovazione, questa vignetta me l'ha dedicata il mio direttore di unità operativa, lui si vede rappresentato con quel lumino che chiede, l'infermiera dentro, a voi la conclusione.
Grazie a tutti, grazie Bianchi e complimenti comunque per l'iniziativa che c'è stata quella di voler contaminare le realtà e mescolando e far conoscere gli infermieri quella che è la sala operatoria, gli infermieri delle unità operative su quella che è effettivamente perché spesso le difficoltà anche di comunicazione sono dovute proprio al fatto che nessuno di noi conosce effettivamente il lavoro che fa l'altro.
Lavoriamo tutti nello stesso ospedale ma non conosciamo tutte le realtà a perfezione.
Non sono segnato in elenco.
Ah ok, perfetto, grazie, prego.
Ringrazio intanto per la presentazione la mia coordinatrice e per l'invito ovviamente Presidente e Vicepresidente AICO.
Dunque io mi chiamo Filippo Punto Vaccarini, sono infermiere da 11 anni presso il blocco operatorio di Rimini,
sono uno strumentista e tutor e mi occupo anche della formazione dei miei assunti.
L'argomentazione che tratto oggi è la tecnologia nel comparto operatorio, ma mi piacerebbe parlare di tecnologia anche al di fuori del comparto.
In realtà siamo immersi da tecnologia, sempre convinti che ci venga a supportare nelle azioni quotidiane come nel lavoro, come in tante cose.
In realtà la tecnologia è un po' un'arma a doppio taglio, è sicuramente importante ma bisogna saperla gestire bene.
La domanda di oggi è proprio questa, riusciamo a governare la tecnologia?
Riusciamo a gestire l'ipertecnologia oppure siamo ancora con una mentalità ipotecnologica
e cerchiamo di gestire invece l'ipertecnologia?
È un concetto un po' complesso, però è una cosa quotidiana che ritroviamo tutti i giorni.
Nell'ambiente operatorio, quindi quello in cui la maggior parte di noi lavorerà,
siamo invasi da tecnologia.
E' vero che ci aiuta tantissimo, è sempre più innovativa, guarda sempre più futuro, è sempre più rapida per la risoluzione dei problemi, è sempre più complessa a volte ed è sempre più costosa, quasi sempre.
Il problema è che per poterla gestire bene io sono convinto che l'infermiera di sala operatoria debba partire da un concetto che viene molto prima, cioè dalle informazioni di base, da quelle informazioni che venivano tramandate un tempo, qualche anno fa, dove il concetto di tecnologia era ancora un po' nascosto.
quindi sono fermamente convinto che iniziano a mancare un po' le informazioni tra virgolette artigianali
che ci venivano date dai vecchi infermieri, da quelli che erano anche forse resti all'innovazione, all'utilizzo di tecnologie
questi concetti da alcuni dei neosunti che ho avuto modo di seguire ultimamente
sono state definite anche in certi casi inutili
e secondo me invece assolutamente, oggi c'è l'essenzialità dell'inutile ed è importantissimo valorizzare costantemente questi concetti semplici, qualcuno li definisce banali,
ma le cose vere, concrete, reali, quelli che poi ci daranno sicuramente una spinta maggiore per imparare ad utilizzare un device di ultima generazione,
un generatore appena consegnato o comunque la tecnologia in generale.
Per spiegare un po' questi concetti mi sono avvalso di un esempio.
Adesso ho messo questa immagine perché appena vista mi ha un po' scioccato.
Questo sembra un lettino di un'attacca e in realtà è una cucina,
una cucina ipertecnologica dove dovrebbe essere preparato da mangiare gli alimenti quotidiani.
Io sinceramente rabbrividisco di fronte a una foto del genere
perché mi viene da pensare che una cucina è un ambiente caldo, accogliente, dove si prepara da mangiare,
invece questo è tutt'altro, cioè vediamo i colori, le forme, danno una freddezza,
una cosa che proprio non si avvicina nemmeno a quello che è il fine, cioè la preparazione dei cibi.
Questa è un po' la volontà di volersi sempre spingere un pochino oltre con la tecnologia,
ma è necessario questo? In realtà io credo proprio di no.
No, la tecnologia dovrebbe seguire un percorso un po' più graduale.
Adesso c'è la tendenza a voler eccedere in tutto, nella vita, nelle sensazioni, nelle emozioni e anche nella tecnologia.
Dobbiamo fermarci un pochino, rimango dell'idea come prima che i concetti di base si sono un pochino persi,
farci forza su quelli e poi costruire in maniera più graduale ovviamente la tecnologia e l'innovazione.
attualmente
adesso ho messo un'altra immagine
tutti ricordiamo quando la nonna ci preparava
le tagliatelle o la mamma così
ed era sicuramente un piatto semplice
un piatto anche banale
anche in questo caso
ma sicuramente perfetto
veniva impastata a mano
quindi gli ingredienti immateriali
erano sempre gli stessi
quindi ottimi materiali
impastata a mano, quindi con setti antichi
tramandati da madre e da nonna
da donna a madre, da madre a figlia e il risultato era un piatto sì semplice ma inattaccabile, assolutamente perfetto.
Adesso noi giovani cerchiamo di fare le stesse cose che facevano i nostri nonni, i nostri genitori, ma cosa facciamo?
Non siamo più incapaci ad usare le mani per impastare una sfoglia, facciamo con l'impastatrice automatica,
il sugo non lo sappiamo più fare, buttiamo tanti ingredienti dentro delle macchine che ci fanno il sugo da sole
e poi uniamo le due cose, viene sicuramente un piatto decente ma non viene un piatto perfetto
e noi che siamo del mestiere dobbiamo sapere assolutamente distinguere le cose che vengono fatte
in maniera modesta da quelle che vengono fatte in maniera impeccabile
perché questo è quello che ci viene chiesto adesso, noi dobbiamo lavorare, come diceva prima la mia coordinatrice
con poche risorse e ottimizzarle al massimo sopra le loro potenzialità per avere un risultato incredibile
Sì perché non si potrà mai con poco ottenere tantissimo, si può ottenere tanto ma non si può eccedere, quindi tutto questo discorso per dire che abbiamo un po' perso le conoscenze quelle vere, le conoscenze quelle che chiamavo prima concrete e dobbiamo invece recuperarle, farci forza su quelle e poi progredire col percorso fino alla conoscenza delle tecnologie più avanzate.
Perché cosa succede? Succede che la tecnologia, che è quella cosa che dovrebbe essere solo lo strumento per fare meglio ciò che sappiamo, non riesce ad essere in realtà questo, cioè se noi non abbiamo padronanza piena delle conoscenze ipotecnologiche non potremo mai andare allo step successivo, non potremo mai essere in grado di gestire a pieno uno strumento che ci viene consegnato.
E poi pensiamo un attimo, se noi non sappiamo fare una cosa e in quel momento non c'è l'apparecchio ipertecnologico che ci aiuta, ci dà manforte, come facciamo a gestire la situazione?
Ci troviamo assolutamente spiazzati e non riusciamo nella risoluzione. E perché? Cosa succede altrimenti? Se la tecnologia non la dominiamo è lei che ci domina.
quindi la strumentazione di ultima generazione ci porta un po' nella strada dove vuole lei, se noi ancora una volta non siamo forti delle conoscenze non intaccate dall'innovazione tecnologica e bisogna possedere nell'anima cosa significa, che come in tutte le cose se ci crediamo fortemente dobbiamo assolutamente conoscerla nell'intimo,
Mi viene in mente un generatore di bisturi elettrici che tanto utilizziamo tutti quanti e sapete di cosa parliamo. Non dobbiamo solo saper settare col dito il pulsante e generare l'uscita in potenza VAT o l'effetto che può avere su un determinato tessuto.
dobbiamo conoscere quel dispositivo
in mancanza di una funzione
o comunque se si dovesse bloccare o avesse un problema
riconoscere l'errore
risalire al problema che può essere stato
molte volte da noi di Rimini
che siamo abituati ancora per poco
a lavorare in un ambiente un pochino
retro, c'è un blocco di più di 30 anni
il nuovo ci verrà consegnato a breve
siamo
per questa cosa qui molto elastici
perché quando si hanno poche risorse
si utilizza molto la testa e si cerca la risoluzione
E il bisogno di possederne l'anima è proprio questo, se non conosciamo l'origine anche di un device, di un sistema elettronico di ultima generazione, se non conosciamo la base, non possiamo andare a correggere gli errori che anche questi generatori possono avere, perché non sono macchine perfette.
Se no, cosa succede? Se noi ci mettiamo nelle mani completamente della tecnologia, succede quello che io chiamo autoinganno,
cioè un'alterazione assoluta della nostra potenzialità, quindi un gattino che si vede un leone, ed è così.
Con le macchine, con l'ausilio di tecnologia, noi ci crediamo veramente grandi, veramente forti, dei supereroi,
ma non lo siamo assolutamente, appunto perché, come dicevo prima, nel momento di mancanza di questa situazione,
di questo macchinario di ultima generazione
siamo deboli come un gattino
e non siamo più forti come un leone
e dopo siamo da capo
dobbiamo cercare la soluzione al nostro problema
con le nostre forze
possiamo chiedere aiuto alle conoscenze di base nostre
se l'abbiamo ma se non l'abbiamo siamo spiazzati
la tecnologia dicevo all'inizio ci aiuta tanto
ci aiuta molto
velocizza i processi
però forse a volte ci toglie un po' la coscienza
punto reale di quello che siamo e secondo me togliono cose che invece è fondamentale, cioè l'emozione della paura, quando siamo vicino a un device che ci gestisce una situazione critica, noi siamo forti e sicuri e non abbiamo paura, senza quel dispositivo invece ci sentiremmo un pochettino più impauriti di fronte a una situazione, però la paura è un'emozione che va accettata e va considerata perché come quando siamo impauriti in nessun'altra occasione riusciamo a trovare
varie soluzioni in maniera rapida, in maniera funzionale e di solito efficace, perché ci
attiviamo completamente, subiamo una modificazione anche al nostro interno, lo sappiamo bene,
e tutto nasce per stimolare un'iperproduzione e tante idee ci vengono in testa e l'obiettivo
unico è quello della risoluzione e spesso ci arriviamo, ci siamo impauriti.
Senza storia non c'è futuro, è quello che ho detto finora, cioè senza le basi solide
e vere, concrete che possiamo avere, non possiamo progredire insieme alla tecnologia e non possiamo comprenderla
e di sicuro non possiamo valorizzarla per quello che ci viene consegnato.
Siamo in un momento ovviamente critico soprattutto dal punto di vista economico, in Italia lo sappiamo in quale è la nostra situazione
e anche le risorse sono limitate.
Io propongo oggi, voglio portare oggi a voi il concetto di tecnologia misurata.
Cosa significa? La tecnologia è importantissima e misurarla vuol dire metterla solo nelle situazioni in cui serve veramente.
Io me la sono spiegata con tre termini semplici ma comprensibili, che sono un'allocazione ragionata delle risorse,
cioè dobbiamo imparare che la tecnologia, che è una cosa appunto limitata perché economicamente un po' tutte le aziende sono nella stessa situazione,
dobbiamo allocarla, dobbiamo metterla
in maniera ragionata
cioè con coscienza solo in quei casi
in cui veramente
è necessario, quindi non dobbiamo
utilizzarla sempre e comunque
tanto ce l'abbiamo, tanto ci viene poi
basta riordinarla che ci viene riconsegnata
perché
non è così, non è così, prima o poi finirà
e in molte realtà purtroppo è già finita
e presto un po' credo dappertutto
le limitazioni sono sempre di più
Le consegne sono sempre più rallentate, i materiali sono sempre più scadenti, però andiamo avanti con questa tecnologia come se la tecnologia non fosse conscia, cioè l'ipertecnologia che ci viene proposta non fosse conscia di quello che succede, non si capisce bene a volte se vogliono far credere una situazione diversa da quello che realmente è e quindi dobbiamo rimanere ancorati assolutamente al passato elaborandolo gradualmente per arrivare al futuro.
E ovviamente in tutti i momenti critici ci appelliamo, ci attacchiamo, ci aggrappiamo alle cose che più ci danno forza. Nel nostro mestiere siamo infermieri, quasi tutti credo, sicuramente lavoro di gruppo.
Era molto bella la diapositiva della dottoressa prima del pit stop che rendeva proprio l'idea. Io ho messo a cuore delle mani perché sicuramente l'unione in questo caso fa la forza con me, non mai.
Soprattutto noi abituati a lavorare in un contesto operatorio, siamo all'interno di un'equipe e siamo abituati a lavorare in gruppo ed è una cosa che ci dà forza questa qui sicuramente.
E all'interno del gruppo per lavorare bene dobbiamo essere tutti complici, dobbiamo collaborare e col termine complicità collaborativa volevo esprimere questo concetto, cioè che tutti quanti, ogni professionista svolge il suo compito, ognuno ha uno step da considerare o è impreciso, ma tutti quanti dobbiamo conoscere il percorso globale, proprio come diceva prima la dottoressa con l'immagine della pit stop,
dobbiamo conoscere il percorso globale
e avere ben in mente qual è il fine
del nostro lavoro di gruppo
questa diapo rappresenta
il fatto che
eccezionalmente è raro che un
lavoro complesso, cioè quindi
una condizione difficile, venga risolta
da una sola persona, perché non esiste
supereroe nel nostro mestiere, non c'è uno che fa
la differenza, se si è lavorato
tutti bene, allora andrà bene
andrà a buon fine l'intervento, andrà a buon fine
il tipo di assistenza che stiamo dando
se uno ha lavorato male
c'è il gruppo che può intervenire
ed aiutarlo
per cui è raro che una persona sola
che il caso complesso
venga risolto da una sola persona
da una sola procedura quindi
da una sola angolazione di veduta
e un solo entusiasmo
e poi molto importante
gli ultimi due concetti
una sola delusione
e un solo errore
sono le delusioni
che ci fanno crescere
ci fanno ragionare
su come poter migliorare
sulle soluzioni da prendere
in altri casi complessi
perché qui è di casi complessi che sto parlando
e sono gli errori e le delusioni che ci fanno crescere
e fanno in modo che questo non si riproponga più
oppure si riproponga con una frequenza inferiore
perché purtroppo sbagliare è impossibile
però ridurre gli errori, ridurre i casi che non sono andati a buon fine
quello lo possiamo fare
all'inizio parlavo di tagliatelle con l'immagine della nonna che stende la sfoglia
e di un piatto che fondamentalmente è un piatto banale, un piatto semplice
ma può anche diventare un piatto sofisticato, in questo caso ho messo una foto dove la taglia taglia è impiattata un pochettino più in maniera ornamentale.
Per noi che a Rimini avremo a brevissimo in consegno un nuovo blocco operatorio, l'innovazione del piatto del futuro è un sistema di sale integrata che oggi volevo presentare,
so che qualcuno lo conosce già ed è un sistema della Storz che si chiama OR1, un sistema che nasce a fine anni 90 e primi anni 2000 ma continua ad evolversi da 15 anni
e continua ad aumentare il suo potenziale perché aumentano le esigenze all'interno di un comparto operatorio, segue le richieste che gli vengono fatte, segue i cambiamenti di tipo di assistenza
E anche i cambiamenti di tipo di interventi sui pazienti. È un sistema che si basa su un monitor a parete che gestisce l'intera sala operatoria, ha un potenziale enorme ed è come dicevo sempre in continuità di espansione.
Può gestire tutte le telecamere per la paroscopia, i sistemi di integrazione per la paroscopia e gli endoscopi, i sistemi di comunicazione all'interno e all'esterno della sala e poi ha un punto fondamentale che è quello del recupero e documentazione del paziente.
Con questo sistema possiamo recuperare durante l'intervento la documentazione inerente al paziente, quindi interventi precedenti, immagini, informazioni, registrazione anche audio e video si possono salvare e registrare e possono essere recuperati per dare una migliore assistenza durante l'intervento a questo paziente.
E in più gestisce tutto quello che è all'interno della sala, i monitor satelliti, le lampade scialitiche e le telecamere.
Ho portato la foto di una progettazione di una delle nostre sale operatorie, vediamo infatti che questo sistema gestisce tutti i sistemi colorati,
quindi ci sono tre monitor satelliti, un monitor ausiliario che è un monitor identico a quello per la gestione che è a parete,
Questo lo può gestire l'infermiera strumentista con una guaina sterile e da lì può comandare le telecamere interne sala, le telecamere delle lampade scialitiche, le luci scialitiche, le luci dell'ambiente e tutti i dispositivi di controllo della paroscopia e recupero di immagini paziente.
Inoltre anche la gestione del tavolo operatorio. Le caratteristiche principali quindi di questo programma sono il controllo centralizzato dell'intera sala operatoria, una stazione di lavoro semplice, maneggevole e assolutamente intuitiva, non è infatti complessa, per fortuna hanno ideato un programma di facile apprendimento per tutti perché non siamo tutti giovanissimi, tutti abili con le capacità tecnologiche,
ci sono anche persone che sono prossime alla pensione e già si trovano a disagio con un telefonino, figuriamoci a maneggiare dei dispositivi del genere, ma vi assicuro che è veramente intuitivo e molto rapido.
Inoltre è molto importante la caratteristica del collegamento in rete per teleconferenze e materiale didattico, ci si può quindi collegare anche al di fuori del nostro ospedale.
E l'ultimo punto è una connessione ad altri sistemi ospedalieri in tutto il mondo, i sistemi ospedalieri che hanno questo sistema OR1 possono interconnettersi in qualsiasi momento molto semplicemente scambiandosi ovviamente dati pazienti, immagini, foto e file di ogni genere.
concludendo
mi chiedo cosa ottengo oggi
oggi otteniamo questa tecnologia
e la gestiamo in questa maniera
qualcuno bene, qualcuno male
ci proviamo
domani speriamo che la tecnologia
si sviluppi come sta facendo
ultimamente, in maniera però
più progressiva, senza avanzare troppo
senza andare sull'eccesso
perché non riusciamo a gestirla
e dopo domani
speriamo ancora in questa evoluzione
continua ma sempre supportata
e mai dimenticandoci da dove
siamo partiti, dove nasce il nostro mestiere
quali sono i concetti base
e devono sempre rimanere ben solidi per poter
valorizzare a pieno tutte le risorse
che ci verranno date
nel prossimo futuro
con questo concluso vi ringrazio
bene, giunti alla
conclusione di questa sessione
adesso possiamo aprire
il dibattito visto che abbiamo tutti
i relatori qui in sala
io vorrei cominciare con una
Una domanda che vorrei fare alla collega Trinca, è stato interessante vedere tutti gli strumenti che di fatto possono determinare la qualità e ci hai fatto vedere alcuni dei protocolli che quotidianamente vengono utilizzati dal team infermieristico che è presente nella tua sala operatoria.
Mi piacerebbe sapere se la redazione di questi documenti è avvenuta con la sola esclusiva presenza degli infermieri
oppure c'è stata effettivamente una collaborazione. Come vuoi, se funziona anche di lì.
Grazie per la domanda. Inizialmente la prima esperienza di protocollo che abbiamo fatto
l'abbiamo fatta ad esclusiva presenza infermieristica, ma è stato il primo perché in realtà poi vedendo il tipo di strumento abbiamo cercato l'integrazione delle diverse figure, quando abbiamo introdotto per esempio la chirurgia robotica all'interno della sala operatoria c'era l'operatore che non voleva l'apertura del set di conversione
perché con l'apertura del set di conversione, avendo i set in sterilizzazione e in outsourcing,
comportava un costo per il chirurgo, perché lui diceva io devo aprire quello, eccetera.
Quindi in realtà è stata proprio l'occasione per sederci insieme al chirurgo, insieme all'anestesista,
ha certificato che quindi lui non avrebbe avuto l'apertura del set, ma avere il set a disposizione.
Quindi questo nel lavoro d'equip comportava l'infermiere che era tranquillo perché comunque aveva a disposizione poi il tempo per eventualmente convertire anche da un punto di vista legale, dice non hai tutto pronto eccetera.
Il chirurgo che ha capito quali erano gli aspetti di criticità e quindi per esempio avevamo concordato l'aspiratore, alcuni presidi che avremmo comunque aperto per avere poi almeno un approccio di emergenza alla conversione e quindi da là è iniziato un percorso che in realtà ha coinvolto tutte le diverse figure professionali.
Quindi è stato l'approccio iniziale perché ci criticano tanto gli infermieri ma secondo me nell'ambito della gestione del rischio e della qualità siamo i primi anche per un discorso di formazione che è sicuramente diversa rispetto alle altre professioni.
Quindi noi avevamo percepito per primi l'utilità proprio dello strumento e da là poi è stato coinvolto il resto delle figure professionali.
Bene, grazie. C'è qualcuno che vuole fare qualche domanda in sala?
Allora faccio io una domanda alla dottoressa Perfetto. Abbiamo parlato di comunicazione efficace. All'interno della sua realtà che cosa si è fatto per migliorare quella che è la comunicazione? C'è stata qualche esigenza particolare?
La domanda è diabolica perché giorno per giorno ci rendiamo conto della difficoltà di comunicazione, degli errori di comunicazione, delle varie possibilità del momento in cui c'è qualcosa che non funziona.
Siamo chiusi in una specie di circuito diabolico, lo ripeto, perché occorrerebbe veramente trovare una linea di comportamento che ci possa aiutare a non commettere l'errore.
Purtroppo ci facciamo prendere ogni giorno dalla successiva ripresa del quello si deve ricoverare, quello deve essere dimesso, quello entra, quello va via.
Quello non può essere operato oggi, ritorna, torna domani, è un lavoro troppo frenetico. Il lavoro frenetico, io ogni giorno che faccio la visita, soprattutto in reparto, mi rendo conto di come camminiamo sul filo del rasoio.
L'errore ci è proprio a ridosso, pronti da un momento all'altro a farlo e mi rendo conto di quanto copra la sala operatoria, cioè quanto il reparto faccia arrivare in sala operatoria tutta una serie di cose già filtrate che altrimenti arriverebbero in sala con una percentuale di errore già addosso.
quel discorso di far entrare l'infermiere che tipicamente, sistematicamente lavora in sala, in reparto e viceversa
è una cosa di cui stavo parlando poco fa con Nicola Sanigandro
secondo me è di estrema importanza perché si comincia a capire cosa succede in reparto
per cui quando arriva un paziente in sala è come così è arrivato questo
Ognuno ha un motivo per cui quel tale approccio al paziente è saltato o è stato fatto male.
Io credo che bisogna correre ai ripari e subito perché mi rendo conto di essere sempre sul filo del rasoio dell'errore, della richiesta del paziente al quale viene chiesta una cosa e magari doveva essere chiesta ad un altro
O di un prelievo fatto ad un paziente che doveva essere fatto ad un altro. Noi lavoriamo con questo problema correntemente e mi rendo conto sempre di più, infatti questi incontri sono di estrema importanza, mi rendo conto sempre di più che la checklist da molti presa come una scocciatura è uno strumento importante.
Credo che occorra cominciare a fare checklist di tutto. Il discorso dei farmaci perché non vale forse in reparto dove il bicarbonato e il calcio sono perfettamente identici, dove trovi fiale dell'uno e fiale dell'altro perfettamente con gli stessi colori dello scatolo del farmaco.
C'è troppo margine di errore ancora e quella percentuale del 50% io credo possa scendere facilmente con questi meccanismi ma vanno opportunamente applicati.
Ora non può essere un'iniziativa di reparto, cioè non mi posso alzare al mattino e dire facciamo noi nel nostro reparto questo sistema tipo checklist, mi deve essere importato dalla direzione per avere un atteggiamento univoco.
Ad esempio è stato introdotto in reparto da pochi giorni un foglio unico di terapia che viene utilizzato lo stesso in tutti i reparti.
Stiamo l'altro ieri proprio, si sono riuniti gli infermieri di reparto perché facendo il giro ad ogni turno cambia la maniera di interpretare quel foglio unico di terapia.
Io credo ci sia un gran lavoro da fare e che gli errori siano ancora abbattibili e molto semplicemente perché gli strumenti ci sono ma non sono ancora stati veramente applicati.
Quel foglio di terapia per esempio c'è stato imposto dalla direzione, forse è stato partorito da chissà quale mente che avrà avuto. Lo so però non ci ritroviamo, basta pensare a un paziente settico che deve fare tre tipi diversi di antibiotico e ti ritrovi che con gli orari non ci sei più.
Quelli ci hanno proposto 8, 12, 16 e 24, che sono questi orari. Non va bene, non è così. E allora cominci a fare correzioni, a mettere striscette, a mettere firme e si va nell'errore e il paziente a quell'ora doveva fare un antibiotico e non l'ha fatto e quindi l'errore ti porta alla conseguenza sul paziente.
Io sono terrorizzata perché sono convinta che ci siano troppi errori che noi sistematicamente, non per puro caso ma perché siamo abituati a lavorare alla vecchia maniera, riusciamo a coprire e a non far realizzare, non far succedere.
ma non perché si lavori in una maniera coerente e continua, si corre il rischio di lavorare molto di più e male ottenendo degli errori, piuttosto che lavorare meno, meglio e con un numero molto più basso di errori, va ancora più sistematizzato il lavoro.
La realtà del mio reparto è ancora questa, cioè nonostante il discorso sia stato ben compreso c'è ancora l'errore e c'è ancora un comportamento per molti versi non idoneo a quella che invece dovrebbe essere la procedura.
Per cui anche nel discorso dell'utilizzazione del carrello della medicazione ci sono delle regole che non vanno pedissequamente rispettate e l'errore si verifica.
E quindi io faccio di me stessa, su me stessa, un mea culpa nel tentativo di potermi rivolgere alle strutture che dirigono dall'alto il nostro reparto come altri per poter attivare tutti i meccanismi che possono essere utili all'abbattimento dell'errore.
Perché comunicazione ed errore sono ancora per la strada. Siamo ancora all'inizio, abbiamo molto da fare.
Signore, questo sicuramente però l'introduzione di uno strumento che può essere un protocollo, che può essere per esempio il foglio unico di terapia, deve necessariamente essere accompagnato da una condivisione e da una formazione.
Cioè non si può pensare di introdurre uno strumento e dire da oggi si usa. È chiaro che non sarà mai efficace, anzi può essere dannoso e avere l'effetto esattamente contrario, cioè quello di determinare degli errori.
prego, è acceso?
no, qualche inciso
allora intanto gli errori esistono
e ci sono diverse tipologie di errori
se vogliamo pensare di eliminare l'errore
siamo perdenti
però attenzione, un pochino quello che dicevamo stamattina
non è che l'errore interattiva è frequente
perché l'infermiere interpreta
no, no, no, ma era
volevo ricondurre un pochino
Siamo in tanti, le diversità sono tante, le variabili sono tante, per cui la procedura non è la cosa che in qualche maniera dà la certificazione, la famosa checklist, per cui tutti quanti si comportano così.
Per cui se la direzione sanitaria fa arrivare la checklist allora siamo sicuri che quella cosa avviene. Come dicevo prima, ho cercato di dire prima un pochino in fretta, ad esempio, è vero che se non cominciamo a cambiare, ce lo continuiamo a dire, però poi di fatto giustamente diceva bene, ma che cosa abbiamo fatto?
Esatto, se ancora oggi, e io questo l'ho sentito perché vengo dall'altra parte, vengo dalle digenze, io sentivo che l'unico modo di comunicare con la sala operatoria era il telefono, allora potrà ancora con tutta l'innovazione un percorso come quello chirurgico che è un percorso complesso perché c'è il pre-ricovero, perché c'è il paziente che è dall'ambulato, quale percorso deve passare, è un percorso lungo e complesso,
potrà ragionare la sala operatoria
già ancora adesso la sala operatoria
non si parla con i propri attori
figuriamoci se
ancora dobbiamo pensare
che forse è possibile condividere
e migliorare se parliamo con i nostri
vicini di casa che è il reparto
perché infatti
gli infermieri di sala operatoria
quando si vedono arrivare il paziente non pronto
guarda qua cosa hanno combinato
gli infermieri di reparto
quando vedono arrivare il paziente non medicato
hanno mandato siamo ancora lì ma non ci vuole la direzione sanitaria che dica dovete rispettare
il checklist purtroppo e lo ribadisco adesso qui io lancio una provocazione è vero come diceva la
collega che la gestione di alcune cose fatele fare a chi ha una formazione che ha avuto una
formazione giusta l'infermiere è comunque colui che gestisce tutto il processo infermieristico
che è colui che ha una capacità forse più attenta nella gestione dei processi, perché se noi diamo l'attivazione di un cambiamento o comunque mettere insieme un processo organizzativo a un medico,
dico, scusate, ma è un macello, ma non perché, ma è come se io dovessi fare il chirurgo,
perché non ha la formazione nella testa, quindi quali sono eventualmente i passaggi da fare?
Gli infermieri devono tirare sulle maniche e cominciare a pensare al processo di cambiamento,
si devono parlare, vogliamo parlare della consulenza infermieristica?
Perché esiste la consulenza medica? Perché gli infermieri siamo tutti bravi a fare le stesse cose? Tutti quanti abbiamo le stesse attitudini per fare tutto? Ma io ricordo ancora richiesta, consulenza chirurgica per valutazione e rimozione del catetere vescicale o introduzione del catetere vescicale.
Vogliamo parlare dell'introduzione del peak line? Andiamo avanti. Quindi noi dobbiamo in qualche maniera lavorare affinché spingerci, cioè farci spazio perché appena un infermiere dice possiamo fare, tu cosa vorresti fare?
come chi te l'ha detto, hai le competenze, ma non puoi avere la firma, faccio l'esempio dell'ambulatorio chirurgico infermieristico, ho avuto la fortuna che abbiamo un primario illuminato, perché appena si dice guarda dottore ho questa idea, bene partiamo da ieri, io ho avuto questa fortuna, addirittura invece i suoi collaboratori, l'ambulatorio chirurgico infermieristico, ma con quali competenze, ma cosa va a dire,
Il colloquio preoperatorio è bellissimo, il colloquio preoperatorio addirittura un medico ha detto beh ma l'infermiere deve parlare poi con il paziente, perché normalmente chi parla con il paziente?
Quindi c'è ancora una grande diffidenza, non diciamoci delle cose, certo la comunicazione, noi ci integriamo, non è vero e questo è il grosso gap, quello famoso di cui parlavo prima e questa è la grossa differenza.
però io mi rivolgo anche agli infermieri, è colpa nostra, è colpa nostra, perché noi, ripeto, come la famosa considerazione, rispetto, perché non mi rispettano, non mi rispettano, ma chi l'ha detto, non mi rispettano, il primo giorno, poi è chiaro la considerazione va in qualche maniera guadagnata,
e che posso essere considerato solo perché ho scritto infermiere universitario eccetera eccetera, devo dimostrare competenza, per noi è più difficile perché il medico comunque storicamente ce l'ha già scritto che è certificato che è competente e l'infermiere lo deve dimostrare.
Va bene, lo dimostriamo, presentiamo per cortesia i nostri progetti perché siamo noi che comunque in qualche maniera avanziamo proposte e abbiamo le competenze per farle, dopo le procedure, le checklist, sono tutti strumenti che ci danno una mano, ma non è questo il motivo del cambiamento.
Chi ha presentato il progetto dell'infermiere che esce dalla sala, dall'infermiere che esce dal reparto, dal colloquio, non è stato un medico, quindi questa è roba nostra ragazzi, grazie.
C'è la dottoressa Trinca, la mia non è una domanda, è un inciso, secondo me qui mancano ancora degli attori assenti e io introdurrei che chi è assente sono i servizi infermieristici, la dirigenza infermieristica e la direzione sanitaria.
Perché nella problematica dell'errore e della comunicazione e della gestione di tutto questo percorso, ahimè ci sono delle interruzioni di percorso che dipendono da questi due soggetti.
Allora è verissimo, parlo dal presupposto che molta della responsabilità è degli infermieri perché gli infermieri quando cerca di dare delle responsabilità, dei compiti oppure di dire tira fuori le competenze, non sempre questo succede.
Allora se ad esempio il coordinatore sta invece incentivando e spingendo l'acceleratore su quella motivazione, d'altro canto dall'altra parte risulta che anziché tirar fuori il meglio di sé per poter migliorare l'ambiente di lavoro è soltanto un sovraccarico oppure no, tanto è il coordinatore che ci deve pensare.
Quindi sono contenta che uno strumentista, quando io ho detto che quando diamo più spazio perché se dobbiamo parlare di strumentazione e di tecnologia il primo attore protagonista è lo strumentista, non può essere il coordinatore.
Il coordinatore si deve fare carico che quella strumentazione arrivi, che lo strumentista riceva quello che è necessario, ma chi sta col chirurgo è lo strumentista. Non posso io dire allo strumentista come deve prepararsi il tavolo se poi non sono io quella che deve strumentare.
Allora l'uniformità dei comportamenti non significa che diventiamo tutti dei robot, che la nostra intelligenza non debba potersi esprimere, anzi benvenga, io ancora devo vedere molta di questa intelligenza che molti di noi dicono di possedere ma che ancora sul campo pratico io la sto ancora aspettando.
Primo. Secondo, ma dove sono? Noi non abbiamo un servizio infermieristico. Allora, quando io devo andare in una direzione a interfacciarmi, io non ho bisogno che mi sistemi il turno o mi dica quante ore deve contenere il turno o come si deve comportare, perché quello me lo dice la legge, me lo dice il mio contratto.
Ma io invece dalla dirigenza infermieristica mi aspetto che se vado a dire bene c'è una nuova tecnologia, la formazione, perché non deve essere il chirurgo a dire guarda tu spingi il tasto giallo poi il rosso e tu fai quello che ti dico io e se c'è qualcuno che dice no un momento io non faccio quello che mi dici tu, anche perché se la macchina non funziona poi andremo insieme a rispondere, non sarai solo tu ad andare a rispondere.
Allora, per qualche collega è meglio fare quello che dice il chirurgo, che così la giornata scorre piacevolmente e non abbiamo problemi, finiamo le nostre ore e andiamo tutti a casa contenti.
C'è ovviamente chi fa leva sulla sua intelligenza e dice no un momento e allora lì poi si aprono altre problematiche, che il gruppo c'è, chi fa discussione, chi non ne vuole fare eccetera e quindi questo è anche lo scenario di noi, stiamo parlando di noi.
Ma per ritornare agli assenti, quando noi potremo dire che questo percorso si avvicina o riduca gli errori, ma di chi mi deve fare l'ordine? Dell'amministrativo, del patrimonio, gli uffici economati, ne vogliamo parlare?
Quelli sono la croce di chi interrompe questo percorso perché se nel momento in cui è chiaro lo strumentista omesso di dire al chirurgo quando sta con la pancia aperta che non c'ha la suturatrice perché l'ultimo che ha preso l'ultimo pezzo non ha avuto la bontà,
questa è vita vera, cioè vita di tutti i giorni, che era l'ultima e quando lo dobbiamo utilizzare non c'è, magari ci sono, ah beh ma è colpa del coordinatore, no il coordinatore poi grazie alla carta copiativa ha 100 richieste con 100 suturatrici, allora noi dobbiamo fare i conti di chi sta dietro a una scrivania e non sa a cosa serve la suturatrice, di questo ne vogliamo parlare.
Quindi forse mi ballenava l'idea che forse la prossima volta qui sarebbe opportuno avere la dirigenza infermieristica, la direzione sanitaria e il patrimonio, cioè chi ci fa gli acquisti, chi ci fa scegliere il ferro su una fotocopia.
E io gli ho detto scusa, ma non voglio essere elegante, ma sai che ci devi fare? Ma si può scegliere una pinza con una fotocopia? Cioè io come faccio a dire se questa pinza è leggera, pesante, sottile, eccetera, l'ergonomia, dove sta?
Quindi in questo processo effettivamente le interruzioni oltre a quello che di nostro, ognuno di noi ci mette, credo che ci siano delle forze, ora non per dire che il problema o il percorso non arriverà mai ad una sistemazione,
Ma forse dobbiamo cominciarli a introdurre perché poi evidentemente qualche importanza ce l'hanno perché se sono capaci di interromperlo il percorso forse possono anche fare la differenza.
Bene mi piace questa integrazione anziché ora chiamarli soltanto per venire ad eseguire la tricotomia che non hanno fatto in reparto e di conseguenza noi che non siamo tempestivi nella consegna del paziente spesso il collega dice ma noi mica siamo qua ad aspettare che voi ci date il paziente e io ho lasciato la corsia in balia delle onde.
Quindi voi non considerate un tempo, allora lì stai a spiegare che devono stare vicino alle macchine finché non li stacchi come se un infermiere di reparto non sa che un monitor, un respiratore, un'assistenza non ha i suoi tempi.
Quindi questa è una bellissima esperienza che ringraziamo i colleghi per avercela portata come testimonianza. Però ripeto, facciamo attenzione a questi assenti che ci condizionano terribilmente, a parte il fatto poi che ancora noi dobbiamo tirar fuori, permettetemi il termine poco elegante, le palle.
Perché gli infermieri devono tirarle fuori e non è possibile che in un gruppo ci siano soltanto alcuni che lo fanno e altri che invece lasciano scorrere il tempo e la giornata facendo finta e ricordandosi soltanto ogni tanto che forse anche loro fanno parte della stessa professione.
c'è Trinca e poi Cosimo Catalano in fondo
volevo fare una domanda alla collega
per questa esperienza di intescambio
parlando di una realtà che stiamo vivendo
adesso almeno noi in azienda
dove già spostare un infermiere
con il coinvolgimento, con la comunicazione
da una sala all'altra
genera qualche problematica
E quindi volevo sapere la percezione degli infermieri riguardo questo progetto, quindi qual è stata la loro percezione e quali sono state le strategie che avete utilizzato per integrare insomma il progetto.
In realtà ho fatto scorrere velocemente le immagini relative al questionario che noi abbiamo somministrato. È partita un pochino dalla spinta, io credo, da tutte e due le parti, sala operatoria, infermieri di sala operatoria e infermieri di reparto.
esatto, vivendo quotidianamente le cose che diceva la dottoressa Maria, non hai fatto la tricotomia a parte che ancora non sappiamo che la tricotomia non deve più essere fatta, il chirurgo urla perché non ha quelle tricotomie total body che invece si è già visto che da tempo non devono più essere fatte perché sono dannose, ma scusa ho fatto un inciso, è nata l'esigenza,
Allora siccome formazione comunque si deve fare, anche la famosa si deve fare, abbiamo proposto questa cosa, è partita da me, dal reparto e c'è stata un'ampia disponibilità perché l'infermiere fuori dalla sala operatoria si è sentito il rapporto con il paziente, il famoso paziente che non dorme,
e gli ha dato
il sentirsi partecipe di un progetto
per cui va
dall'altra parte, cerca di condividere
il percorso, parla con l'infermiere
di reparto, case manager per capire
le problematiche di quel paziente
dà visione
alla documentazione, cerca di
soprattutto per i casi complessi
noi abbiamo fatto questa cosa non sicuramente per la disargen
il cancer in preoperatorio per pazienti
di bassa complessità, non serve questo
serve altro, serve
andare a casa velocemente
che tutto comunque in qualche maniera abbia una filiera dove nulla sfuga.
Nel paziente complesso noi abbiamo applicato questo.
C'è stato da subito un atteggiamento propositivo perché evidentemente l'esigenza era lì latente.
È stato da parte degli infermieri di reparto bello poter andare in sala operatoria
e cercare di capire quale percorso e quindi quale difficoltà.
Intanto perché la sala operatoria affascina, sempre è stato così, quindi un pochino di questo c'era anche e poi proprio abbiamo capito che dall'altra parte se ci chiedevano delle cose erano le cose chieste legate a un certo tipo di…
L'infermiera di sala operatoria ha fatto questo percorso sentendosi proprio parte attiva nella fase. E poi era colui, tra l'altro l'infermiera che fa il colloquio, era colui che accettava il paziente in sala operatoria, quindi proprio parte attiva nel percorso paziente e nella condivisione con l'infermiera del reparto.
una cosa che non si era, almeno noi non l'avevamo mai sperimentata, ha creato solo condivisione e solo aspetti propositivi, anzi siccome l'abbiamo fatto solo in via sperimentale per la chirurgia generale, ci chiedono gli altri quando possiamo ampliare, andare, perché il coinvolgimento trascina, forse non ti ho risposto alla domanda,
però ecco
è più
è stato facile
perché non è stato un comando
è stata una partecipazione attiva
evidentemente era un'esigenza che era lì
era lì e che magari bastava
qualcuno, il famoso là
per poter e ha coinvolto
molto, c'è stata ampia partecipazione
ho dovuto selezionare qualcuno di loro
perché molti si sono proposti
io vengo a fare il counseling
per l'operatore, poi è stato strutturato
quindi con delle domande chiaramente strutturate, il colloquio deve essere in qualche modo guidato, abbiamo fatto partecipare anche un esperto della relazione, quindi ci ha aiutato anche in questo, proprio nella parte tecnica, però è stato di ampia condivisione, non c'è stato facciamo fatica a far passare da una sala all'altra,
No, perché evidentemente era una situazione che aspettava, insomma, esatto, maturata. Ma credo che sia, se noi, ripeto, poi il questionario ci ha dato manforte su questa cosa, io credo che sia in ognuno di noi.
Dopo è vero che il gruppo, come diceva Maria, intanto l'esperienza ci insegna che in un gruppo molto ampio fa proprio parte della fisiologia del gruppo, c'è il vagabondo, il furbo, il bravo, quello che lavora sempre, fa parte della fisiologia del gruppo.
il lavoro del coordinatore
forse è questo il lavoro più
complesso del coordinatore
il ruolo più complesso, non è tanto
la gestione del materiale, della
turnistica, a parte che io anche qui sono fortunatissima
perché ho la Lella, perché ho la Giovanna
perché ho la Fiore Nicoletta
per dire, ci sono persone referenti che
io lo dico sempre
il coordinatore in un reparto
va avanti anche se non c'è
il coordinatore
quando il coordinatore chiama per dire
sto male, va avanti
Innanzitutto, se Filippo chiama e dice sto male, la sala non va avanti. Il nostro lavoro soprattutto è difficile in queste cose, nel cercare di coagulare, di gestire il gruppo, la cosa che dicevo prima, la complicità organizzativa, la complicità collaborativa.
Il fatto che 8 dei miei infermieri stamattina sono partiti alle 3.45 da Rimini per me questo è complicità collaborativa. Non ho detto tu, tu, tu e tu devi venire perché oggi non è. Si sono organizzati 3.45, Filippo stasera alle ore 8 fa la notte, torniamo a Rimini.
sono quelle spinte che in qualche maniera hanno quell'effetto domino, trascinano, tutte le cose trascinano, si trascinano l'un l'altra, però noi coordinatori facciamo la differenza su queste cose, io qui un po' devo tirare le orecchie alla nostra categoria,
perché è vero
poi c'è sempre la diatriba
la discussione infinita
motivi te oppure si motiva da solo
ci sono degli elementi che tu puoi motivare
come ti pare, quelli lì dormiranno
sempre, però ci sono
situazioni in cui veramente il coordinatore
può fare la differenza
può fare disastri
veri e può invece
creare delle situazioni favorevoli
favorevoli al cambiamento
favorevoli alla motivazione, ma può fare anche
dei veri disastri
come direttore di unità operativa
può fare dei veri disastri
la stessa cosa perché siamo
dei punti non importanti perché ripeto
sono più importanti gli infermieri perché devono andare
avanti, le attività devono andare avanti
con loro, con noi no
però sono dei punti snodo insomma
e su alcune tematiche, argomenti
noi facciamo la differenza
ci sono dei bravissimi infermieri
che fanno
quando magari diventano
caposala sono dei pessimi
coordinatori e viceversa, dei infermieri mediocri e magari sanno gestire bene, oltre che chiaramente
forse è un discorso di empatia, non lo so, ci sono tante componenti, non forse, insomma,
il nostro mestiere non si, un pochino ce l'hai, ma però ci sono le famose competenze,
no? Io delle volte penso che qualcuno di noi deve tornare un pochino a rileggersi delle
cose, insomma.
Cosimo Catalano in fondo, in fondo alla sala.
Sì, grazie Loredana. Policlinico di Bari. Intanto si è parlato tantissimo stamattina di errore. L'errore non va demonizzato perché qualcuno, qualche autore autorevole,
vede nell'errore un'opportunità di crescita professionale da parte di tutti gli operatori sanitari
in modo trasversale, il medico, l'infermiere, il tecnico della perfusione, il radiologo, tutti quanti
è un lavoro di chip quello della sala operatoria, è stato detto più volte stamattina
piuttosto la mia domanda è al dottor Caravetta, credo se c'è ancora
Perché bisogna fare un'analisi reattiva con l'incidente reporting, quindi quando già l'errore e l'incidente è accaduto, piuttosto che un'analisi proattiva prima che l'incidente o l'errore accada, scomporre il processo per vedere quali sono i punti critici.
Dottor Caravetta si sposti più verso il centro della sala, grazie.
Per capire quali sono i punti critici e per poter attuare i correttivi a che ciò non accada.
Poi la differenza, e questa è una nota alla collega di Rimini, non tutti i contesti sono uguali.
Ci sono contesti organizzativi meno difficili, contesti organizzativi più difficili,
Vuoi per la cultura, vuoi per la formazione, vuoi per tante motivazioni, ma di fatto laddove il contesto è difficile continua a rimanere difficile, nonostante tutti gli sforzi che un mediocre, un bravo, uno scarso coordinatore possa mettere in atto per porre rimedi a ciò.
Se il contesto è difficile non ci possa essere, secondo me, un coordinatore che possa raddrizzare la barra, perché ci sono coloro che remano e remano ritmicamente in modo adeguato.
Ci sono tanti rematori che remano al contrario e con una diversa velocità anche.
Ahimè non se ne viene fuori. Grazie dottor Caravetta.
Allora grazie Cosimo, in realtà i due tipi di analisi che tu hai detto, la proattiva e la reattiva non sono mutuamente esclusivi, non è che tu puoi in un sistema complesso come quello sanitario e poi ancora di più ad alta tecnologia come quella della sala operatoria escludere uno per implementare l'altro,
Entrambi devono essere portativanti, anche perché alla base di tutto c'è che l'errore zero non esiste, quindi tu devi sì prevedere la possibilità di un percorso,
trovare gli snodi complessi del percorso, cercare di analizzarli, ma devi avere anche alle spalle il paracadute di che se succede comunque qualcosa qualcuno te lo deve dire che sta succedendo,
altrimenti tu continuerai a ripetere
sempre lo stesso errore
e quindi sono due sistemi
che devono essere implementati
contemporaneamente
pro reattivo quando tu
per esempio stai, che ti devo dire
implementando una nuova tecnologia
allora prima di cominciare ti fai l'analisi
del tuo percorso, ti fai il tuo
protocollo e cerchi i punti
diciamo focali, i punti
deboli della procedura
per esempio anche nel stesso sistema
Il sistema reattivo che abbiamo visto, il punto debole è proprio la scarsa capacità di far emergere i dati, pur essendo l'unico sistema per far emergere i dati la sua capacità non arriva al di là del 50%, perché probabilmente gli attori che dovrebbero far emergere il dato non lo fanno, quali siano le motivazioni sono le più varie, può essere una motivazione medico-legale per esempio per i medici che non dicono quando sbaglia,
può essere una motivazione di paura
di sanzioni finanziarie
per gli infermieri per esempio
o altri tipi di cose, però di fatto
è lo stesso
vale per tutti i protocolli
che abbiamo in sala operatoria
tu fai l'analisi, fai il proattivo
cerchi di metterti al sicuro
ma devi avere anche il reattivo
perché nel momento in cui qualcuno
come pure vi ho detto, per un qualsiasi
motivo, o per ignoranza, o per volontà
o perché rema contro
o perché rema a una velocità diversa
fa saltare la procedura e ti crea le premesse per l'errore.
Ok? Sono stato chiaro?
Per quanto riguarda poi il fatto che le situazioni difficili restano difficili,
diciamo che io preferisco pensare che ci sono sistemi ad alta inerzia e a bassa inerzia.
I sistemi ad alta inerzia hanno bisogno di più energia per mettersi in moto.
Insomma, tutto là sta il problema, trovare il punto di energia giusto per farli avviare.
Dammacco?
In base all'ultima cosa che ha detto il dottor Caravetta, vorrei capire quali sono le energie per i posti difficili, perché io sono tanti anni che sento la parola coordinatore cambiata dal caposala coordinatore
E non so il coordinatore mai da che parte sta. Cioè se è cambiato perché sta più vicino, specialmente in sala operatoria, all'anestesista o al chirurgo oppure sta vicino all'infermiere. Io non lo so perché molte mattine mi trovo di fronte a delle cose e dico ma a chi devo ascoltare?
Io ti rispondo per quella che è mia competenza ma vedo già la dottoressa pronta a darti la risposta giusta.
per me non esiste stare da una parte o dall'altra
per me l'unica parte giusta è quella del paziente
poi tutto il resto è soltanto
allora in realtà oggi dovevo fare una premissima premessa
e far parlare Filippo, grazie a Massimo Viola che si è presentato in sala
oggi sono qua a dominare la... non volevo
no allora, il coordinatore
Intanto il coordinatore, sì sono tutte quelle definizioni che non sono ben, cosa coordini, teoricamente dovresti coordinare tutte quelle attività che sono la formazione, la gestione della turnistica, il materiale, quindi è un coordinamento delle diverse azioni e attività.
però mi fa pensare un pochino la domanda
chi devo ascoltare
il coordinatore o il direttore di unità operativa
il coordinatore da che parte sta
beh
un coordinatore che sta dalla parte
del direttore di unità operativa
ha capito poco
sai è vero
è retorica
ha risposto
stiamo dalla parte del paziente
del paziente è vero
che alla fine il paziente ce lo dimentichiamo
Facciamo tanto, alla fine il paziente è l'ultimo dei pensieri. È vero, io ho appena detto che gli infermieri sono coloro per cui se mancano si sente, il coordinatore se manca, anzi magari quel giorno lì insomma bene così, l'allella può arrivare un pochino più tardi, quell'altra può arrivare con lo smalto rosso.
Allora, è vero tutto, però questa domanda cela un pochino ancora una volta di diffidenze e di barriera, adesso io non so, ognuno parla per le proprie esperienze chiaramente, il proprio vissuto, quindi è difficile generalizzare.
E' chiaro, è proprio per questo che ho detto che il coordinatore, a me piace di più Caposala, fa la differenza, cioè può fare disastri o no nel gruppo a livello proprio di relazione, perché ripeto può essere un bravissimo Caposala,
colui che ti mantiene, ti fa le richieste correttamente, è tutto perfetto, la turnistica è impeccabile, poi non si può parlare come mi dice la Lella, non si può parlare in dialetto, è disumano, tu lo avverti come un pessimo coordinatore, allora fai prima ascoltare il direttore di unità operativa.
Quindi tutto si riconduce un pochino e ritorniamo sempre lì, che cosa ti aspetti te dal coordinatore? Allora è chiaro, io dico sempre, ricordatevelo bene che io non sono un coordinatore facile perché le regole devono essere rispettate soprattutto più l'ambiente è difficile, più l'ambiente è difficile, più è complesso, più servono le regole, le regole modificano i comportamenti e questo deve essere chiaro.
Ma loro però sanno per prima che se c'è qualcuno che può mettere una mano sulla spalla non è il direttore di unità operativa, sono io. Perché quando succede qualcosa, succede qualcosa, sta pur tranquillo che loro sono bravi a fare un passo indietro, io non c'ero, non ho visto, non ho sentito.
Quindi il coordinatore dovrebbe essere questo. Poi è chiaro, ripeto, anche lì è questione di, non sono d'accordo il discorso di complessità, perché la complessità sicuramente aumenta la difficoltà, però è chiaro che se uno è un coordinatore tarato per l'ambulatorio del chirurgico del dito sinistro,
fa l'ambulatorio, il coordinatore dell'ambulatorio del dito sinistro, non devi andare a coordinare un blocco, dopo lì entriamo lo so, però voglio dire non siamo tutti uguali, non siamo tutti uguali, per coordinatore, per infermiere non si definisce un'uniformità di ruolo, di pensiero, di cultura.
E' molto interessante che il sistema delle regole, il più delle volte viene disconosciuto, nel senso che l'orario del cambio, per fare l'esempio banale, alle 14 devo stare sul tavolo operatorio, alle 14 devo stare sul tavolo operatorio, ma il più delle volte qualcuno non arriva.
Poi per vari motivi, che possono essere giustificabili o meno.
Guarda, ripeto, il far rispettare le regole in un ambiente complesso non è cosa facile, non è cosa impossibile.
Ci sono diverse esperienze che adottano diversi sistemi, dalle più consone alle più anacronistiche.
Vogliamo parlare dell'orario in ritardo, almeno per quanto ci riguarda, e l'arrivo in sala operatrice degli anestesisti?
Beh ci sono persone che hanno formulato delle organizzazioni per cui arrivi in ritardo tre volte, la quarta volta tu non entrerai più in sala per sei mesi, dopo voglio dire ci sono diversi sistemi, i sistemi li puoi adottare diversamente a seconda del tuo tipo di conduzione, ci sono persone che arrivano prima all'obiettivo con un discorso di relazione e empatia, ci sono persone che invece devono arrivare solo con l'applicazione delle regole, siamo tutti diversi.
Non è direttamente proporzionale la capacità di gestire i problemi rispetto alla complessità, assolutamente no.
Allora, dottor Caravetta, integrazione, collaborazione, formazione, sono tutti elementi che portano al miglioramento continuo,
miglioramento continuo che gli infermieri vogliono fortemente e ne parlano sempre di più all'interno dei corsi di formazione o dei corsi come questo.
Non ne parlano invece spesso i medici per esempio che sono impegnati nella definizione dell'atto medico, le società scientifiche degli anestesisti attaccano gli infermieri perché adottano e utilizzano dei protocolli che hanno costruito con gli anestesisti, come è possibile ottenere quindi una complicità collaborativa a cui faceva riferimento il collega Vaccarini?
È un po' difficile rispondere perché tu metti insieme sistemi locali, sistemi regionali e sistemi nazionali. È chiaro che nell'ambito di questi tre livelli ognuno ha le proprie idee su cosa deve fare e chi e come lo deve fare.
Quello a cui fai riferimento cioè i protocolli di somministrazione di farmaci gestiti direttamente dagli infermieri con di fatto poi un'abilità prescrittiva sono per quello che so io stati stilati in un ambito locale dove probabilmente sul campo ci si è trovati di fronte alla necessità di affidare completamente all'infermiere un soccorso.
Quindi una situazione di emergenza, un ALS penso sia il problema, in cui l'infermiere decide di fatto che farmaco somministrare seguendo però protocolli concordati con il medico.
Ora è chiaro che questa è una situazione che si sviluppa sul campo nel momento in cui il medico, l'infermiere o solo l'infermiere se l'ambulanza non è medicalizzata si trova di fronte a un arresto cardiaco defibrillabile e quindi poi deve andare avanti con la terapia nel frattempo che il paziente giunge.
E in questa tipologia di situazione ci sta pure che se per le disponibilità economiche, per le disponibilità di personale non è possibile avere sempre la figura, come devo dire, istituzionale del medico che fa la prescrizione, che poi la somministra lui o la somministra un altro, comunque la fa lui la prescrizione,
bisogna trovare comunque un modo di salvaguardare
come abbiamo detto prima
il paziente e qual è il modo
che chi si trova sul punto di soccorso
debba essere addestrato
a fare tutta la procedura
compresa la somministrazione farmacologica
altrimenti se io ho per dire
una tv defibrillabile
la defibrillo ma poi
si presenta la defibrillo
e non somministro
un antiarritmico
continuerò ad andare avanti col defibrillatore
Ma certo non gli fa bene al cuore prendere tutte queste scariche di elettricità. È chiaro che poi passando a dei sistemi più complessi, regionale e nazionale, ci sarà sempre quello che dirà un momento ma quello è un infermiere che gli ha detto che doveva fare l'alidocaina e non il cordarone o un altro antiarritmico e quindi è ovvio che vengano fuori queste accredini fondamentalmente.
Per uscirne credo che l'unica cosa sia continuare a spingere sulla comunicazione, a spingere sulla integrazione delle varie figure e anche a mandare avanti questi protocolli perché chiaramente sono protocolli che sono funzionali alla situazione.
E' chiaro che in una sala operatoria dove ci deve essere sempre l'anestesista, nessun infermiere verrà mai richiesto di decidere lui quanta adrenalina deve somministrare al paziente.
Diverso è sulla strada dove magari in quel momento il medico non c'è.
Nel nostro sistema sanità, cioè in Puglia, il 118 non ha lo stay and play, non tutte sono medicalizzate le ambulanze.
Per cui di fronte a queste situazioni forse la necessità di agire il più rapidamente possibile può suggerire questo tipo di protocollo.
Per quanto riguarda le società scientifiche è normale che secondo me ci sia un sistema ad alta inerzia perché la società scientifica nasce come devo dire una società che dà il timbro di giustezza alle azioni fatte dai propri soci.
E quindi è chiaro che nel momento in cui un non socio fa un'azione che dovrebbe essere fatta da uno della loro società, la società si oppone per, come devo dire, by definition, direbbe un mio collega, per definizione, perché tu non sei membro di quella società.
Sono quindi dei contrasti che probabilmente vedremo crescere nel tempo perché sempre più gli infermieri vogliono evolvere nelle loro funzioni
però sempre più ci saranno delle resistenze a farli evolvere tranne quando come dice la collega di Rimini
Quindi uno non dimostri che ha le competenze per farlo e questo è quanto fondamentalmente.
La comunicazione, la possibilità di stare sempre insieme, di agire insieme,
probabilmente tenderà a ridurre queste resistenze, ma non credere che le azzererà mai completamente.
Grazie. C'è un altro intervento, prego.
Sì, rispetto a quello che diceva il dottore, che faceva l'esempio della defibrillazione,
della somministrazione dei farmaci in un protocollo esterno dall'ospedale,
All'interno dell'ospedale nessuno lo chiederà mai, se il protocollo quello è, perché io devo agire non per supplire ad un'assenza ma per competenza, quindi se la competenza è mia e comunque se la competenza l'acquisisco è una competenza, non è un supplire ad altro.
Sicuramente ci sarà una difficoltà nell'applicare, nel fare i protocolli dal punto di vista legislativo, però secondo me nel momento in cui si acquisiscono competenze devono essere individuate delle competenze e non un supplire ad un'assenza di altre figure.
Allora, quello che tu dici è esattamente quello che è successo per il BLS. Qualche anno fa il BLS, se non c'era, cioè non si pensava che uno che non fosse un laico, come dicono quelli del BLS, potesse fare un massaggio o una cosa.
Poi si è cominciato a diffondere, probabilmente succederà lo stesso per la LS, dove ovviamente non si chiederà all'AICO di fare, però all'infermiere che si trova in corsia in quel momento, in fondo un infermiere che si trova in corsia ha un arresto, insomma non è che sempre c'ha dietro alle spalle il medico e il rianimatore, siamo nelle stesse condizioni, non hai detto una cosa diversa da quella che ho detto io.
Io ti ho fatto l'esempio non della corsia, ma della sala operatoria, dove c'è sempre l'anestesista vicino al paziente.
Il mio forse era una cosa un pochino provocatoria rispetto al fatto che in condizioni di disagio,
quindi all'esterno dell'ospedale, per strada, eccetera, lo puoi fare.
Quando c'è da lavorare spesso l'infermiera è in prima linea.
Quando c'è da codificare, compresi nei ruoli dirigenziali, perché se noi pensiamo,
Tutti l'hanno detto che rispetto al rischio clinico, alla gestione dei processi, l'infermiere è quello che formativamente, dalla formazione anche alla laurea triennale lo facciamo, alla laurea magistrale poi in modo approfondito, ai corsi di management.
Poi nel momento in cui c'è da codificare ci sono altri, quindi era un ruolo, era proprio l'aspetto di supplire che sottolineavo.
Bene, grazie. Possiamo considerare conclusa questa sessione.
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